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Giovani flâneurs crescono: a Pistoia il libro di Louis Huart

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Pistoia - Errare è umano, flâner è parigino. Victor Hugo, I miserabili.  Se amate “vagare oziosamente senza alcun fine, senza un preciso progetto di conoscenza, in maniera distaccata e con una punta di cinismo”, insomma se vi sentire flâneurs dall’animo errabondo e dai piedi ben piantati a terra, questa settimana Pistoia può riservarvi una gradita sorpresa.  Venerdì 9 settembre, alle ore 18, presso la raffinata libreria indipendente Les Bouquistines, Antonio Castronuovo presenta, insieme a Luca Lupori, la Fisiologia del flâneur di Louis Huart, piccolo gioiello cartaceo di cui ha recentemente curato l’edizione italiana per Stampa Alternativa.

Un appuntamento da non perdere.

Come sottolinea Castronuovo nella postfazione al testo, La Fisiologia del flâneur si inserisce nel fenomeno editoriale delle ‘fisiologie’, genere letterario in voga a metà Ottocento, secondo cui lo studio dell’aspetto fisico permette “di stabilire i comportamenti di una persona e, soprattutto, i tratti del suo carattere”.

Di piccolo formato, reso gradevole da numerose illustrazioni d’epoca che abbelliscono i capilettera e “punteggiano le pagine […] con una ricchezza tale da definire una vera iconografia”, il libro  rappresenta uno dei tentativi più precoci di individuazione e descrizione della figura archetipica del flâneur, apparsa a Parigi nella prima metà del XIX secolo “assieme al sorgere della grande città moderna”.

C’è stata dunque – prima che Baudelaire la rendesse celebre, incarnando lui stesso “la forma del poeta dotato di spirito errabondo” e prima che Walter Benjamin ne identificasse i tratti di icona della modernità – una Infanzia della flânerie, cui proprio il manuale di Huart rende testimonianza.

Non a caso il saggio di Castronuovo si intitola così. Nella Fisiologia, il flâneur appare l’unico uomo felice sulla terra, poiché, “padrone del suo tempo, se ne va in giro lentamente per le strade, senza un percorso prestabilito, in maniera vaga ed estrosa” all’interno di una immensa Parigi, “città d’infinita esplorazione”.

Sebbene manchino ancora alla sua figura “gli umori radicali che, poco dopo, Baudelaire avrebbe incarnato: la punta di spirito ribellistico e lo spleen”, esso appare già un ribelle in nuce, attratto dalla bellezza femminile e dalla ridicolaggine dei passanti, capace davvero di guardare e vedere, a differenza dello sfaccendato (che vede senza guardare) e dell’uomo troppo indaffarato (che guarda senza vedere).

Questa peculiare attitudine all’osservazione si nutre dell’imprevedibilità dei percorsi nel tessuto cittadino, vero e proprio labirinto moderno che fa dei suoi meandri la fonte privilegiata dello stesso atto creativo: proprio Huart afferma infatti che “il fascino maggiore della flânerie è di essere imprevedibile”.

In questo senso, già viene preconizzata la capacità baudelairiana di trasformare lo shock dell’incontro urbano – fuggevole, improvviso ed evanescente  – in poesia. Quando in effetti Huart sottolinea che il flâneurCompone un intero romanzo, anche solo dopo aver incontrato in omnibus una damigella col velo abbassato. Le sue parole paiono già anticipare i versi di una celebre poesia dei Fiori del male, A una passante, in cui Baudelaire “mette in scena la poetica urbana dell’incontro fortuito e anonimo, quello di una donna agile e fiera, bellezza fuggitiva che con uno sguardo richiama il poeta alla vita”.

Nella Fisiologia, “La maggior preoccupazione di Huart non è tanto quella di presentare le diverse incarnazioni del flâneur, ma di restringere il campo e identificare le figure che usurpano il titolo”.

Non sono molti, infatti, coloro che, “nel pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali e motorie”, possono realizzare “il binomio pensare e camminare”. Proprio per questo “il lavoro di esclusione occupa il grosso dell’opera, per cui il flâneur emerge come una negativa fotografica: è colui che non manifesta i caratteri descritti”.

Accanto al musard, il perdigiorno che dissipa il tempo in cose da nulla, e al badaud, il curioso che si attarda ad osservare lo spettacolo della strada, fa la sua esilarante comparsa una peculiare tipologia di ‘curioso’, l’étranger, il forestiero, figura ridicola che ben sintetizza chi “arriva a Parigi da turista, vuol vedere tutto con una guida sott’occhio e fatalmente sbaglia ogni sua mossa”.

E ancora vale la pena ricordare il batteur de pavé, il vagabondo, “flâneur proletario, re del marciapiede”, il gamin, monello delle classi popolari che passa il tempo a girovagare per le strade combinandone “di belle nelle pagine di Huart” e infine il soldato in libera uscita, sfaccendato sobrio e paziente “che ha il compito istituzionale di uccidere e che in tempo di pace deve solo uccidere il tempo”.

Insomma – conclude Castronuovo – la Fisiologia di Huart “procura una definizione offuscata di flâneur”, ma ci mette bene in guardia da coloro che aspirano impunemente al titolo pur mancando delle fondamentali qualità fisiche (“buone gambe, udito fine e vista acuta”) e morali (un’indole di “mortale tutto sommato virtuoso”).

Il flâneur, lento girovago che recupera il senso classico dell’otium rifiutando di assoggettarsi “al ritmo che la città reclama”, si muove disinvolto per Parigi – capitale indiscussa del vagabondare ozioso e altra grande protagonista della Fisiologia di Huart – mostrando vezzi dandistici dal sentore già huysmaniano, per esempio quando porta  a spasso una tartaruga nei passages, minuscoli labirinti di luci e di folla. 

Il flâneur di Huart è inoltre prettamente diurno: Quando si sa come impiegarla bene, una giornata è sufficientemente lunga e niente è meglio della luce del sole per osservare i mille dettagli che a ogni passo si presentano sotto gli occhi del flâneur.

Solo in seguito alla lettura scrupolosa dei manifesti si sostituirà la decodifica delle insegne luminose, nella cui fantasmagoria il flâneur notturno si aggirerà, del tutto a proprio agio, come ha ben descritto Marco Filoni nel suo saggio dedicato alla città (Marco Filoni, Lo spazio inquieto. La città e la paura, Edizioni Di Passaggio, 2014).

Sarà allora che l’insegna luminosa, “promessa tecnologica che eclissa la luna dei poeti”, diventerà prerogativa peculiare di questa forma di sapere errabondo, che del resto appare fin da subito l’unico “in grado di cogliere la coscienza che la città ha di se stessa”. Non a caso, come già sottolinea Huart, “il vero flâneur ha il diritto di ignorare la lingua greca, il latino , la matematica e le altre inezie scientifiche; ma deve conoscere ogni strada, ogni negozio di Parigi”.

Alla deliziosa Fisiologia del flâneur, Giuseppe Scaraffia ha recentemente dedicato una recensione dal titolo Quattro passi nellanima, che potete trovare su Il Messaggero del 2 agosto.

Costituisce un’ottima propedeutica d’autore allo studio della flânerie e vi invitiamo dunque a leggerla prima di recarvi all’incontro presso Les Bouquistines, al quale sarebbe certo opportuno presentarsi vestiti in modo elegante, magari portando sottobraccio una copia sgualcita dei Fiori del male. 

Louis Huart, Fisiologia del flâneur. A cura di Antonio Castronuovo, Stampa Alternativa, 2016, pp. 131.

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