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Francoforte: “Homo Deus” vince il premio, un futuro di speranze (e di paure)

steingart

Francoforte – I tedeschi amano interrogarsi sul futuro e sono grati a chi lo fa senza essere troppo pessimista. “Homo Deus” (tradotto in italiano Homo Deus, breve storia del futuro, editore Bompiani) dello storico israeliano Yuval Noah Harari ha sbaragliato un’ampia e qualificata concorrenza  di studiosi della crisi dell’euro, di analisti del turbocapitalismo fra i quali c’era l’ultima riflessione dello scrittore di best seller americano, Thomas Friedman, e anche di chi riflette sull’attualità di Karl Marx a duecento anni dalla nascita.

Il premio al miglior libro di economia del 2017 è stato consegnato al Frankfurter Hof da Gabor Steingart, editore dell´Handelsblatt, il più importante quotidiano economico tedesco promotore del premio insieme a Goldman Sachs, in uno degli eventi clou della Buchmesse, l’annuale fiera del libro della città sul Meno.

Harari non è venuto perché impegnato in una delle sue annuali sedute di meditazioni durante le quali resta scollegato da tutto, persino dalla scrittura. Certo si merita questa pausa visto che il suo Homo Deus, con 15 milioni di copie vendute,  è già un successo mondiale alla stregua dei successi di un altro scrittore di tutt’altro genere che è stato un protagonista di questa edizione della fiera, Dan Brown. Con ogni probabilità supererà anche l’eccezionale diffusione del precedente, Sapiens, tradotto in 40 lingue.

Tutto si può discutere delle tesi  dello studioso della Hebrew University di Tel Aviv tranne il fatto che non sia basato su una solidissima raccolta e analisi di dati quali si conviene a uno storico del rigore e della concentrazione di Harari.

 

homo deus

Il saggio parte da una constatazione «per la prima volta nella storia si muore più per colpa degli eccessi alimentari che per la mancanza di cibo». Ci sono sempre meno guerre e sempre più strumenti per prolungare le aspettative di vita. Fin dove spingerà dunque l’umanità la sua fame di assoluto se non quella di diventare lui stesso il dio creatore che utilizza le tecnologie genetiche e robotiche per sconfiggere la morte e instaurare un’ epoca di felicità per tutti. Diventerà come una sorta di aspirazione/ossessione che non potrà mai avere termine.

Attenzione, però a lasciarsi andare all’ottimismo trionfalistico. Non andrà tutto così liscio come sembra risultare dalle premesse. Come ha spiegato lui stesso nell’intervista fatta a Steingart, Harari cerca di mantenere un tono mediano fra visioni di paradiso in terra e un pessimismo che appare ragionevole visto che lo studioso vive in un paese che da sempre è in guerra per la propria esistenza.

«Nessuno può recepire tutte le più recenti scoperte scientifiche, nessuno può fare previsioni su quale sarà l’assetto dell’economia globale nei prossimi dieci anni, e nessuno ha uno straccio di indizio di dove ci stiamo dirigendo con così tanta fretta», scrive l’autore. E se l’uomo, per esempio, perdesse il controllo sulle macchine che ha creato? E se l’intelligenza artificiale sottomettesse e condizionasse definitivamente quella biologica?

Il libro si legge davvero come un thriller pieno di suspence perché ne va del futuro della specie umana. L’importante è evitare di credere troppo agli scenari grandiosi sia nel bene che nel male. Serve per farsi un’idea del mondo che potrebbero vivere i nostri figli, tenendo presente che la storia, più che una linea continua, procede a salti e, a volte, torna anche indietro.

Intanto però vale la pena sottolineare l’efficace format realizzato dall’Handelsblatt e coordinato dalla giornalista Regina Krieger per la cerimonia di consegna del premio. I dieci autori selezionati nella short list, tenuti all’oscuro su chi sarebbe stato il vincitore, hanno ciascuno presentato la propria opera mettendo brillantemente alla prova capacità di sintesi e di autoironia. In questo modo tutti hanno avuto il loro momento di visibilità di fronte a una platea della quale facevano parte i più importanti rappresentanti della stampa economica, del mondo della finanza, della cultura e dell’editoria.

 

Foto: Gabor Steingart

 

 

 

 

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