Racconto di maestri e biciclette e di una speranza che non morirà | StampToscana
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Racconto di maestri e biciclette e di una speranza che non morirà

quercioli

Firenze – Era proprio la bicicletta di Costante Girardengo: “una Maino grigia con il manubrio leggermente incurvato verso le manopole e il campanello avvitato sopra a sinistra”. Lui, l’autore, la vide per la prima volta nei giorni della battaglia di Firenze, l’11 agosto 1944. Aveva solo quattro anni, ma da allora la sua vita fu segnata: dalla bicicletta da corsa e dai suoi miti, dai valori della libertà e della democrazia, dal profondo spirito di solidarietà umana che respirò in una famiglia solidamente schierata sul fronte dell’antifascismo.

Di tutta la copiosa produzione di libri che, per programma editoriale o semplice concomitanza di tempi di pubblicazione,  hanno accompagnato il 50° anniversario della morte di don Lorenzo Milani, quello di Franco QuercioliLa speranza correva a sinistra, Cronaca familiare di maestri e biciclette  (Edicicloeditore) – occupa un posto particolare.

Sì, quella bicicletta il Campionissimo l’aveva regalata a suo padre Vinicio che era presidente dell’Associazione Amici di Girardengo di Sesto Fiorentino e che poi l’aveva fatta rimettere a nuovo per il figlio. “Sembrava una balla colossale” e invece Vinicio portò “fatti precisi” e Franco rimase ancora più costernato perché se l’era fatta rubare davanti alla scuola della Montagnola all’Isolotto, dove insegnava. Anche questo conta moltissimo nella formazione di un giovane: la sincerità è alla base del rapporto di fiducia fra le persone, fra l’uomo fatto e il ragazzo, fra il maestro e i suoi ragazzi.

Un principio pedagogico fondamentale per il maestro elementare Quercioli, appassionato di ciclismo, di quelli che sono andati una vita sui cigli delle strade, al Giro e al Tour,  per vedere da vicino i corridori di cui mantiene un impressionante ricordo di qualità e difetti. Così il suo secondo libro (il primo è stato “Gino e Fausto, Una storia italiana”) è il racconto di una corsa a tappe, quella della generazione del dopoguerra impegnata sul fronte del riformismo democratico, che si intreccia con quelle sportive dei campioni che si sono succeduti negli anni del dopoguerra: da Coppi e Bartali,  a Baldini, Merckx, Nencini, Adorni, Motta, Bitossi, Gimondi etc.

Procedendo su due piani narrativi, l’autore riesce a tenere viva l’attenzione dei lettori grazie soprattutto al suo stile semplice e pulito e, nello stesso tempo, forte nell’espressione, duro nei termini scelti, sinceri, appunto. Uno stile che si è forgiato anche nel confronto con “l’effetto Barbiana” della scuola e del suo fondatore che l’autore frequentò fino all’anno della sua morte: “Don Milani mi era entrato nel cervello, al punto che cercavo di essere come lui e lo sognavo anche di notte. – scrive – Ma io non ero come lui e i miei ragazzi dell’isolotto e quelli di Villa Lorenzi non erano come quelli di Barbiana”.

Quercioli ha vissuto in prima fila la “stagione della germinazione”, come Giorgio La Pira definì quegli anni di grande fermento ideale e religioso del mondo cattolico fiorentino. Insegnante della scuola elementare dell’Isolotto, esponente sindacale fra i fondatori della Cgil Scuola fiorentina, fu in prima fila negli anni dolorosi ed esaltanti della contrapposizione fra la Comunità dell’Isolotto e l’arcivescovo Florit.

Appassionate sono le pagine in cui ricostruisce quelle vicende, quando il vescovo “riprendeva possesso della sua chiesa senza aver fatto pace con quel suo popolo” e La Pira pronunciò le parole che fecero il giro del mondo: “Ubi episcopus, ibi ecclesia”: “In quell’istante capimmo che il professore mai era stato così vicino a  noi e mai così lontano. Vicino perché come molti buoni cattolici sentiva l’amarezza per questa separazione che attribuiva a un cattivo esercizio della potestà vescovile. Lontano perché la sua idea della Chiesa era ancora quella del Concilio di Trento e non quella del Concilio Vaticano II. Una Chiesa fondata sul potere del vescovo e del papa che sul Popolo di Dio, da cui l’Isolotto traeva la sua ispirazione fondamentale”.

I protagonisti di quella stagione sceglieranno poi strade diverse come don Bruno Borghi, il primo prete operaio italiano, per  il quale “il Vangelo era la vota e diventare uomo ogni giorno di più. Come il lievito nella pasta”. Verranno gli anni delle battaglie sindacali e politiche nel Partito comunista, gli attentati neofascisti di Piazza Fontana e Piazza della Loggia, le bombe sui treni, i morti ammazzati nelle strade, il terrorismo di sinistra, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro: la fine “dell’età dell’innocenza”. Anni che all’autore suonano come  un’implacabile vendetta: “Una vendetta – scrive – che sarebbe durata anni. Il fascismo non era stato una parentesi della storia, forse la parentesi eravamo noi”.  Con i funerali di Enrico Berlinguer a San Giovanni a Roma nel 1984 si chiude la ricostruzione storica, segnando la fine della “speranza che correva a sinistra”.

Il libro, però, non finisce qui.  Quercioli ricostruisce la vita di suo padre e racconta tante “storie degli antifascisti” che gli aveva narrato e che lui trasmette ai lettori come ha fatto per una vita di maestro ai suoi ragazzi. Grazie al ricordo di quegli uomini e quelle donne – questo il messaggio – la speranza resterà viva nelle prossime generazioni.

 

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