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Diario 1944 di Anna Ninci Meucci: paesaggio interiore nei giorni della battaglia

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Firenze – Anna Ninci, che sarà poi moglie e compagna di vita dello storico Presidente del Tribunale dei Minori di Firenze, Gian Paolo Meucci e che saprà costruire un’importante rete di relazioni nel mondo cattolico-democratico e negli ambienti della cultura fiorentina, nel 1944 non è che una ragazza di 24 anni. Alle prese con le incertezze, le paure e i problemi della guerra.

Ad una prima lettura di Nei giorni della battaglia – Diario 1944, di Anna Ninci Meucci (a cura di Samuela Cupello e Piero Meucci, StampEditore, 2017),  viene in mente la figura della celebre Annina, madre del poeta Giorgio Caproni (trasfigurata nei “versi livornesi” de Il Seme del piangere) che attraversa trafelata la città con la sua bicicletta, quasi a dare scandalo per quei tempi, gli stessi della guerra. Se l’Anna livornese porta con sé il salmastro di una fisicità ariosa e al contempo simbolica, in sé densa di nostalgia, Anna Ninci, dal canto suo, tratteggia nei suoi tragitti, spesso in bicicletta, appunto, tra Cerbaia (località di campagna nei pressi di Firenze) e Firenze stessa, nella zona di via Masaccio, Piazza d’Azeglio, Campo di Marte, la sua formazione di ragazza, colta, di una religione “salda”, ma, come scrive Marino Biondi nella sua introduzione, mai bigotta. Anna, come una folata primaverile, pur nella disperazione di quell’anno incancellabile nella memoria della città, riesce tuttavia a trovare sempre un appiglio (un tramonto, il profumo di un fiore), una ragione di vita.

Una discesa agli inferi che si traduce puntualmente, in mezzo al pianto ( “un pianto riassuntivo”) , in desiderio di paradiso, scrive Anna, nel suo quaderno di scuola nero, custodito giustamente come una cosa preziosa, in una forza matura e insieme aurorale, che spinge a compiere scelte di vita determinanti, che porta a riflettere su se stessi, sugli uomini e a pregare.

Dalle pagine del diario traspare un continuo oscillare tra desiderio di vita e sconforto, mentre la guerra incalza e inizia a profilarsi la sua ombra minacciosa, fino a piombare su Firenze. Un oscillare  che si alimenta  di letture, da Leopardi a Turgenev,  da Joyce a Rilke, passando dagli studi filosofici alle “lotte dialettiche”, ai progetti politici cui Anna guarda con interesse, facendosene coinvolgere, ma fino a un certo punto, quello del disincanto proprio di chi crede, di chi guarda oltre la dimensione umana.

Una giovane donna che coltiva amicizie importanti come quella, tra le altre, con la poetessa Margherita Guidacci e che non rimane sullo sfondo: “il suo salotto è stato infatti centro di incontri e di iniziative che hanno coinvolto i migliori esponenti del mondo culturale”.

Per chi, come molti di noi, ha avuto la fortuna di non aver vissuto la tragedia della guerra, può risultare quasi irreale come in circostanze a volte estreme, si continui miracolosamente a lavorare, oltre che ad amare, a pensare al futuro. Questo è quanto affiora anche dal diario di Anna che nel frattempo si era laureata, aveva cominciato a insegnare come maestra, aveva aderito con passione al nuovo clima democratico e progettava di sposarsi, con una consapevolezza, tutta femminile e moderna, connotata da un certo pessimismo, sul ruolo che la donna rivestiva  nella società del tempo.

In una pagina del diario del 25 marzo 1944, giorno del suo compleanno, tra i più tristi:

E’ inutile che pianga, anzi è bene che smetta di piangere, ma come fare, Signore, come fare? Un’agonia che dura mesi e mesi e che non si capisce quando potrà finire. Signore, Signore, Signore (…) Ventiquattro! Ma se era ancora ieri che avevo vent’anni, che posavo a giovinetta ingenua e spensierata, sto diventando grande, responsabile forte. Ma se  io mi sento più giovinetta di ieri, ma se io ora quando mi dimentico di questa dura incredibile realtà, mi sento più spensierata più  innocente di allora?

Anna Ninci ripercorre i momenti della sua formazione: all’inizio la sua religiosità più naturale, incentrata soprattutto su se stessa  e il suo proiettarsi verso il futuro. Poi il periodo “intellettuale”, politico, delle “discussioni che duravano ore e ore”, nate dal desiderio di approfondire la sua cultura, con “un amore pazzo per la filosofia”;  per accedere infine, dopo un momento inevitabile di delusione, al tempo della rinascita, che lei stessa definisce “poetico”. Scrive:

Prima dei vent’anni amavo pazzamente la chimica, la fisica, l’astronomia  (…)  negli ultimi anni mi dichiaravo infelice perché non potevo laurearmi in Filosofia e ora, da lontano, in solitudine e in calma, dico che mi dispiace molto di non saper dipingere di non saper scrivere poesie.

Colpisce in questo diario il bisogno di poesia, come se in essa si cogliesse l’essenza della vita, una vita, la sua, come Anna stessa ci racconta, dedicata inizialmente allo studio di discipline scientifiche, che evidentemente non sanno dare una risposta al suo tormento interiore. In una tensione esistenziale in cui è certo più rassicurante, ma non soddisfacente, affidarsi alle geometrie del pensiero tecnico-scientifico, che lasciar correre libero quel vago malessere che la attanaglia.

Un bisogno spirituale in cui poesia e religione possono convivere, fino a fondersi (si veda la citazione da Baudelaire del 9 Settembre 1944) l’una nella sua valenza evocativa, l’altra proiettandosi al di là del nostro mondo, con una certa compassione per chi cerca invece giustizia in terra, ma evidentemente non può trovarla.

Come se la poesia potesse anche curare le ferite della storia, in una Firenze attraversata dalla paura, bombardata, in parte distrutta, il pianto di Anna  di fronte ai crolli devastanti intorno al Ponte vecchio è, in un certo senso, il pianto di tutti noi al cospetto delle rovine su cui si erge l’angelo di Benjamin (citato da Marino Biondi)  che comunque indica il futuro.

Firenze e le sue rovine, ma anche città dai cieli perfetti, dagli azzurri cristallini,  quasi a dispetto, come uno sberleffo rivolto a tutta la bruttezza del mondo che gli uomini sembrano voler coltivare, per un impulso di malvagità connaturata e  autodistruttiva.

Anna sa cogliere questa dissonanza: la bellezza della sua città e la miseria degli uomini; si confronta con tale distonia, a volte con un senso di inadeguatezza,  perché il cielo sta lì nella sua perfezione, nell’incanto dei colori di un tramonto e noi poveri umani intanto ci ammazziamo a vicenda senza un perché.

La città che talvolta si fa paesaggio del suo stato d’animo, sfiorato persino dall’odio verso i nemici, oppure conquistato a una serenità raggiunta, per quanto provvisoria.

Così le stagioni del ‘44 si vengono alternando tra la dimensione naturale, la sua intrinseca bellezza e il risvolto cupo della guerra, nella conta dei morti, quelli che hanno i nomi,  persone conosciute, arrestate dai tedeschi, oppure uccise per le strade, i morti singoli, cioè individuali, primo fra tutti Piero, il fratello di Gianni (Gian Paolo  Meucci, il futuro marito di Anna), colpito da un franco tiratore.

Un paesaggio malato in fin dei conti, a cui i tedeschi hanno cercato di sottrarre ogni forma di dignità:

I tedeschi seguitano a fare dispetti e cattiverie di ogni genere, vogliono un’epidemia a Firenze, hanno portato via gli autocarri per le immondizie e la città è sudicia e puzzolente, hanno portato via le autobotti per la vuotatura dei pozzi neri, ci hanno quasi tolto l’acqua, hanno rubato le autoambulanze e ora si devono vedere i fratelli della Misericordia che spingono un carretto con l’ammalato coperto da  un incerato nero. E questo in piena afosissima estate per dispetto, per pura barbarie (…).  (26  Luglio 1944 Sant’Anna)

Come non pensare alla peste di Boccaccio? In uno scenario in cui sostanzialmente ancora non si conosce fino in fondo il ruolo degli altri, dei partigiani, quelli che hanno lottato di nascosto contro i “demoni” tedeschi. Partigiani, che nel racconto di Anna – ci fa notare Marino Biondi – “sembrano essere spuntati all’improvviso, in una pausa di bufera, venuti non si sa da dove, come in un paese di orrende meraviglie”; in una città divisa a metà, con i ponti tutti crollati, fatta eccezione per il Ponte vecchio.  Partigiani, il cui ruolo cruciale comincia gradualmente a chiarirsi nella concitazione di quei giorni.

Un paesaggio, quello fiorentino della guerra e dell’immediato periodo post-bellico, che riassume in sé altri  “paesaggi”, come quello già citato della peste del 1348,  ma anche lo scenario disastroso della successiva grande alluvione del 1966.

Scorrendo le ultime pagine del diario, non ho avuto modo di cogliere subito toni trionfalistici, né moti di gioia, riferiti alla liberazione della città.  Nella narrazione di Anna la fine della guerra arriva quasi in sordina, nell’orrore delle ultime battaglie, nella difficoltà di “una situazione complicatissima”, nella delusione per la richiesta di deporre le armi ad opera dei liberatori inglesi.

L’effetto più deprimente è stato causato da un ordine alleato di consegnare le armi “tutti i civili” compresi i partigiani, gente che si è fatta ammazzare con tanta generosità, sono una classe di “civili” Ma poi quello che è peggio è quel modo perentorio e indelicato; quel ricordare con tono ammonitore, che noi siamo un Paese vinto (…)

Perché se i tedeschi odiano gli italiani, scrive Anna, gli inglesi li disprezzano. E questa delusione sembra focalizzarsi sulle stesse parole di Piero Calamandrei :

Stamani solenne inaugurazione all’università con grande discorso di Calamandrei (…). Due cose mi sono dispiaciute nel suo discorso: 1) un atteggiamento troppo subordinato rispetto agli Alleati (il suo non è servilismo, ma è cieca e inspiegabile ammirazione); 2) gonfiatura quattrocentesca e illusa delle azioni dei partigiani e degli italiani (…) Noi non si sono viste dalle finestre le battaglie dei partigiani, ma non c’è da farsi illusioni: quella è gente pratica (gli Alleati, ndr)(…) Quelli non considerano  affatto lo slancio con cui quelli si sono buttati, la generosità con cui si sono dati. E’ bene quindi non fare gli ingenui. (15 Settembre 1944)

D’altra parte è Anna stessa, scrivendo a sua sorella, l’anno successivo, in occasione dell’anniversario della liberazione di Firenze, a registrare con una venatura ironica la presenza di migliaia di partigiani, come un sottile rimprovero rivolto alle capacità camaleontiche e trasformistiche di un certo popolo, poco incline a schierarsi per tempo con chiarezza.

(…) Ti dirò che di partigiani ne vennero fuori tanti che piazza Signoria durava fatica a contenerli tutti (…) il fatto è questo, che ora con tutti questi partigiani non c’è più da temere nulla, perché siamo ben difese. (Lettera del 12 Agosto 1945)

La lettera alla sorella Giovanna, in appendice al diario, riflette d’altra parte la prorompente allegria di una giovane tornata alla vita di sempre;  tra le tante riflessioni e una galleria di aneddoti divertenti, riferiti confidenzialmente alla sua  “Giovardella”; lettera contraddistinta da un linguaggio elaborato e colloquiale insieme, nel ricorrere di alcuni vocaboli e di certe costruzioni sintattiche, proprie di una fiorentinità colta e insieme legata al linguaggio popolare, con esiti di raffinatezza, tipici di quell’ambiente intellettuale cattolico e democratico, molto attivo nella Firenze del tempo. Il testo si chiude infine con un elenco di persone conosciute, cui riportare i suoi saluti beneauguranti. Un elenco questa volta e finalmente affollato dai nomi dei vivi:

Ti prego di salutare tanto la famiglia Matteuzzi, la Metella (…) l’Anna Maria e specialmente Nanni e la Giovanna e per i quali ho anche i saluti di Gianni e della Luciana. A te e alla commilitona, tanti auguri.

 

 

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