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La Shoah nella memoria di un’ebrea ferrarese

sabina fedeli

Firenze – Come si può definire questo libro? Un racconto-intervista? Un romanzo biografico ma anche storico (c’è in fondo tutta la storia del Novecento italiano, soprattutto  la storia di Ferrara, ebraica e non). In un certo senso anche un’autobiografia, perché, in fondo, è Ida Bonfiglioli che ci racconta in queste pagine la sua storia. Evidentemente è un po’ di tutto questo.

Possiamo senz’altro dire che si tratta di “interviste”. Mi chiedo appunto se Sabina Fedeli si sia messa davanti a Ida Bonfiglioli con un registratore e in una o più probabilmente più sedute le ha fatto la maggior parte delle domande alle quali si dà risposta in questo libro. Più probabilmente si tratta di conversazioni avvenute nel corso degli anni.

Anni fa era difficile affrontare certi argomenti, soprattutto quelli particolarmente dolorosi – e nella vita di Ida ce ne sono stati parecchi. Penso in particolare al silenzio di mio padre, reduce da Auschwitz, al quale non ho osato mai chiedere nulla e così non so quasi nulla della sua vita, anche se ne parlo sempre.

Dal libro viene fuori una persona eccezionale che non si è mai fatta sopraffare dalla sofferenza, anche grazie all’ironia o meglio all’autoironia, una medicina così cara a noi ebrei. Anche se nel suo cuore il dolore era sempre presente. Prima la tragica morte (quasi un suicidio) del padre irredentista, che pur di non servire nella Grande Guerra nell’esercito austro-ungarico si fece morire di consunzione. E poi la morte della madre Isa ad Auschwitz, la morte dell’adorata giovane nipote Alisa, quella del marito Renzo e infine quella del figlio Geri.

Ida ha visto nascere il fascismo: dalle prime azioni squadriste, tragicamente sottovalutate, alle leggi razziali, anzi razziste, con tutto ciò che seguì per gli italiani di razza ebraica, come si diceva allora (solo allora?). Fascismo che oggi, da più parti, si cerca di rivalutare, citando (almeno finora), fra i numerosi suoi crimini soltanto proprio quelle leggi che abbiamo ricordato, come se, tanto per fare due esempi, il delitto Matteotti e l’assassinio dei fratelli Rosselli fossero stati un dettaglio di poco conto, per citare il giudizio di Jean-Marie Le Pen sulla Shoah. Tacendo poi il suo aspetto più truce, cioè la mussoliniana Repubblica Sociale. E furono proprio i fascisti insieme ai nazisti a catturare e a deportare 8000 ebrei italiani di cui solo 600 sopravvissero.

Ida con il marito e i giovani figli Dori e Geri riuscirono a fuggire in Svizzera dopo un drammatico attraversamento delle Alpi, ma la vecchia madre Isa non riesce a tenere il passo e poco dopo si consegnerà ai tedeschi. Dopo fu ovviamente derubata – la Shoah, fra l’altro, è stato il più grande furto della storia – e portata a Fossoli, a pochi passi da Carpi in provincia di Modena, e da qui “spedita” ad Auschwitz su un treno merci piombato. Un viaggio particolarmente lento ma senza particolari intoppi. Mi riferisco ai partigiani e soprattutto agli Alleati che non pensarono mai di bombardare almeno le linee ferroviarie che portavano nei campi della morte. E poi non si è mai parlato abbastanza di questi viaggi lunghi e infernali, vera anticamera della morte.

Per tanto tempo, Ida, come tanti, cercò di conoscere la fine che aveva fatto la mamma, nella disperata speranza che si fosse salvata, e solo più tardi, come tanti, venne a sapere la tragica realtà. Poi la vita continuò, anche se irrimediabilmente mutilata. E c’è anche un grande segreto nella vita di Ida, scoperto soltanto dopo la sua scomparsa, ma non tocca a me svelarvelo.

Il 31 dicembre 2006 Ida compie 100 anni. Sabina scrive: «Una gran confusione regna nell’appartamento di via Mentana 15/A. Non si sta nemmeno a chiudere la porta d’ingresso tanto è un continuo di visite e scampanellate, di fiori e auguri. Niente candeline: Geri da pochi mesi non c’è più. Ci sono tutti gli altri: Dori e Franco, la nuora Jose, i nipoti grandi, Gadi, Ariel, Renzo, e quelli piccoli, Michael, Leone e David per i quali avrebbe voluto scrivere il diario della sua vita; c’è Mery, la sua amata badante, ci sono le troupes televisive per le interviste e l’assessore per la consegna di una targa. In questo giorno speciale ci sono anch’io, la compagna di Gadi».

E così si conclude il libro: «Avevo sentito tanto parlare di Ida in famiglia. Ma prima di conoscerla, nonostante le descrizioni rassicuranti, ne provavo una sorta di soggezione a priori. Quando l’ho incontrata nella stessa stanza in cui ci troviamo oggi, sette anni prima, è seduta sulla sua poltrona, i piedi sollevati da terra, il libro in mano. Io ho un nodo alla gola, un pancione di otto mesi e la voglia matta di piacerle. Un’occhiata e mi ha letto e ha lanciato il suo sorriso contagioso: “Mi tieni? Mi tieni?” si urlava da bambini mentre ci si lasciava andare di schiena, nel vuoto, salvati da “braccia amiche” un attimo prima di schiantarsi a terra. Ecco, quel tuffo cieco, quell’atto assoluto di fiducia, con la nonna, l’ho fatto subito, d’istinto. Poi non c’è stato bisogno di nulla. Quasi nemmeno di parole. Quelle sono venute dopo. Sono il mio timido omaggio alla sua memoria. Al ricordo di chi mi ha voluto bene e non potrò mai dimenticare. A Ida».

 

Sabina Fedeli
Gli occhiali del sentimento
Ida Bonfiglioli: un secolo di storia nella memoria di un’ebrea ferrarese 
GIUNTINA
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