Il Diario 1944 di Anna Ninci Meucci letto da Luciano Alberti | StampToscana
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Il Diario 1944 di Anna Ninci Meucci letto da Luciano Alberti

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Firenze - Pubblichiamo l’intervento che Luciano Alberti, musicologo e saggista, ha fatto in occasione della presentazione del libro di Anna Ninci Meucci “Nei giorni della battaglia – Diario 1944″, pubblicato da StampEditore – Thedotcompany.

Correva l’ anno 2004 e Piero – Piero Meucci, amico da sempre, fin dalla sua nascita – mi invitò a fare la prefazione di un altro Diario di sua madre: il Diario 1973. Piero è il figliolo che ogni genitore si augurerebbe d’ avere: figliolo di grande memoria. E d’ altra parte, Anna quella memoria se la merita tutta. Nel 2004 Anna aveva 84 anni e sarebbe vissuta altri 5. “Ci siamo tutti”. Così cominciava quella mia lontana prefazione. L’ ottica era quella di un presente, denso ancora di incontri e di vita.

In quel remoto 1944 del Diario che oggi si presenta, Anna aveva 24 anni.  Di allora – dei personaggi del Diario – si può dire che non c’ è più nessuno. Allora, io avevo 13 anni.

Di quei giorni della battaglia (così suona il titolo del nostro libro) io conservo molti ricordi: informi e infantili, sia pure, ma indelebili. Sono i ricordi di non poche delle vicende di cui Anna parla, in questi suoi Appunti, dal febbraio al settembre 1944: vale a dire il tempo del tragico passaggio della guerra per Firenze, data per città aperta dalla “beffa” del generale Kesserling: “il re dei criminali e dei banditi” (come lo chiama la nostra Anna).

Inutile dire che la lettura di queste pagine (e la visione delle atroci fotografie) io l’ ho vissuta nella personale risonanza di una comune esperienza (parzialmente comune, ma lancinante).

Gli Appunti iniziano da Cerbaia, in Val di Pesa, dove Anna è sfollata, dove riceve la lettera dell’  Università con la nomina di assistente (si era laureata in Economia, due anni prima, con una tesi sul colletivismo); ma lo sfondo agreste – i campi, l’ approssimarsi della primavera – cede allo sfondo urbano di una città tormentata. Nel complesso, questo Diario è un Diario fiorentino. L’ abitazione  della famiglia Ninci (la famiglia di Anna) siamo sicuri che è il palazzo di Via della Robbia, di cui  conosceremo bene l’ appartamento terreno, abitato da Ilaria: la figlia di Anna, una delle sorelle di Piero (con Titta).

Via della Robbia è la nuova via alto-borghese che in Cronache di poveri amanti Vasco Pratolini contrappone alla antica, proletaria Via del Corno: teatro – essa stessa: via della Robbia – di una violenta incursione squadristaai danni di un affermato professionista, militante nel fronte antifascista.

Ora, nel Diario di Anna, in quell’ agosto 1944 (l’ 11 agosto, per la precisione) vediamo come quel palazzo, quella Via della Robbia siano sfiorati dalla disordinataguerriglia che si protraeva, quando pure sembrava che Firenze fosse liberata. “Abbiamo avuto la sensazione tutti subito che i Tedeschi non ci fossero più […..] ma la sparatoria è cominciata e non è finita per tutta la giornata. Ci sono nidi di resistenza; Fascisti e Tedeschi, qui in via Pico della Mirandola e al Ponte del Pino; non si passa”.

Io, con  la mia famiglia, dallo sfollamento di poco sopra l’ Antella, si ritornò in città, nell’ illusione che fosse più sicura (la “beffa di Kesserling”); ma la nostra zona – al di là del Mugnone (gran barriera il Mugnone) – dovrà aspettare ancora un settimana per dirsi libera.

Appena fu possibile, anch’ io – come Anna – andai a vedere, in centro, le recenti ferite che i tedeschi ci avevano inferte: i ponti distrutti, le vaste, atroci rovine di qua e di là del Ponte Vecchio.

Anna ci dice le lacrime che quella vista le procurò.

Gli occhi di un ragazzino di tredici anni, facili a piangere per cose incommensurabilmente più piccole, di fronte a quanto sia storicamente tragico (immane), restano asciutti. Trasecolano. Non poche son le occasioni per cui Anna Meucci, ventiquattrenne, ci dice di aver pianto in quei giorni della battaglia.

Eppure Anna non è mai stata una ragazza lacrimosa.  Al contrario: era spavalda, pragmatica, razionale. Già – allora – come la conosceremo, adulta e anziana. Basterebbe pensare alla sua scelta universitaria.

Basterebbe pensare al “tono” della sua cultura; alle vaste letture di cui ci parla – continue, anche nei mesi di guerra – e alla selettiva predilezione che dimostrano le numerose e spesso ampie citazioni da tali letture: quanta grande letteratura russa; ma anche Joyce, Ibsen e Leopardi (dallo Zibaldone).

Nella sua bellissima, diffusa Introduzione Marino Biondi ce ne dà una analitica, illuminante spigolatura. Alla quale non azzarderemo aggiungere alcunché.

Solo, si annota come la presa di distanza da certe di quelle letture sia d’ ordine ideologico, politico, religioso; la distanza da Gide, dallo Joyce di Dedalus: dalla sua conclusione.

All’ inizio dei propri Appunti Anna ci dice di aver principiato a scrivere un diario nell’ estate precedente: quattro giorni dopo la caduta di Mussolini. Ma la valigia che lo conteneva le è stata rubata e lei ha – fortissima – l’ esigenza di riprendere il racconto delle sue giornate. Lo avvia (“oggi, 8 febbraio 1944”), citando una preghiera di  Santa Elisabetta Leseur “per chiedere a Dio la virtù della speranza”: la virtù che le manca.

Il sentimento più forte che vibra in tutte queste pagine è quello religioso: la Fede è già salda. Vissuta in una ligia quotidianità devozionale e, sorprendentemente più a fondo, nell’intimo inquieto della propria coscienza. Salda, la Fede si manterrà in Anna fino alla fine dei suoi giorni.

Ma adesso, nella sua prima giovinezza, la sentiamo “vibratile”; come non più, da adulta. Ritiratasi dalla tormentata Firenze nel “rifugio” di Cerbaia, scrive (il 25 marzo): “E’ questo, l’ attuale, il periodo poetico. Ho capito il valore di tante cose, di me stessa, dell’ amicizia,  dell’ amore, della bellezza, della natura, della fede”.

La fede: di contro, nella svolta storica che Anna viene registrando con piena consapevolezza – nell’ambiente fiorentino, attorno alla stessa università, ma di sicuro anche in campagna (in Val d’ Elsa: come, per me, all’ Antella e dintorni) emerge – epica – l’ impennata comunista.

Anna la registra; la comprende; partecipa – di fronte ad essa – del diffuso, inconfessato e malcelato complesso d’ inferiorità dei Cattolici.

Anna ha parole dure contro i comunisti. Ed esclama: “Eppure sono io a parlare così [.....] io che sono stata chiamata ‘la Pasionaria’, la collettivista, la comunista, la capopopolo; […..] ho leticato con tutti i professori e l’ anno scorso feci una conferenza in difesa del collettivismo”.

Come la riconosciamo, in questa ventiquattrenne, l’ Anna che incontreremo tanti anni dopo e cui vorremo bene. Giustamente Marino Biondi sottolinea il confronto che Anna fa (in data 15 settembre) tra il  “discorso del Rettorato” di Piero Calamandrei, celebratissimo (subito, a caldo: e anche dopo, nel futuro) e il “discorso di La Pira della domenica passata”. In sostanza, Anna ridimensiona la “gonfiatura quarantottesca “ (e addirittura deamicisiana,secondo lei) dell’ inno alla Resistenza partigiana elevato da Calamandrei. E’ sempre stata molto schietta l’ Anna.

Lei – ora – è già fidanzata con Gianni; ma in questi mesi travagliati, non pare che i due si incontrino. Sono entrambi lapiriani, naturalmente.

Questo difficile rapporto tra Cattolici e Comunisti Gianni lo affronterà con un libro che, per me, farà testo: Dialogo alla prova. Il tema sarà quello delle convergenze parallele, che costeranno la vita a Aldo Moro.

Oltre La Pira, pur sempre ammirato e amato, ci sarà – per la coppia Meucci e per il suo non piccolo entourage - la luce innovativa della Badia Fiesolana, di Padre Balducci, di Testimonianze: l’ estrema fioritura di quella grande “Chiesa fiorentina”, che – vediamo – incomincia a baluginare negli stessi Appunti di Anna. Sotto le ali dell’ amato arcivescovo Elia Dalla Costa.

Nel lontano 1944, chi c’ è accanto a Gianni e Anna?  C’ è un Don Mario, che individueremmo nel caro, indimenticabile Don Mario Lupori. Ci sono gli Zoli (Adone e i figli, pericolosissimamente incappati nelle maglie della Banda Carità).

Il fratello di Gianni, Piero, viene ferito da un franco tiratore il 21 agosto e morirà tre giorni dopo. Il Diario di Anna ne dà conto, con stringato dolore.

E c’ è una grandissima amica: Margherita Guidacci, la poetessa;  che però le vicende della vita porteranno a Roma e io (con mio rammarico) non l’ ho conosciuta di persona. Alla data 16 maggio si legge: “Ha ragione la Margherita, siamo in mano agli spiriti del male ed è inutile lottare. Quando uno ha pianto tutte le sue lacrime, che deve fare?” E alla data 7 settembre: “Ieri  parlai a lungo  con Margherita, abbiamo parlato del senso della giustizia nel mondo, di come si sentisse la necessità di questo bagno di dolore, come il mondo fosse avviato a questo in maniera indispensabile”

Tra le giornate più buie, per Firenze, il 1°e il 2 di maggio furono segnate da due terribili bombardamenti americani. Colpite le zone di Campo di Marte, di Porta a Prato (distrutto il palcoscenico del Teatro Comunale), di San Jacopino e Rifredi. “Non dimenticherò più il rumore assordante degli aerei in picchiati”; lei lo sente, atterrita, “nel giardino d’ Azeglio distesa sotto un albero”. E continua: “Non so niente di Gianni, son qui col crepacuore che mi logoro”. E’ la nota più pungente (isolata, in tutto il Diario) dell’ amore di Anna e Gianni.

Subito dopo la liberazione, accanto ad Anna c’ è Nicola Lisi, che invita lei nel chiostro di San Marco,il quale le appare come “una parte del suo paradiso”, con quegli amici dello scrittore “che hanno intenzione di fondare un giornale” (ma Anna ha paura “di vederli ricadere in un estetismo vuoto”); dove si vagheggia una Nueva Florencia (in Brasile!). “Abbiamo il guardiano, l’ agricoltore, il prete, l’ ingegnere, il dottore, il chimico, il musicista. Credo che si potrebbe benissimo creare un villaggio di gente felice”.Utopieeincredibili sbalzi tra angosce e sentore di possibili felicità oscillano di continuo nelle pagine di Anna.

Entro il chiostro di San Marco, verisimilmente, o comunque entro quella schiarita si stagliano le figure di alcuni artisti: di Pietrino Parigi, l’ incisore (ammiratissimo), di Giovanni Michelucci.

Fin da allora; molto, molto più tardi la mia preziosa amicizia con il grande architetto nascerà in casa di Anna e Gianni, quella di via Trieste, nel corso di uno dei famosi “capanni” che la coppia predisponeva per accogliere amici – personaggi anche notevoli – attorno a una tavola e in salotto (essendo capanno la traduzione vernacola usata da Gianni di simposio, di convivio, di agape!).

Alla data 7 settembre 1944, di lui Anna dice: “Ho molta fiducia in Michelucci, quell’ uomo mi ha fatto una grande impressione: di uomo intelligente e sensibile e di grande cristiano (sua moglie è una donna fortunata)”.

Gianni e Anna.

Il 25 giugno: “Se vivo mi sposerò presto; sei mesi, un anno. Ormai penso al matrimonio con gran calma: Ci arrivo ormai abbastanza delusa, delusa per lo meno quanto è necessario per accettarlo”

Sorprendono un poco queste parole. Vanno intese – crediamo – in rapporto non alla persona (a Gianni) e certo non al sacramento, quanto allo status, al pensiero delle responsabilità future, del farsi un famiglia (in quei tempi!). Si ricollegano – ciclicamente – alla mancanza di speranza con cui inizia il Diario; speranza in se stessa: risorsa umana e virtù teologale. Quella per cui Anna prega Dio con le parole di Elisabetta Leseur.

La previsione di Anna si mostra esatta: le sue nozze con Gianni saranno il 14 ottobre 1945.

Torna alla memoria “la grande impressione” che ha fatto ad Anna Giovanni Michelucci: “di uomo intelligente e sensibile e di grande cristiano”, con la chiosa (tra parentesi): “sua moglie è una donna fortunata”.

Bene. Anche Anna – la vita lo dimostrerà – sarà una sposa fortunata.

Luciano Alberti

 

 

 

 

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