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L’inquieta ricerca di Lidia Sella

lidia sella

“Composizione dialettica”: quale miglior termine per definire il nuovo libro di Lidia intitolato Strano virus il pensiero.

Assetata di ogni forma di cultura, scienza e conoscenza, purché libera e indipendente, Lidia nutre il pensiero con scrupoloso rigore. Opera con le parole, i concetti, lavora con tutte le discipline dell’attività umana, in un abbraccio enciclopedico tradotto in aforismi, brevi pensieri o poesie.

Il risultato è un mosaico innovativo di realtà “aumentata” e al tempo stesso una ricerca di antica sapienza.

Lidia crea un generoso lessico di neologismi. Basta leggere l’indice delle sezioni che lei chiama Ramificazioni, un repertorio, un prontuario a cui nulla sfugge. Dal microcosmo al macroscopico.

Nella parola poetica di Lidia è sempre presente un profondo razionalismo scientifico-filosofico o l’incanto esoterico del magico, una meditazione capace di cogliere ciò che la mera logica non consente di afferrare.

Le dinamiche del pensiero e del reale si intrecciano e il suo spirito d’indagine vitruviano, come grido rinascimentale, come volontà deterministica è convinto che il pensiero sia in grado di trasformare il tessuto del reale. Dall’alfabeto alle sonde spaziali la necessità enciclopedica diventa impietosa rivoluzione illuminista che, come un tappeto mobile spaziale, conduce all’ ombelico del cosmo.  Perfino il disincanto ideologico al servizio della comprensione probabilistica, tipico dei fisici quantistici o il convincimento sinergico di struttura di un albero infinito e ramificazioni simili alla geometria dei frattali, o ancorail fiero relativismo saldo ai principi cosmici sono caratteristiche della sua scrittura.

Lidia non teme la tragica e spietata legge di Natura, la stessa che regola la generazione di corpi celesti per esplosione o gli abbandoni per le separazioni degli amanti.

Nella consapevolezza che il linguaggio, scientifico o poetico, è universale, è pura creatività e anch’esso specchio dell’essenza del pensiero, Sella sceglie un verso in prosa, prosimetro, come bene ha colto l’insigne prefatore Antonio Prete, che sottolinea come la scrittura di Lidia non si distende per intero nella prosa, né si raccoglie completamente nel ritmo del verso. Diventa strumento capace di variabilità delle misure, dei toni, dei registri. È più utile a catturare e congelare nella pagina i movimenti non lineari, direi caotici o browniani, spesso ondulatori, del pensiero.

Un linguaggio quello di Lidia poeta, legato a corrispondenze musicali, dove la parola coniuga forma e contenuto. Non insegue, anzi rifugge, verità dogmatiche, fideistiche o religiose.

Lei stessa dice:

La mia spiritualità non si ciba di ostie

ma di radici indoeuropee.

Professo la religione del dubbio

le verità rivelate non fanno per me. 

E ancora più avanti sempre a pag.47 nello stesso componimento

Sul libro della scienza trovo più risposte

che nei testi sacri.

Davanti alla pagina bianca Lidia si pone con estrema personalità, con estrema originalità ed efficacia. Lo affermo perché sono convinto che un poeta arriva alla pagina con una voce interiore impellente, anche se solo poco chiara o parzialmente definita, perché solo abbozzata vuoi per l’incipit, oppure per il corpo, o fosse anche per la sola chiusa. Il resto viene elaborato poi.

Quello che è certo è che è impellente e che deve essere riversata con inchiostro sul candore del foglio entro il movimento gestuale della mano, perché brucia dentro, pena l’oblio, nessun ricordo dopo qualche ora per parole e loro sequenze.

Questa voce è il risultato di una lunga o, al contrario di una brevissima, fulminea intuizione. Per meglio esprimere, una folgorazione, un ascolto del tutto, in cui siamo energie che sia giungono, sia da noi si irradiano, ma riguardano le nostre anime. Il nostro sentire, voci che passano per l’anima.

Il canto poetico prende forma nella mente allargata ai sensi, si veste di sonorità, di significato attivo acustico, sensoriale e semantico. Giunge, tramite la gestualità della scrittura, ad essere parola nel filo nero, che taglia il candore della pagina. È lì che si veicola il messaggio nascosto o palese, indiretto o evidente; un testo che diviene lettura e vocalizzazioni, un’onda acustica se la leggi ad alta voce. Da voce interiore inclusa a voce declamata e stentorea, nella lettura mentale o nella lettura attoriale.

Lidia Sella inverte il punto di vista della sua osservazione poetica, cambia lo strumento della creazione delle immagini poetiche. Concentriamoci sul perché Lidia sia arrivata a questo.

Fin dal primo componimento, il punto di vista artistico non si centra sul poeta, ma si proietta all’esterno, quale telescopio sul cosmo.  Come se il teatro dell’anima, che normalmente ha luogo dentro il poeta, esplodesse i confini e indagasse lo spazio profondo e le sue dinamiche. L’occhio del poeta è rovesciato. Invece di guardare, come per tutto il Novecento, allo spettacolo dell’interiorità, è puntato verso l’esterno, ma non a uno scenario di paesaggi che un pittore impressionista o macchiaiolo contempli in estasi. È puntato, invece, nell’universo profondo. L’occhio diventa una telecamera di un reporter-astronomo che proietta su di noi, sulla Terra, le immagini captate da lande siderali. A guardar meglio, le telecamere dello spazio sono due, puntate in maniera opposta a raccogliere elementi contrastanti, “lucebuio”, “suonosilenzio”, “dolorefelicità”, “esserenulla”. Gli obiettivi riprendono, nello stesso istante, realtà distinte e opposte o inseparabili, intimamente connesse.  Riprendono la dualità dell’essere nella sua natura ossimorica. Nella sua tautologica dinamica, per generare una dialettica che va oltre la registrazione degli opposti, oltre la registrazione dei complementari, ma pone tali elementi su una tavolozza, mescolati e diluiti per generare un lessico in cui Lidia sostanzia quel pensiero che lei definisce strano virus.

Ad esempio, nel componimento 

Il grande gioco

Materia contro antimateria:

sulla scacchiera del tempo

          nel segno della vita

 la prima mossa.

Da dove questa originale e personalissima concezione poetica? Questa innovativa forma interpretativa della lirica? Questa scrittura che pure abbandonando la prosa diventa frammento, aforisma, coglie luci e silenzi siderali, protagonisti gli elementi fisici, primordiali, nel desiderio di indagine presocratica dell’essenza della vita contemporaneamente filosofica e fisico-scientifica?

Sella contamina l’arte poetica con linguaggio e concetti scientifici che spaziano dalla fisica quantistica alle nano-particelle, dalle neuroscienze alla biologia molecolare. Inutile restringere il linguaggio poetico nel nostro secolo a quanto è già stato fatto in passato.

Eppure Lidia impiega anche i registri della poesia tradizionale.

A pagina 19, scrive:

Fiore,

se dal tuo stelo colasse sangue

e lacrime dai petali,

rinunceremo a coglierti?

Lidia sembra voler suggerire che la poesia contemporanea non può trascurare l’enorme progresso delle conoscenze, né passare sotto silenzio alcun campo d’indagine, alla ricerca dell’essenza della vita. Il suo è un abbraccio di contaminazione che chiama in aiuto tutte le poderose energie del sapere.

 

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