Time, Pink Floyd (1973) | StampToscana
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Time, Pink Floyd (1973)

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Siamo noi a esistere nel tempo o è il tempo che esiste in noi? E’ la domanda che ci fa entrare nel mistero del tempo, che in realtà non è quello che ci appare, cioè “il precipitare di secondi, ore, anni che ci lancia verso la vita e poi ci trascina verso il niente”, come scrive Carlo Rovelli all’inizio del suo ultimo libro “L’ordine del tempo”, diventato un best seller.

Il tempo siamo noi, conclude lo scienziato, con una visione  positiva, “un miracolo prezioso che il gioco infinito delle combinazioni ha aperto per noi” del quale possiamo gustare l’intensità, nonostante la sua finitezza. Ma altri pensatori la vedono in modo diverso, come Giacomo Leopardi del Venditore di Almanacchi (Operette morali) per il quale il tempo fuggitivo non lascia tracce se non di infelicità e l’unica vita bella è quella che non si vivrà perché abita nel futuro e nella speranza.

Anche i Pink Floyd di Dark Side of the Moon si pongono su un malinconico registro negativo: tu te ne stai giovane a goderti il sole e a osservare la pioggia, quando c’è tempo per ammazzare l’oggi e poi ti ritrovi con dieci anni in più sulle spalle perché nessuno ti aveva dato il via. Poi sei costretto a correre per il resto della vita “per raggiungere il sole”: ogni anno si fa più breve e si resta appesi a una “quieta disperazione”, che è il modo inglese di affrontare il dramma dell’esistere, fino a che il tempo se ne è andato e la canzone è finita. “Eppure pensavo di avere ancora qualcosa da dire”.

Time è una delle perle dell’album capolavoro del gruppo inglese, quello che coglie di più le angosce e i timori, le difficoltà e le alienazioni con qualche grande momento di lucidità e profonda armonia con la grandiosità dell’universo e il rapporto ingenuo e generoso con l’altro.

 

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