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Potere

“Memento mori! Memento te hominem esse! Respice post te! Hominem te esse memento”. Sintetizzato: “Ricordati che sei solo un uomo e che devi morire” . Era la frase che sussurrava lo schiavo al triumphator, mentre gli reggeva sul capo la corona di alloro. Una piccola ma significativa ipocrisia che, soprattutto in epoca repubblicana, tentava di far da contraltare al resto della fastosità: carro in avorio, la tunica palmata, la toga picta, più tutto il resto delle insegne e delle decorazioni,  in mezzo a una folla osannante il generale  che aveva riportato una gloriosa vittoria.

Da allora le rappresentazioni del potere non sono mai state molto diverse, a parte qualche cambio di tecnologia, ma l’animus si è conservato. Con la variante decisiva dell’assenza dello schiavo che mormora frasi di inutile saggezza. La stessa idea che oggi si viva in una civiltà dell’immagine e che l’immagine che il potere offre di se stesso sia un cambiamento epocale contrasta con alcune realtà storiche. Quando Ramses II il Grande combatté la battaglia di Qadesh contro gli Ittiti di Muwatalli non vinse, anzi rischiò pure di perdere: la partita finì in pareggio, e senza neppure usare tutte le truppe. Eppure al suo ritorno in patria fece scolpire  a Karnak , a Luxor e altrove la rappresentazione del suo trionfale successo sui nemici. Che oggi tutto questo si possa fare per  televisione, cambia poco nella sostanza. Tanto più che oggi è andata persa soprattutto la simbologia del potere, certi tipi di sfarzo, le insegne, i colori, i titoli. Ma questo non ha diminuito l’idea dello sfarzo, ne ha solo cambiato la natura. Anzi la democrazia, in specie quella nazionale,  sta subendo una metamorfosi evidente. Innanzi tutto il trionfo è da attribuirsi a una sola persona, anche se questi non sia più imperator. La precedente rappresentazione del potere era più diffusa, condivisa, suddivisa: uomini, organizzazioni, associazioni, mitici poteri forti costituivano il complesso del potere che non aveva un volto unico ma una consistenza riconosciuta.  Oggi la nostra rappresentazione ha riscoperto il volto del dominatore. E il potere diffuso, quando anche esista, si sfuma mentre in una dissolvenza incrociata compare un volto unico. Con l’immediata scomparsa della tesi, che ha governato a lungo, secondo la quale “non contano gli uomini ma le idee”. Ora le idee sono diventante non tanto una “variabile indipendente”, quanto una semplice struttura di sostegno, un abito da indossare giusto perché non sta bene girare nudi. E come accade per gli abiti, ce ne sono per ogni occasione.

E dove si riconosce il potere? Lo si vede bene. In genere è circondato da un alone di nullità, da un ronzio di obbedienza, da una infantile alacrità e devozione. E questo atteggiamento è favorito, incoraggiato. Scompaiono, come si diceva, i simboli del potere e tali diventano gli umani stessi. In sostanza l’unico simbolismo del potere che permane oggi, rispetto al passato, è la corte. Cioè lo sciame gregario che si nutre del potere che esso stesso contribuisce a esaltare.

Non si tratta qui di denigrare l’idea di potere in nome di una sorta di democrazia orizzontale assoluta che non esiste. Lo si vede bene nelle vicende nazionali: chi sostiene una tesi del genere la pretende con assolutismo e intolleranza. Il cervello umano è concepito per riconoscere e seguire una guida. Il pifferaio magico non è una fiaba, ma una rappresentazione semplice e fantasiosa di una realtà riproducibile anche con esperimenti. Se si crea una finta fila di attesa, anche dove non c’è niente e senza che vi sia un obiettivo dichiarato, in breve molti altri si accoderanno, pur non sapendo perché, semplicemente in attesa.

Il problema è come si sfrutta questa condizione umana. La perdita “democratica” di antichi simboli del potere (esistenti ormai solo nelle monarchie) e nei regimi ostentatamente autoritari, ora viene compensata  dalla ostentazione del potere stesso. Mettiamola così: il pronome maiestatis del “noi” è stato sostituito  dallo spesso impudente “io”.  La simbologia del potere è divenuta verbale e fisica di sé, mentre, a far da contraltare, c’è una rappresentazione estetica molto “democratica”: rare cravatte, abbigliamento sportivo o lievemente trasandato, linguaggio semplice, paratattico e apodittico destinato soprattutto alla parte bassa del busto e non alla parte alta della testa.  Il messaggio è più o meno questo: sono “quasi” come voi, l’unica differenza è che il mio “io” è di gran lunga più potente del vostro.  Si propone una “non diversità” sociologica, culturale, estetica e comportamentale a significare il pericoloso concetto “sono uno di voi”, ma con maggiore volontà operativa. Al potere un finto uomo qualunque.

Diversa è la simbologia esteriore in campo femminile. Le donne che hanno un curriculum forte, con esperienza e qualità certificate tendono a una rappresentazione sobria di sé. Coloro, invece, le quali hanno un percorso meno sofferto e più rapido, esibiscono una rappresentazione di se medesime  più ostentata, a significare che anche quello è un lato del potere.

Un altro elemento visibile del potere che vive di se stesso è la visione familistica, amicale, affettiva del suo esercizio. La necessità della fiducia e dell’obbedienza sostituisce l’identità e la coerenza di pensiero. Essendo l’Uno e non più i Molti a esercitare il  potere, almeno come tendenza, ne deriva la necessità di legami extra “ideologici” anche più forti di questi. Non solo, ma quella che un tempo, non molto lontano, era una ricchezza, cioè la diversità, oggi è trattata quasi come tradimento: è l’unanimità che garantisce l’interesse collettivo: il dissenso o è da parrucconi o da estremisti. Sempre il potere cerca di ridurre il dissenso, è ovvio e naturale, ma la concezione attuale lo identifica come intrinsecamente nocivo, quasi contro natura. E la pluralità si restringe fino al pronome singolare in prima persona. Un male diffuso: prima appannaggio di una anomalia, oggi frutto di una concezione culturale prima che politica.  E, in una sorta di  futurismo di ritorno (banalizzato), la velocità e l’agire sono i canoni da rispettare, avendo in seconda linea, o forse anche in terza o quarta, l’analisi del cosa e del come. Nel primo numero dell’Italia Futurista, giornale del movimento, primo giugno del 1916, il fondo di Marinetti si intitolava “La nuova religione del velocità”. Tutto ritorna.

Il potere è un arma,  e come tale non è criticabile per sé quanto per l’uso che se ne fa. Le pistole fumanti non fumano mai per autocombustione.

Ma una grande mutazione è avvenuta nella rappresentazione del potere. Nella storia lo abbiamo visto ostentato in vari modi ma con un tratto comune: era la grandezza di qualcuno, del suo agire, delle sue conquiste, della sua linea di sangue, del legame divino. Oggi la veste non è più quella splendente del signore e padrone. No, oggi è il volto democratico, l’efficienza, la praticità,  la semplicità (non opposta a complicazione ma a complessità). Si va oltre il pensiero di Einstein che diceva che le cose vanno rese le più semplici possibili, ma non di più. Oggi in tanti vogliono il di più, perché la mente non debba trovarsi a affrontare pensieri complessi, ma concetti lineari e appetibili: non elaborati banchetti, ma pappine digeribili per neonato. Il compito del potere oggi è produrre concetti omogeneizzati, digeribili e che non producono coliche d’aria. E ovviamente con un contenuto di fede, credere senza conoscere: questo significa che conta non cosa viene detto ma da chi viene detto. Un colpo geniale: una tortuosa via che corre tra le immagini di un sacerdote antico, un sovrano assoluto e un sincero democratico. In attesa che nuovi modi e nuove credenze si affaccino sulla terra svagata degli uomini abbagliati.

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