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Politica

Firenze -  L’Italia è campione mondale di pensiero laterale, anche se con una variante tutta nazionale. Infatti noi non guardiamo i problemi da tutti i punti di vista per risolverli (il pensiero laterale non vuole che ci si concentri solo direttamente sul nodo del problema) ma usiamo questa tecnica per evitare il problema, come scappare da una porta laterale.  Prendiamo alcuni cavalli di battaglia, sui quali si sprecano fiumi di idee e di banalità. Il finanziamento pubblico, il bicameralismo (oltre a riduzioni drastiche  delle rappresentanze), il regime semipresidenziale, l’abolizione delle province: solo alcuni esempi. A ciascuno di questi temi viene attribuita la grande qualità di far risparmiare sui costi della politica e sulla efficienza della macchina decisionale. Ed è vero. Si risparmia. Molte centinaia di milioni. Questa sì che è democrazia. La politica non deve costare niente o quasi, la devono fare in pochi e ben preparati.

Questo è un classico del pensiero laterale astuto. Tutto viene presentato come modifiche essenziali a un sistema, facendo finta (molto finta) di non capire che si propone un modello di governo e di rappresentanza paragonabile alla riscrittura di una costituzione nuova di zecca, come dopo una rivoluzione. Ma la cosa potrebbe anche andare bene. Se non ci fosse un piccolo particolare.

Come potrebbero le nuove istituzioni funzionare con 60 miliardi di corruzione, tra i 150 e i 200 di evasione fiscale e altrettanto (difficile a dirsi) di criminalità organizzata? Occorre modificare la Costituzione per fare leggi decenti e serie in questi campi? Come può funzionare il semi presidenzialismo, o una singola Camera con meno deputati se alla fine l’obiettivo è irretire la giustizia con leggi che favoriscano corrotti, evasori e criminali? Non è un caso che il semi presidenzialismo è sostenuto con maggior vigore da chi è poco propenso ai controlli di merito e di forma e tanto meno alle sanzioni. I sistemi non sono buoni e cattivi per natura, ma per la modalità di attuazione e soprattutto per il contesto nel quale vigono. Qui, per questi temi, vale la abusata battuta delle “armi di distrazione di massa”. Si ascolterebbe volentieri un dibattito sula forma di governo e sulla rappresentanza e sui costi della politica tra persone che hanno già dato indicazioni severe per rendere l’Italia accettabile su quegli altri temi. La lotta ai costi della politica sarebbe molto più credibile se si mettesse in campo la voglia di colpire l’idea che rubare poi non è così grave, e che se proprio lo si è fatto ci si affida alla prescrizione per non essere puniti, o magari alla immunità parlamentare. Così come sarebbe meglio  se avessimo dei partiti senza capi autocratici (camuffati in vario modo) e con sistemi interni meno militarizzati. I sistemi devono essere coerenti: non si può invocare democrazia e partecipazione se la si nega al proprio interno.

La grande innovazione politica degli ultimi vent’anni, a prescindere dalle cose dette o fatte, è stata la sfacciataggine.  Che, essendo un sistema assolutorio di se stessi, ha preso piede rapidamente. C’è sempre stato chi si è fatto delle leggi per proprio comodo, ma ora si indica questo atteggiamento come legittimo. Così nello jus gentium entra un nuovo brocardo che grosso modo recita così: se mi comoda, è giusto e democratico. Evidente che un simile principio abbia trovato fautori (anche se non dichiarati) zelanti, poiché il vantaggio è ben chiaro: sfuggire all’odioso ricatto della norma che, come è noto, deve essere, dovrebbe essere, generale e astratta. Ecco l’inversione: particolare e specifica.

La vera corruzione è qui, non nel prezzolamento di fanciulle sfrontate. E nemmeno in molte leggi di sartoria, cucite  da rozzi sartori del diritto. E’ nello stravolgimento di tutto la cultura giuridica democratica faticosamente conquistata negli ultimi due secoli con rivoluzioni, battaglie dolorose, guerre sanguinose e devastanti. Tutto cancellato con la sfacciataggine, in  un paese dove l’arroganza pare carattere, la menzogna abissale una verità plausibile (troppo grossa per non essere creduta), dove l’incompetenza si trasforma in creatività, e l’aggressività in rigore morale posticcio.

Le stesse figuracce, il ridicolo accumulato in giro per il mondo o in terra patria, diventano strumenti di fama, di accrescimento della notorietà che, di per sé, diviene qualità umana e professionale. La conseguenza naturale di questo clima è che il dibattito sulle “cose concrete” (odioso aggettivo che sta lì  come una protesi estetica), sia rigorosamente apodittico e estremistico. C’è una pratica sempre più evidente del “tutto o niente”, con l’ovvia prevalenza di quest’ultimo. La sinistra non può più vantarsi di avere lei nell’estremismo la sua malattie infantile. L’infezione si è estesa, anche se è mutata l’eziologia. Non la smania di essere i detentori del vero, ma la convenienza di spararle molto grosse così da essere più credibili. Diciamo quindi che abbiamo un estremismo della maturità dell’inganno. Un sovvertimento anche qui notevole  di regole consolidate. Il moderatismo si esprime con l’estremismo, almeno a destra, mentre a sinistra l’estremismo è la pallida copia di Robespierre, senza ghigliottina, se non per se stessi e autoinflitta.

E cresce il numero di  guide autocratiche, di capi duri e intransigenti, gentili solo con le proprie contraddizioni e inconsistenze. Capi che non vogliono essere compresi o interpretati, ma solo obbediti ma con l’aria di chi abbia deciso per conto proprio. Una obbligatorietà spontanea, una adesione mistica con la pretesa di sembrare ragionata. E non mancano gli espedienti semantici,  che nel linguaggio patrio è ormai un’arte. Per non dire:  “senza regole e si fa come dico io”, si recita un “non statuto”. Come il “non compleanno” che Humpty Dumpty spiega a Alice, così da ricevere regali non genetliaci tutto l’anno, tranne che nel giorno del compleanno. E tutto ciò avviene nella più tranquilla serenità, perché la regola è scomoda, fastidiosa e invalidante, la non regola è libertà, modernità, giovinezza, e soprattutto democrazia partecipata. E chi è capo ha inoltre un diritto inalienabile: cambiare sempre parere, a seconda  del vantaggio del momento e anche dell’umore, e della vanità esaltata o ferita. Una commedia dell’arte il cui canovaccio si scrive giorno per giorno.

Ecco dove si annidano i costi della politica.  Intanto si spinge a ululare al passaggio di auto blu, di senatori e deputati, di boiardi di Stato e o anche di modesti consiglieri comunali tutti ugualmente additati come casta onnivora. Certo che c’è il marcio, certo che ci sono troppi parlamentari, troppe spese generali e altro. Ma non saranno certo il (semi) presidenzialismo o il monocameralismo a renderci migliori. Né tanto meno l’abolizione delle province. Argomenti seri di riorganizzazione dello Stato usati come espedienti elettorali e mimetici rispetto alla sostanza grave dei problemi. Lo stesso tema dell’economia è frutto di argomenti irrazionali, deve stupire  e convincere badando con cura che non si frapponga l’intelligenza a creare dubbi o analisi razionali. Quindi l’antico vezzo di far proposte senza indicare i modi possibili per realizzarle è in piena attività. L’importante è urlarle, poi si vedrà.  Questi sono i costi della politica, quelli nei quali la ragione o, orrore, perfino il buon senso possano fare da regolatore e mediatore. Ma mediare è una parolaccia oscena, indica un truce mercimonio senza la purezza dell’integralismo di maniera. Così la politica passa da arte del possibile al mestiere dell’impossibile. Tranne i fatti propri, i propri interessi, la propria vanità. Peraltro tutte cose lecite ma, come per ogni droga, in modica quantità.

Infine un piccolissima questione.  Un tema sfruttato da qualche anno è il seguente: sono uno di voi. Ecco il guaio sta proprio lì, non sono migliore e quindi stessi vizi ma ingigantiti.. E che siano così, si vede benissimo. Ma, anche in questo caso, un  vizio capitale si è abbigliato da virtù cardinale. Con tutti gli effetti conseguenti.

 

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