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Cultura

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L’idea di cultura è bizzarramente divisa in due. In realtà i filoni sono molti e molti di più. Ma i corni più evidenti sono la cultura scientifica e quella classica. Poi sotto questi termini si affollano aggettivi come “materiale”, “sociale”, “gastronomica” e via così. A sottintendere qualsiasi insieme di nozioni e costumi. Un modo anche per dare dignità alla banalità. D’altra parte, ci insegano i linguisti, la lingua è cosa viva ed evolutiva: i significati cambiano, si modificano, perfino si invertono. Quindi è inutile cavillare.

Ma c’è un discrimine che non risente del mutare del dizionario. Se andiamo a ben guardare nelle accezioni contemporanee, le vere due correnti di pensiero sono queste: l’utile e l’inutile. Non si sta qui a entrare in una analisi vetero marxista sul profitto. La questione è un’altra. Sempre più diamo al termine cultura un valore funzionale, pratico che, appunto, produca una qualche utilità. Serva a qualcosa. Il sapere come il cacciavite o l’aspirapolvere. Basti pensare a una indicazione raggelante: la scuola deve servire all’impresa. Per non parlare di una delle parole più in uso oggi, finita anche nei decreti legge: il “fare”, nipote del vecchio “decisionismo”. Come se “fare” fosse un valore a sé stante, una specie di futurismo d’accatto e impoverito. Come se il “fare” non avesse bisogno di aggettivi o avverbi per essere definito, ma brillasse di luce propria come una stella e non come un  pianeta che ha bisogno di molte condizioni specifiche, e prima di tutto di una buona stella, con il giusto calore, la giusta distanza. Che, nel caso specifico, sarebbe la cultura di un popolo, la capacità di riflettere, una visione del mondo e delle relazioni tra gli umani, una gerarchia di valori e molto altro. Una delle infamie maggiori che oggi si lanciano con noncuranza è l’intolleranza per le discussioni, bollate come “perdita di tempo”. Facendo finta di non distinguere tra necessità e eccesso.

Presto presto, veloci veloci, ma per andare dove? I fini ultimi si frantumano a causa della velocità. Una mentalità che attacca duramente la cultura classica, superflua con le sue poesie, con la sua letteratura, ma perfino con la geografia, una buona conoscenza della lingua, senza parlare di filosofia. Quest’ultimo è un termine usato soprattutto per indicare una perdita di tempo. Con buona pace di Socrate, Platone, Aristotele e tutti i successivi perdigiorno fissati con l’incomprensibile passione di capire chi siamo. Gli argomenti dei “pratici” sono ancor più buffi quando gli stessi vantano le meraviglie dell’Italia, delle sue arti, della sua cultura. Giusto una cosa da vendere al turista frettoloso e non certo fonte di nutrimento per cervello e anima. Senza dimenticare l’ormai perduta pratica del ricordare, senza la quale la cultura fa poca strada. Una poesia a memoria non era nozionismo ma esercizio di una funzione, senza la quale non si esiste. Senza memoria, personale e collettiva,  sei niente. E così un popolo di smemorati si governa meglio.

Ma questo è un dibattito che non sta in piedi. Per Tullio De Mauro, che di italiano si intende, il 71 per cento degli italiani è sotto il livello minimo di comprensione di un testo di media difficoltà. Di conseguenza solo il 29 per cento possiede gli strumenti per padroneggiare la lingua. In  più  il 5 per cento non distingue neppure lettere e numeri, e il 30 per cento riesce a leggere solo piccoli testi di infimo livello, oltre i quali non va. Diventa perciò insensata l’indignazione allorché si afferma che il 10 per cento degli italiani possiede oltre il 46 per cento della ricchezza. Che cosa si aspettavano dall’ignoranza? E che in questo vi sia un disegno, anche in modo involontario, è dimostrato proprio dagli argomenti sulla inutilità di un certo sapere, dalla necessità di avere una scuola “utile” a formare “aziendalisti”, operai o manager che siano. D’altra parte anche Adolf Hitler sosteneva che “la cultura fa male ai nostri giovani”. E da questa logica  non si salva la scienza, amata soprattutto per la capacità di produrre tecnologia, e non certo per l’insana mania di scoprire come funzionano le stelle o quanto durerà l’universo e come morirà. Vittima, sebbene anche essa troppo a lungo ostile all’idea di cultura libera, anche la chiesa e la fede: perché inutili non essendo immediatamente produttive.  Il che non significa aspirare al pauperismo e il ritorno a mitiche epoche d’oro che non sono mai esistite. Ma solo cercare di dimostrare che l’ossessione della funzionalità, della praticità, dell’utilità  hic et nunc produce comunque un impoverimento umano, sociale, personale.

In questo senso diventa determinante proprio la cultura classica, essendo l’unica  che non ha fini apparentemente pratici, tranne la capacità di insegnare a ascoltare, comprendere, analizzare, criticare, proporre, correggere, e tutto con l’uso esclusivo del cervello e non della pancia. Perché la politica pare sempre più in mano ad imbonitori? Perché si punta a livello bassissimo. Non è un caso che Silvio Berlusconi abbia sempre suggerito ai suoi adepti di parlare al popolo come si parla a un bambino. E magari ha pure ragione.

La conoscenza è la radice sulla quale si fonda l’umanità, anche nella mitologia. Perché si immagina che Adamo venga severamente punito per  aver disubbidito al divieto di non mangiare i frutti della conoscenza? E perché viene cruentemente punito Prometeo, un’aquila gli mangia continuamente il fegato, per aver dato le scintille di fuoco agli uomini? Bastano questi due miti a spiegare che la cultura è libertà. La libertà sta in odio a chi vuole mantenere o conquistare il potere, e la via più breve per farlo è l’ignoranza altrui. E infatti immaginano una punizione esemplare  per aver violato il vincolo dell’obbedienza. Lo avevano capito subito gli antichi, mentre noi mostriamo di fare fatica a prendere in considerazione questa idea. Eppure si sa che chi conosce meno parole sarà sempre ingannato da chi ne conosce di più. In principio era il verbo (logos, parola) e il verbo era presso Dio, come dire che la parola è Gesù e questi è Dio. E’ la parola che rende divini, e la parola significa  il sapere, la sapienza, l’essere. Rinunciare al sapere, nella sua concezione più astratta, significa ridursi a una vita meccanica, funzionale,  un ritorno a un mero sintomo di sopravvivenza, regredire come animali, avendo buttato via forse un milione di anni di evoluzione. Ci poniamo il dilemma di quale debba essere la cultura prevalente mentre cresce a dismisura l’analfabetismo di ritorno, mentre in tanti gridano la necessità che le scuole superiori si trasformino in scuole “tecniche”, una specie di scuole dell’avviamento di un tempo. Tecniche anche se legate a una attività manageriale ma limitata, specifica, settoriale, tutta dedita alla pratica e al risultato. E a nient’altro.

Inoltre è evidente che man mano che si sale nella scala del pensiero (ci si passi l’espressione) la cultura classica e quella scientifica tendono a convergere in una filosofia del tutto, in una visione che pare tornare indietro al Rinascimento in cui l’uomo di genio raccordava ogni tipo di sapere. E’ difficile porsi i grandi temi della scienza senza collegarli ai dubbi e alla ricerca della filosofia, oppure alla  analisi dei modelli sociali di oggi e di domani.

Non c’è contraddizione nella conoscenza, solo un’ansia insaziabile di avere di più, una onesta ingordigia, una bulimia salutare, rispetto a quella anoressia che pare voglia stringerci la mente per farla divenire smunta, superflua e obbediente. Difficile dare maggior valore alla cultura classica piuttosto che a quella scientifica. Di sicuro l’una non può fare a meno dell’altra.

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