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Il blog di Francesco Colonna
Europa

Europa

Firenze – Molto si discute e si litiga sull’Europa. Temi i bilanci, l’austerità e il rigore finanziario, il risanamento e infine l’immigrazione. Questioni capitali, non chiacchiere da pappagalli politici. Degni perciò di essere affrontati con la dovuta serietà e profondità. Ma, a ben guardare, la cosa che più è alla base delle attuali controversie non ha a che fare con la l’economia, la finanza, la sociologia. Ha a che fare con la memoria. Anzi con la curva dell’oblio. Cioè quella curva fatta di tempo e di concetti trattenuti nella mente, che diminuiscono al passare del tempo, a meno che non si applichi la curva della ritenzione che invece dimostra come il ripetere del concetti favorisce appunto la loro ritenzione. Questi concetti francamente posso apparire ovvi e banali. Ma poi, nella sostanza, sono altro. Anzi restano quel che sono, solo che ce ne dimentichiamo. Cioè ci dimentichiamo di ricordare. Troviamo il ricordare o noioso o fastidioso e quindi lo tralasciamo deliberatamente. Una sorta di obsolescenza programmata della memoria. Se non programmata, almeno premeditata. L’Europa è in questa condizione. Dimentica, e propone idee nuove che altro non sono che idee molto datate. Più che idee, percezioni, paure, sindromi come davanti a situazioni nuove. La prima guerra mondiale, chiamata grande, ma che fu la minore delle due, produsse 17 milioni di morti nel suo complesso, con i militari che assommavano a 10 milioni. La secondo ne provocò nel mondo 71 di milioni, solo che i civili furono 48,5 milioni e i militari 22,5. Un bel cambio di passo nello scontro di potenze. Ma se si va a guardare che cosa ispirò queste guerre si vede che fu il nazionalismo. Ora sotto questo termine si affollano molti tipi diversi, tutti figli delle condizioni del tempo e della geografia dell’epoca nella quale si sono manifestati. Sul finire di due secoli fa è il desiderio di fare a meno dei grandi imperi centrali. Dopo invece il nazionalismo diventa riscatto di una sconfitta, unito al mai sopito pangermanesimo.

Poi sono arrivati i nazionalismi etnico religiosi: qualcuno ricorda ancora le guerre nella ex Jugoslavia, o qualcuno vede quel che accade con alcuni tratti dell’integralismo islamico? Ma se poi si osserva, con animo un poco sgombro, ci si accorge che il vecchio concetto identitario, liberale o anche economico, ha perso di vigore per cedere sempre più il passo a una malcelata idea di superiorità, di purezza storica, di identità di “razza” come naturale reazione da una parte dalle migrazioni mediterranee e dall’altra da quello che è considerato lo strapotere dell’Unione Europea nei confronti degli stati nazionali. Potrebbe definire questo un nazionalismo da timori e paure. Ovviamente nulla di nuovo sotto il sole. Bisogna identificare e indicare un nemico, la ragione prima e ultima di ogni male. La causa di ogni sofferenza. Qualcuno ricorda la temuta invasione di idraulici polacchi? Si chiamava Sindrome Francese dell’Idraulico Polacco, una dozzina di anni fa. Tutti gli idraulici nostrani sarebbero stati spazzati via da questi tipi slavi a basso prezzo. Qualcuno ha mai avuto il lavandino riparato da un idraulico polacco? Forse qualcuno. E sul tema ci fu anche uno scannamento a sinistra, con buona pace dell’internazionalismo.

Oggi ci sono temi come “l’invasione” di extra comunitari, a dispetto dei numeri. Si parla di sottrazione di posti agli autoctoni, nonostante i posti occupati in attività sgradite e rifiutate. Si cerca il nemico nel rigore, magari eccessivo, ma tuttavia necessario per non trovarsi a gambe all’aria. Si cerca di non illustrare, di non spiegare, ma asserire quelle che oggi con gentile eufemismo si chiamano “post verità”, definizione venuto da un libro americano (post truth), dove l’abilità è ingannare con verità fasulle urlate e ripetute. Un buon nemico è anche l’euro, è la banca europea, e se proprio non c’è altro ci sono sempre i grandi complotti internazionali di centrali segrete, quelle che con termini abusati sono chiamati “poteri forti”. Che, in caso di esistenza, non si sconfiggono con parole e discorsi vuoti ma con pratiche sensate, con onestà, con impegno e responsabilità. Ma i luoghi comuni sono comodi, accoglienti, caldi, oziosi. Non richiedono pensieri, niente ragionamenti, nessuna analisi o studio. Solo qualche banalità con tono imperioso e indignato. Non manca l’aggiunta tradizionale tipo: “Saprei io come fare”… lasciando intendere mirabili sorti progressive se solo l’indignato fosse al potere per una mezzora. Quindi si assiste ritorno del nazionalismo, ma in forma d’accatto. Senza una ideologia, senza una visione del mondo (sbagliata, ma almeno uno sforzo c’era dal punto di vista politico e intellettuale): oggi il meccanismo è semplicissimo. Infondere paure, gonfiare le ansie, disprezzare il prossimo. Qualcuno azzarda perfino una difesa della cristianità. Solo che al soglio pontificio non c’è Urbano II ma Francesco I. Non si dice più “Dio lo vuole” ma molto più prosaicamente “Questo è quello che la gente vuole”, un po’ come lo spacciatore che dopo avere astutamente iniziato qualcuno alla droga, si difende dicendo: “ Gli fornisco solo quello che vuole”. Gli argomenti sono sempre apodittici, asseverativi, assoluti, perentori. Capaci di arrivare alle menti sguarnite di pensieri con la forza di una esplosione nel vuoto. La spiegazione ha lasciato il posto al dito puntato. Non importa neppure tanto in quale direzione, purché indichi qualcuno da portare al patibolo del pregiudizio pubblico. Fondato su una idea meravigliosa: sappiamo fare molto meglio da soli, perché siamo padroni di noi stessi e il futuro è più glorioso in solitudine. Un futuro che negli ultimi millenni è stato solo di morti continui. Quindi la pace la possiamo dare per scontata. Anche la prima e la seconda guerra mondiale avevano nel loro futuro una breve durata. Perfino la guerra di secessione americana fu considerata all’inizio una piccola cosa, perfino divertente. Tanto che le signore alla prima battaglia andarono in calesse ad ammirarla da lontano: fu la guerra più sanguinosa, col maggior numero di perdite di quella nazione.

Una visione inutilmente apocalittica? No, non è una previsione. Solo uno sguardo alla storia per scoprire che l’umanità fa sempre gli stessi errori, dettate da superficialità e vanagloria. La riprova si ritrova anche in un altro criterio. La dimensione dei sostenitori di queste tesi. Uomini piccolissimi, convinti della propria genialità, della propria astuzia, mai della propria intelligenza. Uno dei crucci maggiori della polizia sono le truffe agli anziani, reato odioso, vile, meschino. Invece la truffa politica non è reato, anzi può essere usata per formare il consenso. Certo è un effetto secondario della democrazia, che non può essere punito con la legge ma solo con qualità degli uomini, con l’impegno personale, con l’attenzione a ciò che ci sta intorno, combattendo la creduloneria. Andando alla ricerca della verità e non di un colpevole, riconoscendo i propri errori e non attribuendoli ad altri.. In realtà gli uomini amano ripetere gli errori, purché rivestiti sempre di abiti seminuovi. E tanto per dare la colpa a qualcuno, si può indicare come responsabile quello sciupafemmine di Giove che non fu capace di resistere alla bella Europa figlia di Agenore, re di Tiro, e travestito da toro bianco se la portò a spasso per questo continente per farci i comodi suoi. Come dire che discendiamo in qualche modo da uno stupratore. Carnale. Ma quello mentale non è imputabile. E si riproduce serenamente di continuo.

 

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