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Voltagabbana

Firenze – Winston Churchill era figlio di un duca conservatore che aveva ricoperto anche il ruolo di cancelliere dello scacchiere. E a 26 anni, seguendo le orme paterne, riuscì a essere eletto in parlamento. Ma dopo tre anni, a 29, passò ai liberali, tra quali fu rieletto militando nell’ala più radicale (suoi, come ministro, il salario minimo, le otto ore e altre riforme progressiste, sostenendo che il compito dei liberali era di occuparsi di chi aveva meno, specialmente bambini). Dopo venti anni ritornò tra le fila conservatrici. Un voltagabbana?

C’è una poesia, che non vincerà mai un premio, che recita:  “Se li conosci li eviti i voltagabbana / ma i tipi conoscono molti trucchi/ e prudentemente hanno vie di fuga preparate con cura da preveggenti. / Torna ciclicamente la loro ora / in cui esibirsi nei salti mortali / che la gente ben presto dimentica / convinta dai mascheroni perfetti. / Superano in forza la gramigna / i voltagabbana in tutti i campi / e certo merita plausi la cura / d’esser graditi dai nuovi padroni. / Se poi per caso il vento gira / sanno avvertirlo per primi / bravi a escogitare ogni scusa / pronti a servire i vincenti.” (Michele Prenna).

Qualcuno riuscirebbe a intravedere Churchill in queste semplici parole? Difficilmente,  e non certo i suoi compatrioti. Perché il voltagabbana è figlio della sua dimensione, non delle sue idee mutevoli. E’ piccolo, preferisce l’astuzia all’intelligenza, la scorciatoia rispetto alla via diritta, l’omaggio ligio all’indipendenza.  E non è una questione di etica, o morale personale: solo umana. Uno si accorge della propria dimensione e la mette a frutto. Non vuole ingrandirla, vuole sfruttarla. E’ un pesce molto piccolo che, grazie alla propria natura, può sfuggire alle maglie dell’onestà intellettuale, del  rigore della coscienza. Il voltagabbana lo vediamo più di frequente in politica, perché lì c’è una evidenza pubblica, un palcoscenico dove recitano anche gli invisibili. Che amano citare quel luogo comune che dice:  “ Solo gli stupidi non cambiano mai idea”, sentendosi così intelligentissimi. Ma loro forza è la pigrizia mentale, la smemoratezza, l’assuefazione delle platee. Unite alla stentoreo proclamare delle rinnovate verità. E il più delle volte  il voltagabbana non ha neppure necessità di voltare la gabbana: indossa la solita e si limita a cambiare versione, per seguire l’onda o il padrone delle barca.

Si è fatto un gran parlare dei cambi di casacca in questa legislatura: circa un quarto dei parlamentari è emigrato, una o più volte. E di conseguenza si grida alla necessità di imporre un vincolo di mandato. Ma è come imporre l’obbligo di far nascere solo cavalli di razza. Un ronzino vincolato resta un ronzino. Si scambia lo strumento con l’obiettivo. La gente di qualità non le forma una norma restrittiva, e contraria allo spirito dei sistemi parlamentari. Ci si limita a sostituire la qualità con l’obbedienza forzosa.

Come mai nelle tanto vituperate legislature precedenti tutto questo non avveniva in forma così vistosa? Ognuno può dire la sua, ma c’era un meccanismo anti voltagabbana intrinseco alla stessa politica. L’apprendistato era lungo. Diventavi parlamentare, salvo casi di privilegio,  dopo tanto volantinaggio, riunioni, assemblee, incarichi minuscoli poi crescenti. Dovevi parlare con le persone, conoscere la tua zona, farti apprezzare. Cose lunghe e faticose. Il legame era di fatto forte, maturato nel tempo. Il cambiare schieramento era una vera notizia, documentata, spiegata, criticata, ideologicamente interpretata. Ora non occorre. Non esiste un pensiero omogeneo, sostituito da idee varie, scomposte e dissociate. Ognuna può essere cambiata all’istante, senza timore di avere qualcosa di oscenamente estraneo nel puzzle della visione politica. Il politico è ovviamente un vanitoso arrivista, ma se è solo questo, la qualità ne risente.  Lo stesso “leaderismo” emerge e spadroneggia in relazione della modestia altrui. Il “beati monoculi in terra caecorum” diviene il criterio di forza, non la garanzia di una vista acuta e una visione larga.

 Quella che viviamo non è la rivoluzione delle nuove leve ansiose di prendere il posto che ritengono di loro spettanza. Ma solo la rivolta dei nessuno alla ricerca forsennata della via breve per sentirsi (non essere) qualcuno. Ogni parlamento ha la sua “palude”, i suoi “peones”. Ma se la palude diventa uno strumento di governo il danno si fa evidente. L’incarico di pensare si restringe sempre più, affidato a pochissimi, meglio se a uno solo, circondato da ossequiosi consiglieri. Gran parte dei componenti la palude hanno poco o nessun elettorato, quindi hanno necessità di muoversi sempre in fretta per capire chi potrà garantire loro un ritorno alle aule parlamentari. E comunque non c’è la remora dello sdegno pubblico. In fondo nemmeno li conoscono, tranne alcuni. In un regime di fatto oligarchico, tutti coloro che non siedono  alla tavola principale si sentono liberi di muoversi liberamente da un tavolo all’altro, tanto nessuno chiederà loro coerenza, autonomia, ma solo obbedienza finché dura, fino alla prossima obbedienza. Non è un caso che le maggiori “perdite” le abbia pesantemente subite Forza Italia: annusato il declino, è cominciata la fuga. Una vistosa ingratitudine, dato che un uomo solo ha dato molto a infiniti nessuno.

Ne deriva che il termine voltagabbana perde la sua natura ingiuriosa, colpevolizzante, e diventa meramente descrittiva senza alcuna implicazione etica. In un paese dove tutti rubano il ladro non esiste. E anche l’indignazione è alla fine modesta, banalizzata, assuefatta, di maniera.

Ovviamente questa qualità umana non è solo politica: la si può ritrovare a scuola, nell’università, nel lavoro, nelle società sportive o nelle associazioni benefiche. E’ un moto dell’anima, un modo di essere, una interpretazione dell’esistenza, una astuzia della sopravvivenza. E il voltagabbana ha comunque i suoi ammiratori, quelli che magari vorrebbero, ma non hanno lo stesso stile, la stessa volontà, lo stesso carattere: la capacità di ottenere molto col poco.

E possiamo menare vanto di questa capacità di cambiare abbigliamento mentale. Perché la tradizione è lunga. Risale a uomini di grande fama e prestigio tipo Agostino  Depetris o Giovanni Giolitti o Francesco Crispi. E infatti loro sono rimasti nella storia per avere creato un metodo di governo e di adesione politica. Riprovevole, ma pure motivato, reso in qualche modo ideologico. Oggi questa fatica può essere risparmiata. Nella grandissima maggioranza la mutevolezza è figlia solo dell’interesse, non di presunti grandi obiettivi nazionali.  E a guidarla non sono personaggi che resteranno celebri per questo nella storia. E’ autogestita, personalizzata, autonoma nella propria sfacciataggine. E ricorrere alle leggi servirà a poco perché, se un fenomeno è così diffuso e tollerato, significa che è anche sentito, e diciamolo pure, condiviso. Quindi allo stato delle cose è pure incurabile.

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