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Utopia

Tutti i nostri guai sono cominciati quando abbiamo barattato l’armonia e la perfezione in cambio della possibilità di accedere alla conoscenza. La principale mitologia dell’uomo risiede in questa scelta, che viene pure bollata come “peccato originale”. L’uomo immagina la propria grandezza, ma immediatamente se ne vergogna. Un po’ come se pensasse: chi mai sarebbe così ******* da rinunciare alla bellezza statica in cambio della bruttezza in movimento?  Lo abbiamo fatto perché la bellezza statica non è la vita, comunque non la vita dell’uomo. Le sue imperfezioni ne fanno un uomo, non le virtù scolpite nella pietra. E la bellezza è nel mutamento, nella contraddizione. Perfino la bellezza, se la riteniamo perfetta diciamo: “Un po’ troppo perfetta” a significare che manca del difetto che la caratterizza e la fa umana.  I manichini sono perfetti e quindi orribili. La nostra idea di bellezza è asimmetrica, sbilenca, come i nostri ragionamenti, come la nostra logica, soprattutto come i nostri comportamenti.

Una frase ricorrente è “tendere alla perfezione”, ma è una frase falsa. Ognuno di noi bada bene a tenersi lontano dalla perfezione, dai mondi utopici dove tutto funziona, dove tutti i legami sono corretti, la politica è onesta, e la giustizia non c’è perché giusto è il sistema e  non occorre che alcuno la debba applicare, dove l’invidia non ha niente da invidiare e la guerra è inconcepibile. Guardiamo con sospetto perfino quei paesini tutti perfetti, pieni di gerani alle finestre, con strade linde e gente cordiale e linda. “Sì, un bel posto – diciamo – però non ci starei”, timorosi che quella perfezione apparente possa inquinare le nostre deliziose imperfezioni (tuttavia intollerabili negli altri). Non è un mistero che la passione per Dante si raffreddi via via che ci allontaniamo dall’Inferno e ci si avvicina al Paradiso.

La perfezione utopica è senza futuro, la vita invece si occupa solo di futuro, anche quando questa cessa di poter arrivare. La nostra ansia è per il domani, compresa l’idea di non saper se ci sarà. L’utopia è necessaria, come un idea platonica, per darsi un schema di avvicinamento a degli obiettivi, ma nulla di più. Su di essa possiamo costruire futuri diversi, nella certezza che non arriveremo mai in quel luogo di immobile beltà. Le utopie sono essenziali per comunicare un viaggio, ma il pregio non è la meta ma il viaggio stesso, le difficoltà del percorso non le meraviglia del luogo sognato e conquistato. Perché nella mitologia umana ha tanto valore Ulisse? Perché è diventato così famoso per il suo peregrinare che non finisce? Perché immobili non acquisiamo conoscenza. L’uomo ha camminato sempre, in tutte le direzioni, mai contento delle mete raggiunte, sempre pronto a nuove utopie che garantiscano nuovi spazi e misteri.

Siamo eternamente combattuti dal fascino e dall’orrore per il futuro, con un sottostante  pensiero passatista, nel quale si annidano le certezze, rispetto a un domani dove l’incertezza è il dominus del pensiero. E’ la contraddizione è proprio in questo sdoppiamento.  Immaginiamo, anzi sogniamo, un mondo perfetto, un paradiso terrestre dove il leone sta con l’agnello (ma come fa poi a sopravvivere? Un leone erbivoro?), la prosperità regna senza fatica, e nessuno si deve vergognare di niente, nessuno comanda e obbliga, e si applica in modo completo e definitivo il brocardo latino del “neminem laedere”.  Un mondo che non solo non esisterà ma che non vorremmo. La perfezione, sempre che sia corretto definirla tale, non prevede la libertà: fissa regole stringenti, percorsi obbligati che gli esseri non potrebbero violare. Ma spesso siamo stanchi della libertà, cerchiamo qualcuno o qualcosa che ci eviti queste faticose scelte che la libertà implica: giace nell’animo un vago desiderio di dittatura semplificativa, di delega ottusa ma liberatoria. Il secolo scorso, e anche questo, hanno mostrato bene  come si immagini l’utopia e si tenti di realizzarla rinunciando a capire, a ragionare, affogando tutto nella paura del domani prossimo. In realtà le utopie sono luoghi dove ognuno di noi non proverà le proprie paure. Non è il luogo delle perfezioni, ma quello dei timori perduti, delle ansie svanite, dei sentimenti omologati e perenni, della bontà senza anima.

Qui è la bellezza umana: ambire a qualcosa che in realtà non vorremmo mai, e dalla quale, stando alle sacre scritture, siamo fuggiti. E lo abbiamo fatto soprattutto per colpa (o merito?) della donna. Che fin dall’inizio ha rappresentato la spinta e la sfida al cambio dell’ esistenza immobile.  Perché il mondo è sempre stato degli inquieti, degli insoddisfatti, dei malvagi che hanno convinto i più a seguirli, promettendo loro qualcosa che non sarebbe mai stato, ma che era almeno immaginabile in ogni mente semplice e accogliente. Perché l’utopia è sempre lì, sottopelle, pronta a emergere quando qualcuno sa come svegliarla. . L’utopia non arriva mai, anzi produce mondi peggiori in genere, ma tuttavia resta lì, a indicare un bisogno. Quello del sogno, che ci distragga  dalla sofferenza del vissuto, che ci indichi un obiettivo per unto lontano e, appunto, utopico:  E’ qui la grandezza dell’utopia: nella sua irraggiungibilità, della sua inesistenza. Così che possa essere plasmata da ognuno di noi, a immagine e somiglianza di chi la pensa. Un gesto quasi divino di creazione irreale.

Ma non è un errore o una stupida illusione. E’ solo il bisogno di far viaggiare la mente in ogni direzione, offrirle mete, viaggi nei quali  la semplicità regni incontrastata, anche se in realtà il nostro bisogno è di complessità, di contraddizione, di regole da violare,  di principi da affermare e tradire, di diversità inaccettabile e intollerabile,  di conoscenza sempre insufficiente, di ignoranza diffusa, di banalità striscianti e pensieri elevatissimi.

Questo tuttavia non significa che si debba combattere l’utopia con la forza spietata della razionalità. Perché qui sta la necessaria contraddizione.  Sognare molto e agire con la ragione. Scegliere l’impossibile per conquistarlo con le armi possibili.  Temere il futuro per affrontarlo con coraggio.  Questo siamo. Esseri distorti, che per essere tali si sono pure giocati il paradiso terrestre, l’unica grande utopia della quale si abbia notizia. Ben fatto.

 

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