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Centrali Enel a carbone, Greenpeace fa luce su costi ambientali e sanitari Ambiente

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Continuano le indagini di Greenpeace per far luce sulla politica energetica di Enel che gestisce e progetta centrali a carbone.
Le emissioni di queste centrali sono nocive per la salute umana e contribusicono al cambiamento climatico che ormai miete disastri e vittime da anni. Dopo l'avviso di garanzia "ambientale" consegnato da Greenpeace ad Enel il 29 marzo,  i flashmob dell'11 aprile contro le centrali Enel a carbone in 14 città italiane tra cui Milano, Roma, Bari e Pisa, oggi gli  attivisti manifestano a Brindisi e a Roma. Nei campi circostanti la centrale Federico II di Brindisi hanno disegnato un’enorme sagoma di circa 80 metri che raffigura un cadavere riverso al suolo con la scritta “Enel Killer”. Questa centrale è segnalata dai dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) come l’impianto industriale più inquinante in Italia per emissioni in atmosfera, con danni ambientali, climatici e sanitari stimati tra i 536 e i 707 milioni di euro (importi riferiti ai dati del 2009)
Con questa iniziativa l’associazione ambientalista vuole indirizzare all’assemblea degli azionisti dell’Enel, che si riunisce a Roma oggi pomeriggio, i risultati della ricerca dell'Istituto SOMO che stimano in 1,8 miliardi di euro i costi indiretti della produzione termoelettrica a carbone di Enel in Italia, e in 366 casi di mortalità prematura  attesi nel 2009 gli impatti sanitari da essa causati. La ricerca fornisce dati precauzionali in quanto, precisa la nota di Greenpeace, non analizza gli altrettanto potenti inquinanti nichel, cadmio, mercurio, arsenico, piombo o materiali radioattivi come l’uranio. Secondo lo studio SOMO la realizzazione degli impianti a carbone Enel di Porto Tolle e Rossano Calabro costerebbe fino a 95 casi di morti premature l’anno, e danni stimabili in ulteriori 700 milioni di euro l’anno. Gli attivisti di Greenpeace terranno quindi un presidio di fronte alla sede centrale dell’Enel a Roma.

Cosa chiede Greenpeace
Enel è l’azienda numero uno in Italia, ricorda Greenpeace nella sua nota,  per emissioni di CO2, “dunque la più nociva per il clima”.  L’associazione ambientalista chiede alla società energetica di dimezzare la produzione elettrica da carbone da qui al 2020 e di portarla a zero al 2030, investendo contemporaneamente in fonti rinnovabili per compensare la perdita di produzione. Quasi un mese fa, con la consegna dell'avviso della garanzia Greenpeace aveva chiesto ad Enel di ritirare i progetti per gli impianti a carbone di Porto Tolle e Rossano Calabro, e di convertire le proprie fonti energetiche alle rinnovabili, a partire dalla centrale a carbone Federico II a Brindisi.

La metodologia della ricerca Somo. Lo scenario post-2009, con centrale Civitavecchia a regime: 2,1 miliardi di danni economici
Greenpeace ha commissionato all’Istituto indipendente di ricerca olandese SOMO una ricerca per misurare gli impatti ambientali, sanitari ed economici della produzione elettrica da carbone del principale gruppo energetico italiano. La ricerca è realizzata con la metodologia che l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) usa per stimare i danni delle emissioni atmosferiche degli impianti industriali in Europa, applicata su dati di emissione pubblici e di fonte istituzionale. “La metodologia applicata nella ricerca – dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia – ha dei margini di approssimazione largamente precauzionali, poichè analizza solo un numero ristretto di inquinanti ed emissioni, tralasciando gli impatti di agenti come nichel, cadmio, mercurio, arsenico, piombo o di materiali radioattivi come l’uranio.
Con la stessa metodologia applicata allo scenario successivo al 2009,  quando cioè l'impianto Enel a carbone di Civitavecchia è divenuto pienamente funzionante, e a parità di produzione negli altri impianti, i casi di morti in eccesso diverrebbero oltre 400 l’anno e i danni economici salirebbero a 2,1 miliardi.

Le dichiarazioni
«Siamo qui per ricordare agli azionisti di Enel che l’uso del carbone da parte del loro gruppo, in Italia, fa danni per circa 1,8 miliardi di euro l’anno e causa una morte prematura al giorno. Enel – ha dichiarato Andrea Boraschi responsabile della campagna Energia e clima di Greenpeace Italia – è soggetta a controllo pubblico da parte del ministero del Tesoro, ma in Italia vuole spendere poco e male, per realizzare solo nuovi impianti a carbone, avvelenare ulteriormente il Paese e deprimerne economia e occupazione. I suoi piani industriali devono cambiare radicalmente, puntando sulle fonti rinnovabili»

«La metodologia che applichiamo in questa ricerca – ha proseguito Boraschi – ha dei margini di approssimazione largamente precauzionali. Infatti analizza solo un numero ristretto di inquinanti ed emissioni, tralasciando gli impatti di agenti come nichel, cadmio, mercurio, arsenico, piombo o di materiali radioattivi come l’uranio. Alla luce di questi dati, che Enel può ben conoscere ma che si guarda bene dal pubblicare nei suoi rapporti di sostenibilità ambientale, la scelta dell’azienda di continuare a puntare sul carbone, sabotando a più riprese il settore delle rinnovabili, appare ancora più sciagurata. Quando diciamo Enel, e pensiamo al primato industriale che l’azienda assegna al carbone, parliamo di circa mille morti in più all’anno e danni complessivi per circa 4,3 miliardi di euro in Europa. È evidente che occorre ridefinire drasticamente gli assetti industriali dell’azienda che è ancora, per il 30 per cento, in mano pubblica».

L'inchiesta pubblica di Greenpeace sulla produzione energetica a carbone dell'azienda leader in Italia, con tutte le informazioni e gli indizi raccolti, è pubblicata sul sito www.FacciamoLuceSuEnel.org.

Foto Greenpeace Italia


 

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