Festival dei Popoli: la ricerca della verità su Aziz, soldato jihadista | StampToscana
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Festival dei Popoli: la ricerca della verità su Aziz, soldato jihadista Cinema

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Firenze – Al festival dei Popoli è stato presentato ieri il documentario di Eric Baudelaire, Also Known As Jihadi. Baudelaire, artista e cineasta francese, attraverso una ricerca audiovisiva sperimentale, racconta la storia di Abdel Aziz Mekki, un giovane che vive nella periferia di Parigi, a Vitry.

Aziz decide di raggiungere la Turchia e la Siria per unirsi al Fronte di Al-Nusra, una milizia Jihadista. La forma estetica che viene scelta dall’artista francese è di grande originalità: i dossier giudiziari sulla complessa vicenda del giovane terrorista e i luoghi reali dove ha vissuto, la banlieue Parigina e il paesaggio medio-orientale, si alternano in un montaggio di immagini.

Lo stile del film è  lontano dai documentari giornalistici; i nomi dei protagonisti sono cambiati e i fatti, i luoghi e i protagonisti della vicenda non ci vengono mostrati. I paesaggi della periferia francese o del Medio–Oriente svelano lo spazio architettonico e il contesto sociale. Il film sperimentale di Baudelaire permette allo spettatore di leggere la storia di Aziz Mekki come un récit che interroga le pagine delle cronache giudiziarie, per rivelare le ambiguità e immaginare il complesso universo psicologico dei giovani fanatici.

Il cineasta sembra riprendere, con una personale estetica contemporanea, un metodo maieutico, tipico della cultura e del cinema francese, che vuole andare al di là dell’indagine poliziesca, per sollevare delle domande su un fenomeno sociale inquietante e complesso. Il testo giudiziario non viene proposto per incitare il pubblico a esprimere una condanna che esclude la comprensione del fenomeno criminale. Il meccanismo del genere thriller e del documentario poliziesco viene rovesciato: la lettura audiovisiva del dossier giudiziario genera un effetto di straniamento che permette di riflettere sull’universo sociale, psicologico e religioso del fenomeno terroristico. Eric Baudelaire è un artista polivalente che ha creato installazioni, performance ed è autore di importanti film sperimentali come “L’Anabases de May et Fusako Shigenobu, Masao Adachi et 27 années sans images”, “The Ugly One” e “Letters to Max”.

 

Ghost hunting (Istiyad Aschabah) di Raed Andoni

Come possono degli ex detenuti palestinesi cacciare i fantasmi della prigionia nel centro di detenzione israeliano di Moskobiya? Il regista Raed Andoni sceglie di affrontare i traumi della tortura ricostruendo il set del carcere, in cui egli stesso è stato detenuto. Dopo aver ricostruito il set della prigione, il regista prepara un casting scegliendo degli ex detenuti che vogliono fare gli attori per mettere in scena l’esperienza della prigionia.

Gli ex detenuti-attori passano dal ruolo di vittime a quello di carnefici; questo scambio di ruoli sembra essere uno degli esercizi teatrali più importanti ed efficaci per esorcizzare i traumi e la violenza dell’esperienza carceraria.  L’allestimento del set-palcoscenico, la costruzione delle celle, per gli ex detenuti- attori diventa un gesto fondamentale per reagire al trauma. Raed Andoni, che vediamo direttamente nel film, non sceglie il percorso dello psicodramma o della terapia attraverso il teatro, ma rimette al centro del progetto teatrale-cinematografico il corpo degli ex detenuti-attori.

Per reagire al trauma sembra necessario rivivere la violenza appropriandosi dei codici dell’accusatore e degli spazi dove si è concretamente vissuto il trauma. Con l’azione teatrale i traumi psicologici riemergono e vengono esplicitati. Il percorso teatrale permette agli ex detenuti palestinesi di ricordare la violenza subita attraverso la concreta rappresentazione della prigionia. Ghost Hunting ricorda il documentario del regista israeliano Avi Mograbi, che abbiamo visto un anno fa al festival dei Popoli, Between Fences. Il film di Mograbi mostrava il laboratorio teatrale da lui stesso diretto nel campo di detenzione per richiedenti asilo di Holot in Israele.

Ghost Hunting e Between Fences sono due film che si sviluppano in due contesti differenti, ma che possono essere avvicinati per la scelta del training teatrale come modalità per liberarsi dall’oppressione. In entrambi i film l’oppressore è lo stesso, l’esercito israeliano. Come ci mostrano il regista palestinese Andoni e il regista israeliano Mograbi, il teatro e il cinema documentario possono essere degli efficaci antidoti contro la guerra e la violenza che dominano il mondo contemporaneo.

Foto: Also Known As Jihadi

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