Festival dei Popoli: la bandiera nera dell’isis | StampToscana
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Il blog di Francesco Colonna
Voltagabbana

Festival dei Popoli: la bandiera nera dell’isis Cinema

The_Sniper_Of_Kobani

Firenze –  Incontro pubblico “Luoghi poco comuni, per un altro racconto delle migrazioni”, allo Spazio Alfieri, ieri pomeriggio: sono intervenuti, introdotti da Vittorio Iervese, il giornalista de L’espresso Fabrizio Gatti, l’artista Malik Nejmi e i ricercatori universitari Anna Triandafyllidou, Beatrice Ferrara e Nicola Mai (del quale è stato proiettato dopo l’incontro il film “Samira”).

Questo importante appuntamento del programma del Festival dei popoli “è stato introdotto dall’opera sperimentale, “La mer ne nous accroche pas”, di Malik Nejmi. Nejmi affida ad Omar, un migrante che organizza una traversata dalla sponda del Marocco verso la Spagna, le riprese, con dei semplici smartphone, di alcuni momenti della vita dei migranti.

Questo progetto artistico è di grande rilievo dal punto di vista estetico e politico: i migranti si possono autorappresentare e raccontare, al di là dello sguardo eurocentrico. Il documentario, diviso “in alcuni capitoli”, non è stato montato: un gruppo di giovani sta vivendo, tra paura e desiderio, la difficile e pericolosa scelta di attraversare il mare, con un precario salvagente e su una imbarcazione di fortuna, nella speranza di una vita migliore in Europa. I migranti non sono osservati e giudicati secondo le categorie antropologiche occidentali; la sceneggiatura e la messa in scena usate nel genere del documentario, in questo film sono assenti.

L’artista ha scelto di non manipolare le riprese così che lo spettatore possa conoscere lo spazio identitario e culturale dei migranti africani. La preparazione del viaggio, i documenti da usare in Marocco ma non in Spagna, le preghiere e i canti festosi in gruppo, il sogno di un ragazzo dove emergono ricordi personali, e, nel finale, il protagonista che non vuole lasciare la madre e si circonda di oggetti domestici, sono le testimonianze di un continente, l’Africa, schiacciato dalle conseguenze del colonialismo e dalle feroci diseguaglianze sociali. L’opera di Omar Ba e Malik Nejmi mostra una situazione di disagio esistenziale e sociale; la povertà spinge i migranti a lasciare il loro universo affettivo e spirituale, rischiando la morte, per tentare di raggiungere una sponda dove spesso li attendono l’esclusione sociale e il razzismo.

 

“The Black flag”, Odeon

Al cinema Odeon ieri sera, in una sala affollatissima, è stato proiettato, insieme al cortometraggio “The Sniper of Kobani” di Reber Dosky, “The Black flag” di Majed Neisi. Un film su un tema drammatico e attualismo: l’Isis, la guerra nei paesi del Medio-Oriente, in questo caso l’Irak. A 60 Km a sud di Baghdad, a Jorf al-Sakhar, Seyyed Ahmad guida un truppa di volontari per combattere l’avanzata dell’Isis. Il regista Neisi accompagna come documentarista di guerra questo piccolo esercito; lo spettatore si trova nel cuore del conflitto. Neisi non si pone come reporter, ma mostra questo esercito di civili che vuole difendere il proprio territorio: i soldati, le armi, gli assordanti rumori degli spari. Questa guerra lontana in Medio-Oriente, che coinvolge anche l’Europa, viene raccontata, rivelando una guerra di potere da parte dell’Isis, che vuole dominare il Medio-Oriente con la violenza. Il fondamentalismo religioso è utile per perseguire questo progetto  geopolitico. “The Black Flag” è un film- documento che annulla la distanza tipica dei media che narrano le guerre dominando la comunicazione sul piano internazionale – anche noi spettatori ieri eravamo in viaggio insieme all’ esercito di Seyyed Ahmaad, accompagnati da Majed Neisi.

Foto: una sequenza di The Sniper of Kobani

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