Aspettando gli Stones: i grandi vecchi del rock “rotolano ancora” | StampToscana
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Il blog di Francesco Colonna
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Aspettando gli Stones: i grandi vecchi del rock “rotolano ancora” Cultura, Opinion leader

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Berlin – Il prossimo 23 settembre i Rolling Stones si esibiranno a Lucca. Un’occasione per vederli e ascoltarli dal vivo, ma anche per leggere, giusto in tempo,  il libro di Roberto Brunelli : Rotolano ancora. Fenomenologia eretica dei titani del rock in cui l’autore rivela aspetti assolutamente inconsueti dei  “vecchi del rock“: The Rolling Stones, The Beatles, Bob Dylan e gli altri grandi personaggi che hanno fatto la storia del rock.

Hai sempre scritto sia di musica che di politica, ma cosa vuol dire per te scrivere di musica?
 “E’ difficile scrivere di musica perché la musica è qualcosa di impalpabile. In qualche modo non è difficile definire cosa faccia la qualità di un brano musicale e proprio per questo è tanto più affascinante parlare dei grandi vecchi del rock: nel libro parlo di Bob Dylan, parlo dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who, parlo di Crosby, Stills, and Nash, Bruce Springsteen, Santana, Peter Gabriel, degli AC/DC, tutti personaggi che dopo 70 anni sono ancora attivi sulla scena e che lasciano tutti letteralmente a bocca aperta. E’ una cosa incredibile vederli quando si esibiscono sul palco capaci di una grande performance, anche dal punto di vista fisico.

Gli ultimi concerti che ho visto, sia quello dei  Rolling Stones che quello di Paul McCartney, mi hanno davvero stupefatto, ma mi è comunque estremamente difficile parlarne senza cadere in banalità. Quindi, quando scrivo di musica cerco di individuare punti di vista inconsueti, cose che non ci si aspetta di leggere, realtà che non sono state tirate fuori da altri.”

Quando si parla di “vecchi del rock” ovviamente ci si riferisce a personaggi nati e vissuti nel ’900, periodo di grandi cambiamenti.
A mio avviso, la vera rivoluzione del ’900 è stata sicuramente anche quella musicale, che ha sconvolto i costumi, la cultura e, come scrivo nel libro, una rivoluzione paragonabile, sia pur diversissima, a quella portata dal Rinascimento.  In questo libro ho cercato di capire questo fenomeno e ho cercato di stabilire delle relazioni tra questa musica e altre forme di arte: azzardo dei paragoni addirittura con Leonardo da Vinci, Bach, con personaggi della letteratura e via discorrendo.”

Il tuo punto di vista è sicuramente originale e sono d’accordo con Alberto Crespi che nella prefazione afferma “… il libro di Brunelli non è solo prezioso è eterno …” quindi la Bibbia del Rock?
“Sai, ormai il Rock non è più un’arte “giovane” com’era negli anni ’60, ha ormai la sua età, e ha raggiunto un livello di complessità abbastanza avanzato, posso citare ad esempio Dylan, diventato il soggetto di indagini, studi, tesi di laurea, di lezioni e corsi di laurea che discettano sui testi, sulla musica, ma anche sulla sua vocalità. Anche in ambiti più leggeri è interessante capire come questa musica, esplosa  negli anni ’60 ha avuto una forza così dirompente da spostare l’immaginario collettivo.
Nel libro parlo anche di amenità, cose leggere e divertenti, anche paradossali come il culto di Michael Jackson e dei suoi fan che lo ritengono ancora vivo, sostenendo che vive in buona compagnia con Elvis Presley, in una specie di bunker. I fan ci credono davvero e tirano in ballo prove inconfutabili e inoppugnabili, dimostrando che lui è ancora vivo e che l’annuncio della sua morte è stata solo una messa in scena, un po’ come era capitato a Jim Morrison. I tre sarebbero oggetto di una specie di moderno culto pagano. ”

Quindi Michael Jackson, Presley, Morrison eletti dai loro fan al ruolo di dei o di zombie
“Sì, anche se il confine tra dei e zombie è molto sottile.”

Ho l’impressione che tu ti sia divertito da morire a scrivere questo libro
“Bisogna dire che non l’ho scritto di getto, ma che si tratta di una raccolta di articoli scritti nel corso di venti annisui vari giornali, prevalentemente sull’Unità, ma non solo, articoli rivisti, aggiornati, riadattati. Elementi di cronaca sono stati tolti. La cosa molto interessante è stata riprenderli in mano, a tanti anni di distanza, e vedere che in realtà c’era una coerenza. Certo che mi sono divertito, anche perché scrivere un pezzo su di un musicista spesso voleva dire andare ai suoi concerti, incontrarlo da vicino, intervistarlo. Come è stato con Ian Anderson dei  Jethro Tull, ad esempio. Gli ho fatto due interviste con otto anni di intervallo l’una dall’altra, ripetendo le stesse domande, ma le sue risposte soo state completamente diverse. C’è stato molto divertimento ma certamente anche molta passione.”

“Amo Bach”, scrivi nell’introduzione del libro. Poi parli di Dylan
“Quello che ho scritto nell’introduzione, “amo Bach” nonostante la stratificazione dell’ascolto, significa che non esiste il brano musicale ma i mille modi per interpretare e sentire, percepire quel brano musicale che nel corso degli anni cambia. Nei Beatles come in Bob Dylan, ad esempio, i brani venivano ascoltati in un certo modo nel ’63: tutti quei  pezzi  li abbiamo ascoltati milioni di volte e hanno interagito con le nostre vite in maniera talvolta anche molto profonda, è chiaro allora che il nostro modo di sentire è determinato anche da esperienze che abbiamo fatto nel corso tempo, stimolati da quella musica.

A parte Bach, che ami in maniera incondizionata, tra i moderni mi pare che segua  a ruota Bob Dylan. O sbaglio?
“In realtà, per me il secondo posto va ai Beatles o meglio, lo dico in un altro modo: secondo me The Beatles e Bob Dylan sono i due coni diversi di una cosa sola, ovviamente con un diverso tipo di piacere e di  approccio.
Bob Dylan è più letterario, più intellettuale, più concettuale, i suoi livelli di complessità sono alti: cita la letteratura, da Brecht a Kafka, dalla Bibbia a Dylan Thomas, ma è anche un grande musicista perché alcune melodie sono straordinarie, quindi non si tratta solo dei testi, per i quali è stato premiato con il Nobel per la letteratura, ma anche di voce, di suono, poiché alcuni suoi brani sono cantati in una maniera davvero straordinaria.

I Beatles sono un’altra cosa. I Beatles, come Mozart, sono inventori di generi musicali, inventori e “mischiatori” di generi, hanno inventato radicalmente un nuovo modo di fare musica, prima di questo momento la musica non veniva fatta così. I Beatles  hanno trasferito l’atto musicale dalla carta all’atto di recitazione, in una specie di laboratorio, simile alla “bottega” rinascimentale, hanno creato qualcosa di straordinario, ogni brano dei Beatles è diverso dall’altro, pur avendo caratteristiche comuni, in ognuno c’è sempre qualcosa che prima non era mai stata fatta, non solo nei testi ma anche musicalmente. E, a mio avviso, questa è la cosa veramente straordinaria.  La cosa straordinaria è proprio questa, cioè che in ogni brano c’è sempre qualcosa che prima non esisteva! Non solo nei testi, ma principalmente musicalmente, c’è sempre qualcosa di mai fatto prima. Questo li rende unici e irraggiungibili.”

Ma non hai l’impressione che anche i Rolling Stones abbiano fatto qualcosa di analogo? Sono venuti fuori quasi nello stesso momento, io ero una ragazzina allora e tu non eri ancora nato e all’epoca ci dividevamo in due “fazioni”:  c’era chi amava i Beatles e chi amava i Rolling. Quelli che appartenevano al secondo gruppo erano i “ragazzacci”, un po’ ribelli. Invece chi amava i Beatles non poteva essere che un bravo ragazzo.
“Appena posso vado ai concerti dei Rolling Stones e confesso di apprezzare incondizionatamente alcuni loro dischi che trovo strepitosi. Anche loro hanno fatto qualcosa di incredibile, cioè hanno portato il blues in Inghilterra. Sembra banale, ma l’operazione che hanno fatto è stata proprio quella di trasferire in Inghilterra, che in quegli anni era un paese freddo e povero, un genere musicale che apparteneva agli americani africani,  trasfigurandolo completamente.

Sono il primo gruppo che è riuscito a portare in classifica un loro brano blues, del tutto originale. Era una cosa pazzesca perché il blues non era ammesso in classifica, in America si trovava  confinato nelle classifiche dei neri, non in quelle generali. Ce l’hanno portato loro: hanno inventato un suono che nessuno è riuscito a copiare veramente, anche se tutti ci hanno provato.

Io tendo a non metterli in contrapposizione, secondo me fanno parte della stessa cosa. Ho capito che loro per primi non erano in contrapposizione gli uni con gli altri. Mentre i fan li immaginavano contrapposti, loro in realtà non lo erano affatto, al contrario erano sicuramente molto amici. Ad esempio si sa che Mike Jagger e Keith Richard vanno negli studi mentre i Beatles stanno registrando All you need is love e, ancora, non è un caso se John Lennon e Keith Richard cantano insieme in un famoso concerto, così come non è un caso la presenza di John Lennon e Clapton in un film che si chiama The Rolling Stones Rock and Roll Circus.

Questo per dire che, in realtà, quel mondo era molto più unito di quanto non si possa immaginare, si ascoltavano tra di loro, stavano in contatto. Basti riflettere su un fatto: il primo giugno del 1967, esattamente 50 anni fa, esce Sgt. Pepper’s Lonely Hearts e pochissimi giorni dopo Jimi Hendrix, che era già conosciuto ma non era ancora famoso, fa un concerto a New York e il primo pezzo che suona è Sgt. Pepper’s  dei Beatles, a modo suo, con il suo stile velocissimo e durissimo. Jimi Hendrix aveva capito al volo che quel brano, quella musica, erano una cosa straordinaria.

Così come i Beatles capirono che Hendrix, uno sconosciuto americano, che diventa famoso primariamente in Inghilterra, è veramente una cosa nuova. E non è un caso se, l’anno successivo, Jimi Hendrix suona un pezzo di Bob Dylan All Along the Watchtower  e la sua versione diventa addirittura più famosa di quella dell’autore. Si capisce quindi, si intuisce, che il mondo musicale dell’epoca è unito, è un cerchio.

Potrei continuare per ore a raccontarti altro sul libro, altro sugli artisti di cui ho scritto. Ma non voglio togliere la sorpresa al lettore che farà le sue scoperte.”

Tutto quello che hai raccontato e l’entusiasmo che trasmetti parlando di questi musicisti sicuramente coinvolgerà anche i lettori di Rotolano ancora. Fenomenologia eretica dei titani del rock. Ma potresti aggiungere qualche nota biografica che aiuti i lettori a conoscerti meglio?
“In passato ho scritto un libro su Angela  Merkel  e presto, sempre su di lei, ne uscirà un secondo. Non è neppure un caso se i due libri, questo e quello sulla Merkel, anche se così diversi l’uno dall’altro hanno un sottotitolo quasi identico,  quello della Merkel era “Fenomenologia eretica di una cancelliera” e quest’ultimo è “fenomenologia eretica dei titani del Rock“, in entrambi i libri c’è il tentativo di cercare quello che non ti aspetti, ciò che altri non notano, dettagli, novità, punti di vista. Quindi,  anche se su temi radicalmente diversi, in fondo l’approccio non è dissimile e questo è quello che più mi preme, facendo questo mestiere.”

Hai scritto per una ventina di anni di musica e politica sul quotidiano l’Unità e su altre testate e tuttora continui a scrivere su questi due principali argomenti: questi filoni  come convivono?
“I due filoni hanno sempre convissuto:  ho sempre scritto di musica, si può dire da sempre, già dai primi articoli negli anni ’80 su Paese sera, poi ovviamente quando lavoravo a l’Unità, ma ho sempre scritto anche di politica, politica estera, cronaca, anche se non sempre contemporaneamente.
La passione per la musica invece nasce molto prima, proprio durante l’infanzia. Avevo sette anni quando ho avuto il primo disco dei  Beatles e da lì è nato tutto. Fortunatamente, nella mia attività lavorativa, ho potuto combinare insieme la passione per il giornalismo con quella per la musica. Ovviamente  è una cosa molto bella.”

Prima di chiudere e salutarci, cosa vuol dire per te essere giornalista?
“Il giornalista, a mio avviso, non deve limitarsi a raccontare la realtà anche perché la realtà qual è? A mio avviso non esiste una realtà unica e incontestabile, piuttosto esistono tante realtà e la cosa interessante è cercare di capire, in profondità, quello che ad un primo impatto non si vede. Secondo me è importante avere sempre un punto di vista alternativo, che getti una luce diversa su quello che ci si aspetta, cosa tutt’altro che facile. Non mi piace fare calare i giudizi dall’alto, cerco di non farlo mai. Sia che scriva della Merkel  piuttosto che di Mick Jagger, che per inciso è molto più vecchio della Merkel, la difficoltà che incontro sta nel cercare di capire quello che non è chiaro. Quindi partendo dalla base, segueo un percorso mentale fatto di fatti concreti che conducano alla lettura di un determinato fatto certo, di una certa persona  o di un certo brano musicale, leggendo questi fenomeni in relazione con il contesto: la società,  la realtà del momento, le dimensioni socio-culturali .”

Ringrazio Roberto Brunelli per avermi concesso questa intervista.

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Rotolano ancora. Fenomenologia eretica dei titani del rock. Roberto Brunelli. Editore: Spider & Fish, 2017

EAN: 9788898844074

 

 

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