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Conversazione con l’artista Angelo Di Bella Cultura

Self portrait with long hair, Oil On Polypropylene, 50 x 50 cm.

Firenze - Conversazione con l’artista Angelo Di Bella

Caro Angelo, puoi raccontarci qual’e’ stato il tuo percorso artistico?

“Se ripenso alla mia adolescenza artistica tutto appare come immerso nella nebbia. Più che un percorso, la metafora giusta potrebbe essere ” il viaggio”, un viaggio verso la morte e la resurrezione o, addirittura, un viaggio a ritroso verso il grembo materno.  Tutto questo da ragazzo lo percepivo e lo vivevo dentro di me come idiosincrasia, vuoto, fallimento, paura della morte.

Quindi una giusta risposta riguardo alla genesi dell’arte che si impossessa dell’artista non è facile formularla, forse non c’è alcuna risposta a questa sconfinata domanda. L’artista è il frutto di infinite stratificazioni che avvengono nell’anima, tutto quello che si avvicenda nella vita segna irrimediabilmente il nostro modo di vedere, percepire, sentire le cose e quando tutto questo diviene sostanza, ogni cosa svanisce cedendo il posto al nuovo.”

Ho notato che lo stile delle tue opere varia molto. Puoi esprimerti con tratti forti e colori suggestivi o cupi così come lasciare che la luce prevalga sulla materia. Alcune volte citi inequivocabilmente artisti come Picasso, Matisse e altri ancora , questo fatto mi ha incuriosita ma anche confusa, mi sono sentita spiazzata, poi ho intuito che rimaneva sempre la tua impronta, eri sempre tu.  Queste citazioni sono forse un modo per “riappropriarsi” di qualcosa che in loro senti tuo?

“Io non ho mai voluto trovare uno stile che mi definisca. Io sono tutti gli stili, sono tutte le epoche, questo potrebbe essere scambiato per immodestia ma è l’esatto contrario. Quando affermo di “essere l’arte” e dico “io sono l’arte”, esprimo quello che ogni artista dovrebbe credere in cuor suo, affermo l’anelito all’infinito, la capacità dell’uomo di riscattarsi dalla paura che lo opprime.

Nel mio “rifarmi ad altri” colgo solamente quell’eredità che gli artisti lasciano nelle mani dei loro “continuatori”, per la continuità . Ogni artista non lavora unicamente per se stesso, lavora per le generazioni future, lavora per un destino dell’uomo che si possa verificare nel tempo … oggi trovare uno stile diventa la prerogativa di ogni artista: se non hai uno stile non hai concretizzato nulla, se non hai uno stile rimani intrappolato.

Io mi approprio inconsciamente di tutti gli stili che ho assimilato per raccontare quello che ho da dire.  Non lo faccio in maniera consapevole, non scelgo uno stile a priori. Sicuramente questa modalità ha a che fare con un senso evoluzionistico dell’arte.”

Quali sono gli artisti che citi più frequentemente nelle tue opere?

“In alcuni casi posso citare Picasso o Mirò, ma anche Morandi. In un caso ho scritto “alla Morandi” che, secondo me, è uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, perché in quel suo intrappolare le luci e le forme, soprattutto nel suo ultimo periodo, diventa così essenziale, minimalista, così realista e profondo, pur conservando uno sguardo fanciullesco su piccoli soggetti come bottiglie o fiori secchi.

Un uomo di grandissima umiltà Giorgio Morandi, un pittore che scompare dietro la pittura, cosa che non avrebbero mai fatto Picasso o Matisse che erano piuttosto uomini da palcoscenico. Morandi si collega al grandissimo Paul Cézanne, a cui mi sono molto ispirato, soprattutto al suo olio su tela Le grandi bagnanti, a cui riconosce la dedizione completa all’arte.

In un’intervista dice di Cezanne che è il prototipo di artista che non sa dipingere e proprio perché non sa dipingere è riuscito a creare delle cose che riescono ad entrare nel cuore dell’osservatore. Io non so se è vero che Cezanne non sapeva dipingere, ma è diventato un eccelso pittore perché il suo volere intrappolare le forme, le immagini,  quindi voler esprimere quello che c’è nell’animo, lo hanno portato ad una vocazione totale.

Questo è avvenuto anche ad altri artisti capaci di grandissima umiltà, come Giorgio Morandi e Cezanne e, per alcuni versi, anche in Vincent Van Gogh, che  aspirava ad un pubblico, voleva essere amato dal pubblico. Alcuni artisti si disperano perché non sono capiti, altri si abbandonano totalmente a questo rifiuto, come Cristo nel deserto, l’artista contempla se stesso, nella sua nudità. Quei pochi artisti che cito non sono mai casuali, infatti non cito mai Dalì, De Chirico, Julian Schnabel e altri paradossi osceni della nostra epoca.”

Qualcosa sul tuo lavoro d’artista e la tua idea d’arte

“Per me si tratta di un lavoro così assoluto, privato, un lavoro così solitario. Faccio tutto da solo, non ho aiutanti ad aiutarmi a trasportare le tele, a prepare i pigmenti, non ho una segretaria. Comunemente la gente trova eccezionali opere monumentali, palazzi interi, facciate, cavalli incastonati nei muri, e via discorrendo. Il pittore è diventato scenografo, regista, il pittore è diventato collezionista.

Per me essere pittore significa un’unica cosa, ovvero cercare disperatamente dentro di noi, per trovare se stessi con i mezzi più semplici, nella privazione. Ed è possibile che l’artista trovi se stesso quasi solo quando pensa che ormai il mondo gli abbia chiuso le porte. In quella privazione assoluta, in quell’essere così desolato così “annientato” trova l’essenza per parlare alle generazioni future.

E quando vuoi parlare alle generazioni future non vuoi parlare di nichilismo, non vuoi parlare di distruzione ma di verificare la bellezza.

Poco fa ho fatto una piccola natura morta, una bottiglietta, così facendo mi sono appropriato di un piccolo spazio, della luce appena percepita di un oggetto. Questa appropriazione mette una grande gioia dentro come se tu toccassi la tua vera natura. Come se ti riappropriassi di qualcosa in cui ti senti a casa.

Quando lavoro su superfici bianche il lavoro diventa apocalittico perché la gente vuole pure questo. In un certo senso è giusto che l’arte diventi monumentale, ma non può essere solo monumentale, spettacolare. Non ci possiamo riferire solo a grandissime dimensioni, non si può solo l’urlare in piazza, non si può solo partecipare a conferenze ed eventi. Anche se pubblicherai quanto ci stiamo dicendo, considero comunque questa con te una conversazione privata, come se ci parlassimo tra amici, in una conversazione vis-à-vis.”

Parli con il cuore in mano, esprimi cose che hai dentro di te con franchezza. Puoi raccontare anche come sei arrivato alla pittura?

E’ una domanda a cui è difficile rispondere, non ha quasi senso è come se qualcuno ti chiedesse “perchè sei venuto al mondo?”

A una domanda così non sapresti rispondere, potresti dire “perchè l’hanno voluto mamma e papà” oppure, idealizzando: “perché dio mi ha voluto al mondo” , ma la verità concreta non la sai.

Lo stesso parametro si può usare per la pittura: la vera concretezza della pittura tu non la sai, io potrei dire che avevo un nonno scalpellino, era uno scultore di monumenti cimiteriali, e ho avuto la fortuna di avere lo zio che tutt’ora dipinge, zio Mario. La sua è una storia dolorosissima: si è ritrovato pittore prestissimo, disegnava benissimo, ma il padre non voleva che facesse il pittore e l’ha mandato a fare il sarto, mestiere che ha svolto fino all’età di quaranta anni, momento in cui si è sposato e ha cominciato a dipingere, con venti anni di ritardo, si potrebbe dire,  da allora fino adesso che ha 86 anni  ha dipinto migliaia di paesaggi.

Da ragazzino ho avuto la fortuna o la sfortuna, non so, di andare nel suo studio, sedermi a leggere le biografie degli artisti a guardare i suoi quadri, il mio contatto con la pittura per certi versi è stato voluto da qualcuno. Ho ricordi bellissimi del suo studio, anche l’odore dei colori a olio, quello della trementina, la luce da pescheria, i libri di biografie che da ragazzino divoravo letteralmente.

A scuola andavo male, con brutti voti in italiano e in matematica, i professori dicevano a mamma che non capivano perchè restassi sempre zitto, anche se poi aggiungevano che ero vivace e attento e mi facevano sedere nei primi banchi in modo da scoraggiare l’isolamento. Evidentemente il mio stare in disparte, in silenzio, questa mia inconciliabilità con il mondo, probabilmente aveva a che fare con la pittura. Restavo volentieri nello studio anche se andavo fuori con gli altri ragazzini, a giocare per strada a picchiarmi con loro, ma la vera felicità era sapere che in quello studio qualcuno stava lavorando a delle cose che erano quasi magiche. Qualcuno interpretava un paesaggio, qualcuno metteva luce in un quadro. Il mio primo quadro risale ai miei tredici anni, in questo sono stato agevolato. E poi il resto è la vita stessa, non è tanto la pittura ma il contesto vissuto nella vita e a proposito di questo dovrei parlare di tante vicende, ma non basterebbe qualche ora.”

Non è facile contattarti, ma come mai una persona schiva come te ha deciso di utilizzare Facebook come unico mezzo di comunicazione con il mondo?

Facebook per me è stata una scelta dolorosa, ma mi sono messo in gioco decidendo di rendere pubblica la mia produzione, condividendola su Facebook per un po’, anche se non faccio entrare in studio nessuno, non sento la necessità di mettermi a dialogare sull’arte, non ne sento la necessità, anzi sentirei di tradire me stesso. L’arte per me è una questione di meditazione.

Facebook è un spazio che potrei definire “usa e getta” dove si trovano e condividono immagini di ogni tipo, contenuti spesso banali. E’ uno spazio virtuale che potrebbe diventare un’arma a doppio taglio. Ma, così come è successo tra di noi,  consente di conversare anche a distanza, ed è comunque una conversazione reale.  Mi accorgo di questo ogni volta che una persona mi scrive, tanti stranieri e pochissimi italiani, ad essere sincero, soprattutto inglesi, tedeschi e francesi.

Talvolta ho pensato di uscire da Facebook in sordina, così come ci sono entrato circa un anno fa, ma con il passare del tempo mi rendo conto che ormai c’è qualcuno che mi segue e che si aspetta di trovare ogni giorno qualcosa di nuovo.
Questo scambio con i pochi che mi seguono è diventato uno scambio di crescita per me e per loro, a prescindere dal successo.”

Termina così la converasazione con Angelo Di Bella, artista dalle molte sfaccettature, che continueremo a seguire nel suo percorso.

Angelo Di Bella vive sulle pendici dell’Etna ed è contattabile unicamente tramite la sua pagina Facebook.

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