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Firenze, il Cinquecento batte le mostre pop Breaking news, Cultura

andrea del sarto

Firenze -  Oltre 40 mila visitatori, tante prenotazioni dall’Italia e dall’estero, un numero imprecisato di studenti che arrivano da tutte le parti, anche fuori dalla Toscana. Il Cinquecento a Firenze (Palazzo Strozzi 21 settembre – 21 gennaio 2018), a sorpresa, scala la classifica delle mostre più visitate del Paese e si porta al quarto posto dopo quelle di Van Gogh e Caravaggio. Un successo inatteso anche per gli organizzatori probabilmente, che a suo tempo avevano parlato del “coraggio” di osare una sfida culturale come questa. In cifre, 70 opere e 41 artisti (talvolta poco noti al grande pubblico) che conducono il visitatore attraverso un percorso di disvelamento di un periodo storico complesso e controverso come quello della Controriforma. “Sì, ci vuole coraggio nel contesto italiano, dove le mostre devono garantire un immediato ritorno in denaro” dice Antonio Natali, ex direttore della Galleria degli Uffizi e curatore della mostra insieme a Carlo Falciani. Il risultato dell’eterna rincorsa a riproporre icone già note al grande pubblico, prosegue, è il trionfo del conformismo culturale. Difficile organizzare una mostra con pittori che talvolta, nelle scuole, non vengono neanche pronunciati. Difficile focalizzarsi su un periodo storico quando è passata l’idea, il pregiudizio, il luogo comune, che “il secondo Cinquecento fiorentino sia un mondo al tramonto”. Il guanto di sfida deve lanciarlo lo Stato, con una proposta educativa, formativa e di conoscenza.

Natali questa mostra avrebbe voluto chiamarla Lascivia e devozione, per indicare due condizioni dell’animus del periodo che convivono, procedono in parallelo, cercano il loro spazio talvolta antitetico, per portare il mondo verso un Tempo diverso. Le otto sale conducono il visitatore per mano attraverso questa avventura pittorica e storica, i cui simboli ormai non sappiamo più riconoscere.

Si comincia con la prima, rarefatta, sala con due Maestri per eccellenza: Michelangelo e Andrea del Sarto. Il primo appartiene all’Europa, al mondo. Andrea del Sarto “meno conosciuto in un contesto allargato, ma è il più copiato a Firenze” fino ai primi del ‘600. “Lo abbiamo voluto in esordio perché lui è maestro di lingua figurativa, ma soprattutto di ideologia”. La Pietà di Luco (1523), lo dipinge per un popolo di contadini, e con i suoi simboli rappresenta quasi un manifesto Controriformato, 40 anni prima del concilio di Trento che finisce nel ’63. “Non per preveggenza, ma perché si avvertiva l’esigenza di una Riforma, pur non volendo aderire alla frattura luterana tedesca”. A Firenze sentivano sotto la propria pelle la presenza di Savonarola ucciso e bruciato. Da questo conflitto, da questa sofferenza nasceranno grandi opere.

Ma ecco nella seconda sala, arriva il “trittico delle meraviglie”, il clou della mostra: le deposizioni del Rosso Fiorentino, del Pontormo e del Bronzino, che viene da Besancon e da 500 anni non tornava a Firenze. “Quella terna lì non si ripeterà mai più, è un’occasione unica per vederla tutta. È trionfale e io ho tremato” dice Natali. Perché da lì in poi, valicando lo spazio, niente sarà come prima: “Da sempre il secondo Cinquecento è considerato declinante, e non c’è niente di peggio del decalage”. Del resto ormai Martin Lutero ha appeso le sue tesi sul portone della Cattedrale di Wittemberg, e il registro cambia, cambia la lingua. Sala dopo sala, i volti e le figure ora si stagliano nitide e imponenti. Con Santi di Tito si attraversa una linea del naturalismo quasi caravaggesco. Per evocare una navata di Chiesa fiorentina post conciliare, vengono tolte tutte le cornici e le pale restano immerse nel grigio che riproduce la pietra serena. Su uno sfondo color prugna arrivano poi i ritratti che evocano residenze nobiliari. Ritratti femminili, ritratti narrativi, che fanno capire in realtà “l’apertura mentale di una stagione che consideriamo chiusa e bigotta”. C’è un uomo che si apre il petto e fa vedere il cuore. Da un’altra parte, seminascosto, appare un riferimento sottile all’amore fra Achille e Patroclo. Una libertà per noi insospettata in quella stagione. E poi pittori che con piglio spregiudicato, dipingono sensualità e nudità, con un impegno poetico mai inferiore a quello dedicato alla sacralità. L’arte è così. Il secondo Cinquecento fiorentino è così.

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