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I 70 di Tex, il cowboy italiano che si batte contro corrotti e prepotenti Breaking news, Cultura

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Firenze – Tex   70 anni….e  ancora in gran forma.  In occasione del 70 anniversario dell’ormai leggendario fumetto  creato da Gianluigi Bonelli e dal disegnatore Aurelio Galleppini (Galep)   fioriscono ristampe, riedizioni  e cresce anche il dibattito sulle interpretazioni di  vari aspetti della saga texiana, a cominciare dal “segreto”  della sua longevità. E ,parallelamente, il fascino degli ambienti  esotici (praterie, foreste, deserti), della grande varietà di avventure  del celebre ranger e dei suoi pards hanno come avversari fuorilegge o i  prepotenti che spadroneggiano sull’intera comunità o sette segrete, cospiratori, bande di indiani ribelli  o affaristi senza scrupoli che vogliono impossessarsi dei territori dei nativi americani.

Presentiamo con questa intervista  una delle pubblicazioni più recenti  e più innovative, Tex Willer. Un cowboy nell’Italia del dopoguerra.  (Il Mulino,2018)  L’autrice è  Elizabeth Leake ,docente  nel Dipartimento di Italiano della Columbia University, New York.  La Prof. Leake si è interessata particolarmente di narrativa e teatro del Novecento, storia culturale del fascismo, e storia e critica del cinema italiano ed europeo. Fra i suoi libri ricordiamo «The Reinvention of Ignazio Silone» (2003) e «After Words. Suicide and Authorship in Twentieth Century Italy» (2011).

In questo libro  l’autrice sottolinea che Tex è  nato all’indomani della seconda guerra mondiale  e che dentro la cornice dell’iconografia classica americana, le storie del  famoso ranger texano attingono alla cultura del recente passato del nostro paese (i film d’epoca fascista, la Resistenza, il neorealismo) e alla realtà sociale e politica contemporanea (la legalità costituzionale, la corruzione politica) . Elizabeth Leake  rileva che Tex difensore dei deboli, avversario dei malvagi, privo di dubbi esistenziali, rispettoso delle tradizioni, capace di dimenticare velocemente i torti subiti e la sua stessa rabbia, è un eroe dell’epopea americana ma testimone fedele del mondo emozionale e dei tratti antropologici degli italiani.

In questa intervista mettiamo a fuoco alcuni  tratti particolarmente significativi della ricerca effettuata dalla studiosa americana e del suo rapporto con Tex.
D. Come è nato il suo interesse per Tex Willer?

R. Il mio campo di studi principale è stato, negli ultimi anni, la storia della cultura e del cinema del periodo fascista e dell’immediato dopoguerra. Tex, le cui prime strisce appaiono nel 1948, è stato, e rimane, un’icona fondamentale della cultura popolare italiana del secondo dopoguerra. È dunque naturale che sviluppassi un interesse per lui. Accanto al lato strutturale, poi, come sempre, c’è anche l’occasione, la scintilla che accende l’interesse, e questa è stata, come spesso accade, un amico appassionato. Da lì è iniziata la mia esplorazione, che mi ha regalato conoscenze tanto belle quanto inaspettate. Per esempio, ho passato un bellissimo pomeriggio nello studio del nipote di Galep (il primo disegnatore di Tex), un artista del legno di grandissimo talento, che mi ha raccontato le tante passioni artistiche di questo importante disegnatore. Sarebbe bello se qualcuno studiasse Galep “oltre” Tex.

D. Lei ha messo l’accento sui “silenzi” di Tex… cosa significa?

R. I silenzi di Tex sono parte dell’iconografia classica dell’eroe western: parla con parsimonia, preferisce l’azione, il suo paesaggio è la prateria, il compagno più fidato è spesso il cavallo. E poi le parole, e soprattutto chi le sa usare bene, possono ingannare e intrappolare.   Le donne, per esempio, o quelli che vengono dalla città, sono trattati con circospezione se non con ostentata sfiducia. Tex preferisce e riconosce l’imprescindibilità del mondo materiale, le cose che realmente esistono, non i loro sostituti o simboli (le parole, le promesse). Il classico eroe western osserverebbe che un pugno sul naso non mente. . .

 D. Come ha colto il legame con il cinema neorealista?

R. Il legame di Tex con il cinema neorealista si vede soprattutto nei protagonisti maschili. Sia Tex che, in grado minore, Kit Carson, Kit Willer, Tiger Jack, Pat l’irlandese, Gros-Jean e gli altri, vivono secondo un codice di comportamento che non accetta prepotenze o soprusi. Difendono i più deboli e i più vulnerabili senza badare al pericolo e senza tornaconto personale. Come nei film sulla guerra, la violenza ha il suo perché e il suo uso non richiede né scuse né spiegazioni. In questo, Tex è più vicino al cinema neorealista che al classico eroe del west americano: l’eroe western non sempre si occupa dei problemi altrui, mentre Tex e i suoi compagni d’avventura praticamente non fanno altro. In un certo senso sia Tex sia i protagonisti del cinema neorealista lavorano per un ideale, sebbene spesso non espresso. In Roma città aperta, per esempio, il personaggio di nome Francesco racconta alla futura sposa la sua in-capacità di spiegare perché è importante resistere: eppure lui è un capo della resistenza!

D. Cosa distingue Tex dal tradizionale scenario western dei film americani?

R. È difficile parlare di uno scenario western tradizionale, poiché il film western americano è un genere che esiste praticamente da quando esiste il cinema—ovvero dagli anni Novanta dell’Ottocento, dunque più di un secolo—e si è molto trasformato attraverso i decenni. Senza semplificare troppo, possiamo dire che il western americano a spesso protagonisti molto manichei. L’eroe è senza macchia (letteralmente: spesso porta un cappello bianco), non fuma, non bestemmia, tratta bene le donne e via dicendo. A lui si oppone il cattivo per antonomasia (cappello nero), che spara ai conigli perché si annoia e sequestra le giovani immacolate che stanno per ricevere un’eredità dallo zio. Tex, invece, è più ambiguo. Fondamentalmente buono, ma anche capace di barare alle carte, gli piace bere, non si fa problemi se deve dare fuoco a un’intera foresta e lo vediamo anche schiaffeggiare una donna—ovviamente quando l’occasione lo richiede.

D. Perché il Far West è sempre descritto – non solo in Tex ma anche nei film -  come un mondo senza donne?

R. C’è un elemento forte di “wish fulfillment” sia in Tex che nei film. Un mondo di forti amicizie o tutte maschili o tutte femminili attira molto anche oggi (basti pensare al grande successo dei ‘buddy films’). I produttori dei western hanno capito ben presto che il loro pubblico, composto soprattutto di ragazzi sulla soglia dell’adolescenza, aveva poca pazienza per le scene con le donne, perché non erano scene di azione. Peggiori di tutte, in quest’ottica, risultavano le scene in cui il protagonista bacia una donna. Quando un bacio era proprio indispensabile per portare avanti la storia, di solito si ricorreva al trucco di nascondere il bacio dietro a un cavallo.

D. Lei definisce Carson piuttosto “noioso”.  Perché? Questo giudizio sembra in controtendenza a quello che vede in Carson un personaggio che porta una nota di allegria rispetto a un Tex spesso troppo “austero”.

R. Assolutamente. Chi vede Kit Carson come antidoto a un Tex eccessivamente austero coglie un aspetto verissimo. Ma questa allegria ha un limite—è questo che intendo. In altre parole, l’allegria di Carson non può trasformare la relazione con Tex oltre un certo punto. Spalla è, e spalla rimane, con tutte le limitazioni del ruolo. Il compito di Kit è di assecondare Tex, di aiutarlo (fino anche a salvargli la vita), e di fare un po’ da interlocutore quando la storia richiede spiegazioni esplicite. È vero che è sempre Carson a prendere nota di una bella donna o a suggerire un buon pasto e una serata tranquilla, ma i suoi stimoli cadono spesso nel vuoto: Tex è irrimediabilmente fedele al ricordo della moglie, e l’occasione per menare le mani è fin troppo a portata di mano. Inoltre, l’allegria di Carson cambia assai durante gli anni. Negli anni Sessanta, Kit diventa meno allegro e più cauto. Si lamenta dei piedi che fanno male, della stanchezza, e ogni tanto bisticcia con Tex come se fossero una coppia un po’ inacidita dall’età. Pat l’irlandese e Gros-Jean, invece, mi sono molto simpatici per il loro burbero buon umore.

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