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I poeti salveranno l’Europa dalle parole dell’odio e della paura Cultura, Opinion leader

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Firenze - Con gli occhi dei poeti, della rivista «Testimonianze», è un volume abbagliante. In un tempo in cui l’immagine profetica dell’«uomo planetario» di Ernesto Balducci sembra attraversata dalle crepe dell’egoismo e del particolarismo. In un’epoca in cui risulta difficile affrontare i temi dei diritti individuali e collettivi, tramite la chiave della complessità, cercando di com-prendere, invece di «capire» e di semplificare le questioni in modo drastico e definitivo. Ecco un volume dedicato per intero alla poesia.

Una domanda implicita rivolta ai poeti che per forza di cose non chiede risposte categoriche, ma apre prospettive sempre nuove, attraverso il linguaggio simbolico della poesia. Come se la domanda si amplificasse, si sdoppiasse, trovasse in se stessa altre domande e proprio in virtù di tale procedere, potesse finalmente arrivare al punto: cosa ci fa un poeta in una realtà crettata, mistificata, plastificata, illividita e falsamente liscia come quella dei nostri giorni, in cui ben altri linguaggi prendono luogo, si insediano impossessandosi del nostro animo? Una realtà in cui l’uomo ricomincia in modo grottesco ancora una volta in Europa, a mostrare i denti, in una specie di sorriso primordiale, attraverso la negazione esponenziale dei bisogni dell’altro. Cosa può dire un poeta?

Si aprono questioni immense che si perdono nel tempo e nello spazio e dal nostro continente sempre più piccolo, inducono a confrontarsi con le culture di altri mondi, al cui interno forse il dialogo tra poeta e popolo è ancora una possibilità, mentre le nostre platee ideali e concrete di lettori, come scrive Francesco Stella nel suo intervento, si riducono sempre più sensibilmente fino al rischio di una sterile autoreferenzialità. Altrove, forse, spira un vento diverso. Il confronto con culture e soprattutto realtà linguistiche «altre» si traduce pertanto in necessità di un reciproco riconoscersi, a partire da «diverse storie di migranza» come ad esempio avviene con l’esperienza collettiva e al femminile, di cui parla Mia Lecomte a proposito della Compagnia delle poete, la cui strada porta ulteriormente dalla poesia al teatro.

COPERTINA VOLUME POESIA

Ma è anche una questione di tempo, se pensiamo all’insegnamento di J. L. Borges (di cui parla lo studioso argentino R. H. Rabitti), che rimanda a una «storia effimera», in riferimento «alla sua breve durata, alla sua scarsa densità temporale», propria di un «tempo inventato», come tratto distintivo della cultura e della produzione artistica del vasto territorio del Rio de La Plata. Un tempo molto diverso da quello classificato, ordinato e scandito della nostra Europa, che dopo le grandi esperienze della civiltà umanistica, vede il prima e il poi dolorosamente in contrasto, per cui ci domandiamo per l’ennesima volta: Cosa faremo noi della nostra morte? Cosa sarà di noi dopo la morte? Come a voler circoscrivere un luogo in cui tutte le domande dell’uomo occidentale sembrano confluire; luogo che per Borges, poeta cieco, è la poesia stessa, con la musica «la più docile delle forme del tempo», che impianta nell’uomo «il ricordo impossibile di essere morto» arrivando «perfino a comprendere la propria morte come veritiera ed epicamente già successa». Un paradosso concepibile, se si tiene conto della vasta dimensione smemorante e sempre «attuale» del continente americano.

La capacità di pre-vedere, nella nostra Europa, si riduce talora nel sogno distorto di alcuni che, in una necessità materialistica di certezza, indugiano nelle prove generali del proprio funerale, per «sapere prima», per possedere anche quell’istante.

Ma «vedere» è un’altra cosa. E’ la possibilità dei poeti, nel loro passo e nel loro stesso respiro talvolta corto, spezzato fino alla lapidarietà dell’epigramma, fino alla tentazione del silenzio, in altri momenti disteso, in cui narrazione in prosa e poesia potrebbero identificarsi. I poeti sono semplici, devono fare attenzione a dove mettere i piedi, la loro è «una poesia davanti alla punta delle scarpe», come sostiene Sauro Albisani a proposito del prezioso magistero di Carlo Betocchi; essi, nell’urgenza dei tempi segnano un passo comunque diverso, in nome della sobrietà (ci suggerisce Gabriella Sica), come unica cifra di una forma di resistenza; il cui cardine è in sostanza quel misterioso convergere di sensibilità individuale e sguardo universale, «enigma del tormentato procedere del mondo», proprio della poesia di Mario Luzi (di cui Marco Marchi ci offre un significativo ritratto).

Rivelatori di «entusiasmo», del misterioso «fuoco che arde dentro», che i poeti hanno sempre saputo riconoscere (secondo la definizione di Sergio Givone in una splendente conversazione con Severino Saccardi, posta in apertura del volume); certificatori di assenze, leopardianamente inattuali (Gaspare Polizzi); di un misticismo desiderante (Carmelo Mezzasalma, a proposito di San Giovanni della Croce); i poeti, talvolta poveri e misconosciuti, segnati dalla «lacerante nostalgia per il luogo natio», come nel caso dell’iracheno Hasan Atiya Al Nassar (qui ricordato da M. Loconsolo), o dell’esule Dante e «del suo messaggio universale di riscatto» (Massimo Seriacopi), portano sul corpo i segni del tempo, della distanza, delle ferite della storia.

Ferite come quelle di cui narra la poesia nata nella dolente e travagliata terra di Armenia della quale, su «Testimonianze», scrive Cinzia Demi.  Aria strappata centimetro per centimetro al vuoto è la poesia come cifra dell’esistenza, del bravo (e troppo presto scomparso) Pierluigi Cappello, ricostruita da Alessandro Fo. Vento che arriva da uno spazio bianco per la calabrese, fiorentina di adozione, Giusi Verbaro (ricordata da Giuseppe Panella). Si scrive «per contrastare la nostra caducità» suggerisce Gabriella Maleti (di cui parla Mariella Bettarini). «Poesia della sguardo» in Sandro Penna (Elena Gurrieri), «sentimento creaturale del mondo» nelle pagine di Diego Valeri (Gloria Manghetti); allegoria e «poesia ad occhi aperti» per Giorgio Caproni ( Rosalba de Filippis).

E il poeta è per essenza «ospite ingrato», nelle parole di Franco Fortini (Luca Lenzini). E’ anche (talora realmente, molto spesso nello spirito) esule, profugo, condizione di cui il suo spirito sembra paradossalmente alimentarsi. Il grande Czeslaw Milosz (di cui tratteggia il profilo Francesco M. Cataluccio) sosteneva che la «sorte di un profugo è una decadenza così grave che non l’augurerei a nessuno, a meno che non sia dotato di una salute di un cavallo, della vitalità di un coccodrillo e dei nervi di un ippopotamo». Profugo e in quanto tale cittadino del mondo, al tempo stesso consapevole delle proprie radici linguistiche, Milosz porta la testimonianza di un’Europa che sembrava rischiare di rimanere per sempre divisa e i suoi versi suonano oggi di sorprendente attualità:

«La mia terra

Si trova qui e ovunque, da qualunque parte mi volga

O qualunque lingua oda».

 

 

Il volume di «Testimonianze» Con gli occhi dei poeti verrà presentato il 19 Settembre a Firenze, alle Murate (Sala Progetti Arte Contemporanea), alle 17.00, da Sauro Albisani, Mariella Bettarini, Rosalba de Filippis, Sergio Givone, Davide Rondoni, Severino Saccardi. L’incontro sarà condotto da Roberto Mosi. Con gli interventi musicali di Chiara Ciribello.

 

Foto: Mario Luzi

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