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L’Atlante di Soscia: sessanta meraviglie nascoste nella nostra palude Cultura, Opinion leader

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Pisa -Libreria ‘Tra Le Righe’ in via dei Mille, a pochi passi da Piazza dei Cavalieri. Sullo scaffale d’ingresso campeggia una pila di volumi del nuovo libro dello scrittore Danilo Soscia “Atlante delle meraviglie”, edito da Minimum Fax. Nella piccola e accogliente bottega del sapere siamo in tre: il sottoscritto, il libraio Leonardo, l’autore in giacca nera e occhiali da sole. Sorridente e pronto a concedermi questa intervista esclusiva per StampToscana.

Una striscia del disegnatore Quentin Blake è intitolata Storia breve, un’unica semplice illustrazione dove il testo recita: «Volete pubblicare i miei racconti brevi?». Risposta: «No». Fine. È veramente così complicato convincere un editore a stampare una raccolta di racconti invece del classico romanzo?

Negli ultimi vent’anni la percezione editoriale delle forme brevi è mutata, e non solo per ragioni estetiche. Da una parte i racconti, le scritture più contratte in generale, soddisfano nuove esigenze di consumo, e per questo incrociano un pubblico di acquirenti sempre più folto. Dall’altra il racconto è congruo rispetto ai tempi della vita, in cui la lettura resiste come attività costante, ma con spazi sempre più erosi dall’ossessione produttiva in cui tutti siamo immersi. Ci troviamo dunque di fronte a una scelta di carattere industriale nella cornice di una civiltà, la nostra, in cui letteratura e produzione letteraria coincidono. Ma sarebbe poco accorto ridurre solo a questo il ritorno in auge del racconto. Quest’ultima è una forma narrativa molto più vicina del romanzo all’oralità, cioè a una memoria atavica del comporre storie. Il racconto forse custodisce in sé un nucleo antico, originario, la parola prima delle parole, una sorta di aurea pedagogica. O forse così mi illudo che sia.

Parlami della scelta del titolo Atlante delle meraviglie, della copertina creata da Patrizio Marini. E di come sei riuscito a mettere nello stesso libro il Pachinko e Hitler.

Durante la genesi del libro quel titolo suonava con una eco vagamente ironica. Era il nome che avevo dato al contenitore – una scatola – in cui conservavo tutte quelle scritture che mi sembrava componessero una sorta di campionario avulso, una collezione di memorie barocche. Poi, con il tempo, la raccolta si è trasformata in una specie di costellazione di storie che insieme materializzavano un senso. La geniale elaborazione di Patrizio Marini e Agnese Pagliarini mi pare abbia colto proprio questa tensione: la figura composta da figure, il disegno arcano che si intravede solo quando tutte le stelle/oggetti sono allineati. Adolf Hitler e il gioco del Pachinko appartengono quindi allo stesso quadro tragico ed entrambi, nella mia narrazione, hanno a che fare con Satana. Forse per questo sono precipitati nel medesimo libro.

La tua scrittura narrativa – stilisticamente perfetta – è un mosaico di dettagli, suoni, odori che regalano profondità in un “colpo solo”. Ho sempre invidiato il tuo modo di stordire il lettore con gusto originale. Dove nasce il tuo percorso creativo?

Capita che l’istinto della scrittura diventi corpo cavo, cassa di risonanza di una evocazione. Sono sedotto da quelle opere, da quelle tradizioni, che riescono a far precipitare in figure concrete i fantasmi, le ombre che aleggiano in esse. Penso alle vite dei santi, ai drammi religiosi come Il miracolo di Teofilo di Rutebeuf – con il diavolo che vi compare balzando dalle pagine – oppure a Eschilo. Nell’Agamennone, dopo aver ucciso il marito, Clitennestra rievoca l’omicidio pronunciando le parole: «Il sangue schizza dalla ferita e mi colpisce con gocce nere, una rugiada di morte: e io gioisco, come un campo per una pioggia ristoratrice su germogli appena sbocciati». Credo sia questa totale identità con il mondo l’oggetto della mia nostalgia e della mia rincorsa.

«Ero saturo della certezza che avremmo dovuto abbandonare in mare non pochi cadaveri prima del nostro arrivo. E invece, seppur esangui, toccammo tutti terra». Nella barca che descrivi in Vittoria o morte è stipato Ernesto Guevara con i suoi compagni. Se fosse stato ai nostri tempi il Che probabilmente sarebbe morto nel Mediterraneo e non con i “rivoluzionari” nella foresta boliviana?

«Colui al quale il crimine porta vantaggio, egli l’ha compiuto», affermava Medea. Un certo potere è convinto, infatti, che il consenso popolare possa essere ricompattato attraverso il culto mortifero della vittima, il sacrificio ritualizzato del più debole. Ma in mare moriamo prima di tutto noi, come donne e uomini, che siamo la schiuma di una cultura infame. Per secoli abbiamo depredato, sconvolto, corrotto la vita di intere generazioni di africani. Non ci è tornato indietro nemmeno un grammo di quello che abbiamo seminato. La deriva è allegoria contemporanea del nostro vivere, del nostro ragionare. E Guevara è il fantasma più livido e rabbioso che compare nell’Atlante.

Rievochi spesso la storia antica e alcuni suoi protagonisti, animandoli di nuovo, ma in quale universo o palude siamo finiti oggi? In tal senso chi potrebbe entrare in un tuo prossimo racconto?

Il Novecento, il suo pantheon oscuro, affollato di maschere orribili. Mi piacerebbe trovare una chiave di volta per ritrarre in un unico colpo d’occhio un simile coro, le sue presenze dissimili. La nostra palude è l’epigono di una decomposizione che arriva da lontano. Tuttavia la caduta, l’estinzione, non sono gli unici esiti possibili, l’unica strada. L’edificazione di un argine è sempre praticabile. Può sembrare ovvio, ma l’esistenza in sé è un processo scandito da scelte. Possiamo scegliere se essere parte della palude, oppure rischiarare, bonificare, rispondere alla domanda di Pilato «Che cos’è la verità?». Nel frattempo contribuiamo alla conservazione di un mondo ingiusto, triste, in cui il censo è ancora, e più di prima, la misura della dignità di un uomo.

Paura, disagio e indifferenza hanno raggiunto un livello imbarazzante. Per interpretare i problemi, e la crudeltà egoistica della nostra società, chiediamo soccorso a Gramsci?

Una strana presbiopia ci fa percepire sfocato il pensiero, ma soprattutto il metodo, di un genio raro. Ma Antonio Gramsci non è solo il pensatore, il critico, il teoreta di una lettura del mondo di incommensurabile attualità: è già un brano del mito novecentesco. In Incitamento all’odio di classe (ultimo racconto della raccolta di Soscia, ndr.) ritroviamo un uomo piegato dalla tortura del carcere, dalla febbre, che pure nel delirio non rinuncia mai alla sua morale. Il piccolo teatro sacro che si sviluppa tra il Gramsci prigioniero a Turi e il Satana mondano prende le mosse proprio da questo fondo di mistica popolare, dalla dicotomia insanabile di giusto contro ingiusto, di rettitudine contro malvagità. È il pensiero di figure simili – le parole, la presenza viva – a indicarci la strada in questa notte.

Per Danilo Soscia (1979) questa è un’estate all’insegna di prestigiosi riconoscimenti, è finalista nella sezione Narrativa del Premio Procida, Isola di Arturo, Elsa Morante ed è nella terna che si contende il Premio Chiara 2018. Leggete i suoi sessanta piccoli racconti e scoprirete un formidabile inventore della macchina che porta al capolavoro letterario.

 

foto: Danilo Soscia

 

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