Longobardi in Toscana, sulle tracce dei guerrieri devoti all’Arcangelo Michele | StampToscana
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Il blog di Francesco Colonna
Voltagabbana

Longobardi in Toscana, sulle tracce dei guerrieri devoti all’Arcangelo Michele Cultura

chiesa di san michele di castel di nocco

Stamp ripercorre, attraverso la penna di Gabriele Parenti, collega impegnato nella realizzazione di un documentario-reportage sull’ ex lago/padule di Bientina che lo ha portato a indagare su quelle zone dove la presenza dei Longobardi era massiccia e ha lasciato tracce no solo sui toponimi ma sull’intero territorio, la via che gli invasori percorsero per giungere in Lucchesia e più a sud, dilagando in quello che era un importante crocevia fra Italia Settentrionale e centro sud. Invasori che mitigarono a poco a poco i costumi barbarici ed entrarono in armonia con la cultura delle popolazioni italiche, costruendo un nuovo modus vivendi e una cultura che, a suo modo, preparerà a quella rinascita di impronta franca conosciuta nel mondo con il nome di “rinascita carolingia”. 

Firenze – Quando i Longobardi scesero in Toscana dai passi appenninici si trovarono di fronte ad una terra prostrata dalla guerra greco-gotica, cui avevano fatto seguito epidemie di peste e carestie. Fu dunque una facile conquista che, all’inizio,portò ad una dura dominazione ma in seguito un rapido processo d’integrazione generò una ripresa economica consolidata da un lungo periodo di pace.

Il Ducato di Tuscia che aveva per capitale Lucca, importante snodo sulla via Francigena e sulla scorciatoia di Sarzana si estendeva fino a Orvieto e a Viterbo e comprendeva anche l’area fiorentina. L’occupazione di Montignoso ad opera delle truppe di Teodolinda e la temporanea conquista di Populonia, portarono,di fatto, all’accerchiamento di Pisa che dalla caduta dell’impero romano, gravitava nell’orbita bizantina ma aveva una sostanziale autonomia.

L’importanza della Toscana come crocevia tra l’Italia settentrionale e i ducati del centro-sud derivava anche dal fatto che gli itinerari costieri,della Liguria e della Romagna, erano in mano ai bazantini. Perciò assunse un’ importanza fondamentale l’itinerario di Monte Bardone (Mons Longobardorum) che da Parma , attraverso la Cisa, arrivava in Lunigiana e a Lucca. Da qui partiva un sistema di strade che portava a quella che poi divenne la Francigena per antonomasia, da Altopascio (dai termini longobardi Teu popolo e passio, torrente), lungo la Val d’Elsa arrivava a Siena a alla Cassia.

Ma le vie longobarde avevano, da Lucca, altre diramazioni. Una in direzione della Valdinievole, Prato, Firenze, Arezzo e verso sud lungo la Cassia vetus.

Un’altra, invece,attraversava il Compitese e lungo il lago/padule di Bientina(Sesto) arrivava a Vicopisano, importante snodo verso sud o verso il porto pisano. A S.Maria a Monte, sul lato meridionale del lago fu edificata, nella parte più alta del borgo, una cappella dedicata alla Vergine, su una preesistente struttura.

Riporta Emanuele Repetti che in una lettera scritta nel 603 all’esarca bizantino di Ravenna Smaragdo, S.Gregorio Magno afferma di aver chiesto invano ai pisani di non uscire in mare con le loro navi da guerra (dromoni) e ciò- sottolinea Repetti – rivela non solo la continuità dell’attività marittima ma anche l’indipendenza, di cui godeva allora la città, non più bizantina e non ancora longobarda, anche se poco tempo dopo, ad opera di Agilulfo, sarebbe passata a far parte del regno longobardo. Anzi fino alla conquista di Genova effettuata da Rotari,Pisa fu l’unico grande porto tirrenico in mano ai longobardi.

Da questa premessa ho cercato di delineare cosa avvenne in quel periodo nell’area di congiunzione fra Pisa e Lucca che collegava la città marinara alla via Francigena e alla scorciatoia sarzanese (la Pontedera Lucca si chiama ancora oggi Sarzanese –Valdera).

Un asse inclinato di 120° a sud-est – ha scritto Andrew Collins –  unisce i santuari micheliti d’Irlanda e di Cornovaglia a Mont Saint Michel e a Bourges, posta sulla “linea della rosa” e interseca il Santuario di San Michele garganico, cerniera e spartiacque fra due mondi. S. Michele fu il santo protettore dei Longobardi dopo la loro conversione al cattolicesimo, avvenuta alla fine del VI secolo perché questo popolo ritrovava nell’arcangelo “guerriero” i caratteri di alcuni dèi germanici. Sorsero dovunque santuari, abbazie, chiese, specie nei luoghi fortificati o di confine.

Da un articolo di Rossano Rossi pubblicato su un periodico locale si apprende che la fortezza di S.Agata tra Buti e Vicopisano (Sala Auseris) fu probabilmente un possente baluardo dei Goti e poi dei Bizantini che da Pisa si contrapponevano ai Longobardi insediati a Lucca, e questo, sui colli che dominano il percorso sul lago di Bientina(Sesto), era, quindi, un punto di confine.

Dopo la conquista longobarda, quindi attorno al 603, la fortezza divenne parte di un sistema difensivo incentrato sul borgo fortificato di Castel di Nocco e che oltre a S.Agata comprendeva il castello di Roccali.

Nel Compitese e nelle aree adiacenti al lago di Bientina troviamo varie località con nomi di origine longobarda come “Visona” (da Wizza, bandita di caccia ), Sala (casa padronale della fattoria) e, sulle colline delle Cerbaie, Staffoli ,da “staffil” (cippo di confine) e Quattro strade, tipico nome di insediamenti rurali longobardi con torre di avvistamento presso un quadrivio .

A Buti troviamo, invece, Volpaia che era una tipica denominazione longobarda. E la località Le Sale, presso Piambello che, declinata al plurale, indicava evidentemente un insieme di fattorie.

Merita, poi, rilevare che da Pavia capitale del regno longobardo, si arrivava a Lucca tramite i passi appenninici e si proseguiva lungo il lato settentrionale del lago di Bientina e l’attuale abitato di Cascine di Buti, per raggiungere Vicopisano ; da qui si andava verso Pisa oppure, dalla Valdera, e Volterra, si proseguiva a sud verso i potenti ducati di Spoleto e di Benevento.

I castelli di Buti presidiavano questa via in un punto cruciale perché, per la presenza del lago/padule di Bientina, era un passaggio obbligato. Ma si possono presumere percorsi, alternativi al padule, attraverso le colline che uniscono il Compitese e il territorio butese.

Sappiamo anche che dopo un primo periodo di dominazione i conquistatori s’integrarono con le popolazioni locali, edificarono chiese e abbazie. E risalgono probabilmente a questo periodo le antichissime abbazie di Cintoia e di S.Salvatore a Sesto. Ripresero anche i commerci perché si legge che nell’anno 679 due ricchi mercanti di Lucca che venivano a Buti per acquistare il suo pregiato olio, erano stati assaliti e derubati da una banda di predoni presso Tanali.

Anche una testa con lunghi baffi, all’esterno della Chiesa di S.Francesco a Buti, identificata con il Bafometto, potrebbe essere una testa di guerriero longobardo come quella sulla scarsella del Battistero di Firenze.

Ma l’indizio più importante dell’epoca longobarda è, per Buti, la presenza della Chiesa di S.Michele che sorge in Castel di Nocco. Infatti, ricorda Ranieri Fascetti a proposito di S.Michele in Verruca che i longobardi trovavano nell’arcangelo Michele, una figura più vicina alla loro cultura, l’angelo guerriero con la spada sguainata. Non a caso- nota ancora Ranieri Fascetti -le chiese di San Michele furono edificate quasi tutte sulle cime dei monti, sui valichi, insomma in luoghi presidiati.

La Chiesa di S.Michele in Castel di Nocco risponde esattamente a questa descrizione in quanto sorge a difesa di un passo che era certamente importante- come testimonia la fortezza di S.Agata – perché (forse attraverso i passi posti tra Volpaia, Gentivola e Cima alla Serra), toccava Buti e consentiva di raggiungere Vicopisano evitando il percorso lungo il lago-padule di Bientina che era spesso allagato, malsano e malagevole per il terreno paludoso ma anche insicuro come abbiamo visto nella vicenda dei due mercanti rapinati. E Vicopisano era un importante snodo viario come provano il toponimo Sala Auseris e importanti reperti di epoca longobarda. Da notare, la coincidenza per cui la piccola Chiesa di S.Michele in Castel di Nocco è assai vicina all’asse dei santuari micheliti di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo.

Tornando all’area tra Le Sale, Volpaia, Gentivola, che era forse sede di fattorie longobarde, ricordiamo il Monte Aspro che aveva una particolare importanza perché da lì venivano lastre d’ardesia che, trasportate attraverso il lago di Bientina, il canale Serezza e l’Arno giungevano a Pisa dove erano utilizzate per i tetti delle Chiese e dei Palazzi.

In definitiva, se non abbiamo reperti del periodo altomedievale, merita riportare quanto osserva Enrico Valdiserra sul fatto che “Buti è stato distrutto completamente, bruciato e ricostruito più volte” durante le guerre tra Pisa e Lucca poi dalle devastazioni della conquista fiorentina. “Se si osserva il paese più attentamente .scrive Valdiserra- possiamo trovare inserite nelle case antiche pietre scolpite, vecchie tracce di portali e mille altre tracce di un remoto passato13 ”.

I Longobardi avevano trovato un’Italia impoverita e spopolata dalla guerra tra goti e bizantini (da 8 milioni, la popolazione della Penisola si era ridotta a 4 ). Giunsero da conquistatori ma seppero integrarsi e ricostruire il tessuto economico e sociale. Ne è prova, nel territorio butese, la produzione di olio, di vino, e di farina di castagne con una rete di frantoi e mulini che, sotto il regno di Teodolinda e Agilulfo, grazie ad un lungo periodo di pace, portarono a quel “ricco Buti” di carducciana memoria.

 

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