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Rossi e Betori a Calenzano: le ragioni della grandezza di don Milani Cultura, Opinion leader

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Calenzano – Fa una certa impressione trovarsi nella grande aula cappella della Compagnia nel complesso di San Donato a Calenzano, da dove è partita l’avventura cristiana di don Lorenzo Milani. Un’emozione particolare che è toccato a uno dei suoi primi allievi, Mario Rosi, novantenne con la freschezza autentica di quei giorni, rendere esplicita:  “Vi trovate nel luogo dove don Lorenzo organizzava incontri e conferenze e in questo momento siete anche voi alunni della scuola popolare di Dan Donato”.

 

Rosi è stato nel gruppo dei ragazzi che aiutarono il viceparroco  nella stesura di Esperienze pastorali (1958), il libro che contiene il significato della sua opera e gli strumenti che utilizzò per edificarla. Il libro che costò al “bravo prete” di Papa Francesco la condanna a quello che gli amici definirono “l’ergastolo ecclesiastico” nella sperduta frazione di Barbiana.

Esperienze pastorali ora è entrato nei Meridiani di Mondadori, La Pléiade italiana, due volumi per circa tremila pagine curate da Alberto Melloni, che ha voluto fossero presentati in un luogo milaniano. A Barbiana ci ha pensato il Papa a chiudere definitivamente la lunga stagione di strumentalizzazioni ed esecrazioni, rifiuti e santificazioni d’occasione.

 

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Qui è stato l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, a cui va il merito di avere avviato il percorso di liberazione dell’eredità storica di don Milani dalle scorie ormai putride del passato per riconsegnarla alla riflessione e dunque alla crescita di tutti noi, a definire con parole nette e dirette perché don Milani è stato un grande prete.

Anche se venne a conflitto con il suo predecessore Ermenegildo Florit, esponente di una generazione di vescovi che in quegli anni – come ha ricordato la studiosa di Storia della Chiesa  Bruna Bocchini Camaiani – trasmettevano nelle chiese locali la linea conservatrice e tradizionalista della curia vaticana. La generazione alla quale appartiene Betori invece in seminario leggeva il libro proibito di nascosto, come ha raccontato, e ha aspettato con pazienza  il momento di poterlo mettere nel posto che gli spetta.

Dalle  tremila pagine dei Meridiani frutto di un lavoro critico e filologico emerge “l’unità profonda degli scritti” (Camaiani):  ci sono anche 120 lettere inedite (e il numero è destinato ad aumentare visto che il cardinale ha portato a Calenzano una lettera del 22 ottobre 1958 trovata casualmente nei suoi archivi che riguarda il progetto di realizzare una strada per rompere l’isolamento fisico di Barbiana) e tutte le sue opere maggiori di cui Esperienze è la fonte prima mentre le altre, a partire da Lettera a una professoressa, sono legate “a vicende occasionali” pur nella loro eccezionale portata storica, umana e culturale, come ha detto il parroco di San Donato, don Alfredo Amerighi, con l’orgoglio del padron di casa.

 

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Nel cinquantenario della morte, tanti sono stati i libri, gli articoli, i commenti sul perché don  Milani fa parte delle grandi figure non solo della tradizione cattolica, ma anche di quella dell’Italia democratica. I  Meridiani, la collana dei grandi scrittori, intanto  ci dicono che per tutta la vita è stato un costruttore della lingua italiana levigata con inesausta fatica insieme con i suoi allievi portata a un’essenzialità “fino a che fosse tutto vero”, come diceva il suo autore. La parola che consegna agli ultimi perché ne facciano la loro arma per difendersi da ingiustizie e sfruttamenti. La parola che libera e porta dignità, fierezza, consapevolezza.

La lingua tuttavia era per lui lo strumento per portare a compimento una missione sulla quale è intervenuto, accanto al pastore cattolico, il laico presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, uno dei promotori dell’operazione editoriale. Per lui la grandezza di don Milani sta nell’aver proposto “principi e idealità universali che superano le contingenze”. “A quanti , immigrati, giovani, manca la parola oggi?”, si è chiesto. Lui “ha dato un grande contributo alla ricostruzione di un percorso sociale di cattolicesimo democratico di cui il paese ha bisogno” ed è da mettere tra i grandi “perché era uno straordinario esempio dell’unità fra il pensiero, la parola, l’azione”.

Per il cardinale Betori, la grandezza del prete don Milani, che volle bene alla Chiesa “con la schiettezza e la severità che possono creare tensioni, ma mai fratture”  va al di là della sua azione pedagogica ed educativa,  perché “l’aver dato la parola agli ultimi era un mezzo per un fine più alto”. La sua lingua era lo strumento per riempire di nuovo la Chiesa di “uomini ardenti, preparati e coerenti”, la chiave per la sua missione di prete.  La sua grandezza non consiste dunque nell’essere un pedagogo impegnato sul fronte della giustizia sociale, “ma un prete che rimuoveva gli ostacoli al suo compito di evangelizzazione”. Qui a Calenzano trovo “l’assoluto a cui aspirava”.

Foto 1: da sinistra: Bruna Bocchini Camaiani, Giuseppe Betori, Enrico Rossi

Foto 2 : Mario Rosi

Foto 3: Il pannello del Gruppo don Milani della chiesa della Compagnia

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