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Violenza contro le donne, figlia della debolezza. Di chi uccide. Breaking news, Dibattito politico

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Riceviamo e pubblichiamo da Michael Paperetti, 19 anni, studente presso l’Università degli Studi di Firenze:
“In Italia – secondo una recente ricerca Istat commissionata dal Dipartimento delle Pari Opportunità sulla violenza contro le donne - una donna su tre (circa 6 milioni e 788mila) ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nel corso della propria vita. La percentuale delle donne italiane fra i 16 e i 70 anni è pari al 31,5%. Il 20,2% ha subito violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% (un milione e 157mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652mila) e il tentato stupro (746mila). Ogni anno, si contano circa quattordici milioni di episodi di violenza contro le donne, un dato perfino sottostimato e soltanto sette su cento denunciano gli autori di queste brutalità.
Nello specifico, negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia. Lo scrittore e biochimico statunitense Isaac Asimov, in “Fondazione” (1951) afferma che “La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”, e sapete quanto costa alla collettività l’omertà di questo silenzio? Più o meno quanto tre manovre finanziare, un dato che ammonta a grandi linee a diciassette miliardi di euro, derivanti da costi sanitari, dalla consulenza psicologica, dai servizi sociali dei Comuni, dai farmaci e dai costi dei centri antiviolenza, senza contare quelli relativi all’ordine giudiziario.
Ma la cifra vera di questa guerra non dichiarata e occulta, ma allo stesso tempo quotidiana, non è calcolata dalle tabelle dei valori ufficiali. Il vero prezzo di questa violenza non è tanto il costo sociale monetario, quanto quello emotivo, umano, esistenziale. Una cifra che distrugge non solo la vita ad una donna, ma anche quella di bambini e di interi nuclei familiari. Pensiamo a Noemi Durini, la 16enne di Specchia uccisa dal fidanzato; all’imprenditrice Maria Chimenti, di 55 anni e alla figlia Letizia Piccolo, 19,  uccise entrambe con un colpo di pistola alla testa dal marito; ad Antonella Russo, 48 anni, che ha avuto appena il tempo di lasciare il figlio piccolo che teneva in braccio, il quale, a soli 4 anni si è nascosto tra i cespugli, mentre il padre sparava alla madre e si uccideva a sua volta.
Pensiamo a Sara di Pietrantonio, la giovane 22enne arsa viva dall’ex fidanzato dopo che si erano lasciati e morta tra le fiamme. Il ragazzo l’ha riempita di benzina, le ha dato fuoco ed è stata ritrovata da sua madre, carbonizzata, tra l’indifferenza delle poche auto che transitavano per via della Magliana. Pensiamo a Federica De Luca di Taranto, uccisa insieme al figlio proprio il giorno in cui avrebbe dovuto ufficializzare la separazione; a Michela Baldo uccisa con due colpi di pistola dall’ex fidanzato dopo 3 anni di relazione; a Olayemi Favour, 24, bruciata viva dall’ex di una amica mentre cercava di difenderla; a Michela Fioretti, 41, uccisa dall’ex-marito (guardia giurata), che le ha sparato per strada in un inseguimento con l’auto; ad Ilaria Leone, 19 anni, il cui corpo giaceva seminudo sotto un albero. Pensiamo a Lucia Annibali, che è stata inumanamente sfregiata con l’acido da tre malviventi, mentre stava ritornando a casa dopo aver trascorso la serata in palestra.
Lei, che rappresenta il “simbolo del rinascimento” di tutte queste donne che hanno subito e che continuiano a subire maltrattamenti, visto che questa macabra esperienza l’ha portata ad insegnarci che la vita continua e che nonostante tutto lei è lì, lei è sopravvissuta e si sente “più viva e forte di sempre”. Una donna che ha compreso appieno il segreto della vita, ossia quello di ricominciare sempre, qualunque cosa accada. Anche il socialista Filippo Turati, nel suo discorso parlamentare del lontano 1921, ha definito la violenza “un metodo di lotta inferiore, brutale, illusorio soprattutto, figlio di debolezza, fonte di debolezza, malgrado, anzi in ragione dei suoi effimeri trionfi”.
Se ci mettessimo, per un attimo, a riflettere potremmo renderci conto di quanto questa affermazione sia veritiera, in considerazione del fatto che un uomo – e non un maschio – non ha bisogno di compiere soprusi, o peggio ancora delitti, per ottenere ciò che desidera, per risolvere i propri problemi, per controllare la propria gelosia. Dunque, sostanzialmente, la violenza corrisponde alla debolezza e producendo l’effetto di moltiplicarsi, se continueremo così, l’umanità diventerà una massa di fragili prepotenti. Ed è proprio per questo che dobbiamo iniziare a cambiare la nostra mentalità, ad essere più aperti al dialogo, a saper controllare i nostri sentimenti, la nostra rabbia e soprattutto ad anteporre alla gelosia, l’affidabilità e l’amore fondato.
Da un punto di vista prettamente etimologico il sessismo afferma una sorta di orientamento ideologico o di una semplice tendenza culturale che porta a discriminare un sesso rispetto all’altro, in genere ratificando la superiorità di quello maschile e a valutare le capacità peculiari delle persone sulla base dei loro ruoli sessuali, per cui le donne sarebbero maggiormente predisposte a certe attività (per esempio quelle domestiche o educative), ma poco portate per quelle in cui sono richiesti il coraggio, la forza fisica o spiccate doti intellettuali.
Per quanto concerne invece il termine femminicidio – composto da “femmina” e “cidio” (uccisione), introdotto dalla criminologa Diana Russel nel 1992, all’interno del suo libro scritto insieme a Jill Radford “Femicide: The Politics of woman killing”- si intende l’omicidio della donna “in quanto donna”, cioè la violenza intesa come l’esito di pratiche misogine, ovvero una serie di delitti basati sul genere. Alla luce di ciò, queste categorie di omicidi, si manifestano in forme alquanto distinte, ma quello che accomuna più di tutti le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di una violenza antecedente subita nell’ambito di una relazione d’intimità.
Queste morti, in un certo senso “proclamate”, spesso definite come i soliti diverbi familiari, delitti passionali, misfatti di cronaca nera, sono generati principalmente per mano dei loro mariti, padri, fidanzati o innamorati respinti. Insomma per mano di soggetti che per definizione dovrebbero costituire una sicurezza che li distinguesse dal resto della mondanità.
Nel Novecento l’antropologa messicana, Marcela Lagarde, ha analizzato le violenze perpetuate sulle donne del suo Paese individuandone le cause del loro isolamento in una cultura maschilista e in una società che non pone tutele dal punto di vista giuridico, con indagini lasciate pendere e con lo stupro coniugale non considerato come reato. In particolare, Marcela Lagarde scrive nel 1997 che: “Il Femminicidio coinvolge regole restrittive, politiche predatorie e modi alienanti di vivere che, insieme, costituiscono l’oppressione di genere, e la loro realizzazione radicale porta all’eliminazione simbolico e concreta delle donne ed al controllo del resto.
Il femminicidio [...] richiede complicità e consenso accettando molteplici principi concatenati: interpretando il danno per le donne come se non fosse tale, tergiversando su cause e motivazioni e negando le sue conseguenze. Tutto questo viene fatto per sottrarre la dannosa violenza contro le donne alle sanzioni etiche, giuridiche e giudiziarie che incorniciano altre forme di violenza [...] e lasciare le donne senza ragione, senza parola e senza essere in grado di rimuovere tale violenza.” Il contrasto alla violenza sulle donne non è soltanto una battaglia di genere, è piuttosto una battaglia di civiltà che il Paese deve affrontare unito ed il primo cambiamento è giusto che prenda avvio proprio dagli uomini.
Occorre sensibilizzare i giovani ed i bambini, contrastando una cultura che ancora oggi in Italia segue un’ottica troppo maschilista e meschina, con leggi più eque e rigorose. Grazie all’iniziativa di Mara Carfagna (Forza Italia) il governo ha modificato una norma che prevedeva la possibilità di estinguere il reato di stalking pagando 1500 euro. Un’applicazione incomprensibile della cosiddetta giustizia ripartiva con il reato di stalking che, dal 4 agosto scorso, rientrava tra i reati estinguibili.  La proposta di legge della Carfagna ha cominciato a farsi strada, conducendo i parlamentari della maggioranza ad aprire gli occhi, anche se purtroppo a Torino un giudice ha decretato pulita la fedina penale di uno stalker applicando la precedente legge.
A prescindere dagli strumenti normativi, essi non saranno mai sufficienti se non vi sarà una rivoluzione culturale comune, che interessi l’intere società europee ed extra. Nell’auspicio di un futuro migliore, concludo con un mirabile passo tratto da “Lettera a un bambino mai nato” (1975) di Oriana Fallaci: “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esiste potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede d’essere ascoltata”.
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