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Cross lab 4.0: l’università offre strumenti e scienziati alle imprese Economia, Innovazione

Pisa – Le imprese accederanno liberamente all’università, utilizzeranno le strumentazioni, potranno porre le proprie problematiche e troveranno équipe specializzatissime in grado di accompagnarle verso la nota, complessa, irrinunciabile Quarta Rivoluzione industriale.

Decollerà nel 2020, ma ha preso il via a gennaio di quest’anno, Cross lab 4.0, un progetto di eccellenza a livello italiano centrato sul tema strategico del trasferimento tecnologico alle imprese. Durerà cinque anni e può contare su un finanziamento di 13 milioni di euro, la maggior parte dei quali ottenuti dal Miur (11,5), grazie ad un bando che ha visto il dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’università di Pisa raggiungere i primi posti in una classifica di 19 progetti analoghi a livello nazionale.

Giuseppe Anastasi, direttore del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Ateneo pisano, ci spiega le novità e la complessità di Cross lab. Il dipartimento pisano è uno dei più prestigiosi a livello nazionale e internazionale. Nell’area elettronica e computer science si colloca al sesto posto in Italia, al primo in Toscana, e in un range fra 101 e 150 a livello mondiale.

Professore, ci spiega la finalità di Cross lab e il suo potenziale dal punto di vista del trasferimento tecnologico alle imprese?

Il progetto presentato al Miur si è distinto da altri analoghi perché abbiamo deciso di affrontare il tema dell’impresa 4.0 in tutti i suoi aspetti. La maggior parte dei 19 dipartimenti di ingegneria selezionati aveva preso in considerazione aspetti particolari. Noi abbiamo deciso di orientarci in toto in questa direzione, sui tre assi fondamentali della didattica, ricerca e trasferimento tecnologico.

Come funzioneranno i laboratori?

Il dipartimento di Ingegneria dell’Informazione ha adesso 35 laboratori tematici di ricerca. Per svilupparli ulteriormente assumeremo personale: due professori associati, cinque ricercatori, due tecnici e un amministrativo. Acquisteremo anche macchinari e materiali tecnici. L’idea chiave è quella di creare laboratori interdisciplinari, con competenze di informatica, elettronica, robotica. Saranno cinque, fra loro integrati: ognuno affronterà una particolare area tematica, ma collaboreranno e si integreranno fra loro. Infine saranno laboratori aperti, e questa è una novità importante per il territorio, perché oltre ad accogliere le competenze di altri dipartimenti o enti di ricerca, le attrezzature dei Cross lab potranno essere usate dalle aziende per fare attivamente ricerca con noi.

Questa forte apertura al territorio sicuramente non è un fatto scontato per l’università italiana.

Punteremo molto su questa apertura, le faccio un esempio. Il dipartimento acquisterà una stampante 3D. Se un’azienda del territorio ne avrà bisogno per realizzare un prototipo, può utilizzarla, e noi metteremo a disposizione le nostre competenze e il nostro know how. Costruiremo anche nuove forme di partnership da studiare caso per caso. Abbiamo già cominciato a proporci sul territorio con alcuni workshop di presentazione, proprio per recepire forme più efficaci di collaborazione con le aziende. L’iniziativa sta riscuotendo molto successo, c’è un enorme interesse. Vorrei sottolineare comunque che se i Cross lab funzioneranno a pieno regime solo nel 2020, sono già attivi adesso, nel senso che questa modalità di lavoro con le imprese non è nuova per il nostro dipartimento, non partiamo da zero.

Un po’ di cifre?

A febbraio 2018 avevamo all’attivo 186 brevetti depositati, quattro spinoff. Negli ultimi cinque anni abbiamo sviluppato più di 130 contratti di ricerca finanziati dalle aziende per lo sviluppo di progetti di loro interesse. Adesso ne abbiamo in corso una ventina. Aggiungo 23 progetti europei attivi, cinque coordinati dal nostro dipartimento, e più di 20 regionali in attività di trasferimento tecnologico. Questi numeri dimostrano che i nostri progetti non sono solo teorici, ma molto applicativi.

In effetti il dipartimento di Ingegneria dell’Informazione si colloca sempre molto in alto nelle classifiche internazionali…

E’ vero, i riconoscimenti ci sono. Tuttavia penso non solo a noi, ma a tutta l’università italiana.  Se solo rapportassimo il punteggio ottenuto nei ranking internazionali dalle nostre università con i finanziamenti pubblici che abbiamo, saremmo primi al mondo. Non esagero. Il modello italiano è diverso da quello anglosassone, dove esistono poche eccellenze di livello assoluto (esempio Cambridge e Oxford). In Italia ci sono invece tante università di ottimo livello che operano con risorse all’osso, e questo non viene rilevato dai ranking mondiali.

 

Immagine: Finindustria

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