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Povertà, sotto l’albero di Natale crescono i working poors Breaking news, Economia, Opinion leader

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Firenze - Lavorare ma restare poveri. E’ questo, uno dei dati più inquietanti che sta attanagliando la già difficile situazione socio-economica italiana e in generale europea. Perché, se il problema è il lavoro, che dire quando il lavoro c’è ma non basta per difendersi dalla povertà?

Sono i numeri a mostrare il vero volto della situazione. Prendiamo i dati dell’Istat pubblicati il 6 dicembre 2017, che riguardano il 2016. Secondo questi dati, che distinguono in povertà assoluta (si tratta di una stima che calcola la deprivazione materiale delle famiglie in base alla spesa mensile minima necessaria per acquistare un paniere di beni e servizi ritenuti essenziali) e povertà relativa (calcolata sulla base di una soglia convenzionale che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene considerata in povertà relativa), si stima che gli individui che vivono in povertà assoluta sono 4milioni e 742mila, pari al 7,9% della popolazione italiana, e riguardano un milione e 919mila famiglie, pari al 6,3% delle famiglie residenti. Le persone che giacciono in povertà relativa sono 8milioni 465mila, pari al 14% della popolazione, e riguardano un totale di 2milioni 734 famiglie, pari al 10,6% delle famiglie residenti.

In questo panorama, l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta la cui persona di riferimento ( si intende per  tale l’intestatario della scheda anagrafica del Comune) può contare su un’occupazione, è del 6,4%, mentre, se si considera la povertà relativa, si passa al 10,2%. In questo segmento, particolarmente in difficoltà risultano le famiglie di operai e lavori simili, che vedono il 12,6% in povertà assoluta e il 1,7% in povertà relativa. Se poi si vuole indagare sulla “progressione” della povertà, si scopre che, a livello di territorio, fra il 2008 e il 2016, il numero dei poveri assoluti è quasi triplicato nelle regioni del Centro Italia, passando da 316mila a 871mila persone, con un incremento dell’incidenza da 2,8 a 7,3%. 

Fin qui i numeri. Andiamo alle storie, storie fiorentine, delle persone che vivono accanto alla porta accanto. Come quella di Candida, laureata in biologia, assunta con contratto a tempo determinato (ispettrice HCCP) che l’azienda, dopo anni, non rinnova. Nel frattempo, muore il padre e anche il piccolo reddito della pensione paterna sparisce. Candida, 40 anni circa, rimane sola e perde la casa. Ma è una donna che non si scoraggia: trova un convitto religioso in cui la ospitano e si mette in cerca di lavoro. Quarant’anni, una laurea e un’esperienza importante: tutto questo non conta. Rimbalza da colloquio a colloquio, fino a quando incappa in una cooperativa, branca di una cooperativa molto più grande, che offre servizi per la casa: stiratura, pulizie, ecc. Candida viene assunta con un contratto a pochissime ore settimanali. Stipendio: dai 300 ai 400 euro al mese. Condizioni di lavoro: nello stesso giorno, mattinata magari, 1 ora a Calenzano, 1 a Fiesole, poi a Firenze. Zainetto con i materiali di lavoro (detersivi, spazzoloni, ecc) in spalla e mezzo di trasporto auto-mantenuto. Vale a dire, benzina e manutenzione toccano a lei. “E qualcuno lo chiama “lavoro””, dice.

Anna, cinquant’anni circa, lavora in una cooperativa di servizi, come ne sono nate tante, in seguito alla spiccata spinta verso l’esternalizzazione del “welfare”. Si occupa di categorie fragili, e lavora molto: è brava, affidabile, ormai piena di esperienza. Ma qualcosa si rompe: la cooperativa comincia a saltare gli stipendi. Quelle 800 euro circa al mese che servono ad Anna semplicemente per esistere. I lavoratori cominciano a protestare, poi l’offerta della coop: si paga a rate. Rate? Sì, rate. Un tanto al mese fino a esaurimento dello stipendio arretrate. Ottocento euro “spalmati” su 12 mesi. Sempre con la paura che il prossimo stipendio salti.

Mario, invece, svolge un lavoro “intellettuale”, nel senso che è uno dei tanti insegnanti “arruolati” nei servizi educativi di supporto (appalti educativi scolastici di assistenza all’handicap, educativa domiciliare, pre e post-scuola, accompagnamento scuolabus…) ormai totalmente affidato al sistema delle cooperative degli appalti. A Firenze, in particolare, ne sono protagoniste la Di Vittorio e l’Agorà mentre si affaccia l’Aurora. Mario guadagna circa 10mila euro all’anno, che è una cifra “media”. Con questi soldi, deve far fronte a bollette e affitto. La moglie lavora “a chiamata”, non arriva a trecento euro. Inoltre, la struttura del lavoro di Mario è quella dell’ormai famoso “part time verticale”. Cosa vuol dire? Che Mario, pur occupandosi di fasce fragili e dovendo impegnare una dose altissima di professionalità e competenza, a giugno, con la chiusura dell’anno scolastico, “stacca”. Rimane senza stipendio, non senza lavoro, si badi bene, e dunque non ha diritto ad alcun ammortizzatore sociale. Se le conseguenze sono terribili sul reddito famigliare, lo sono anche sul futuro: sui contributi Inps ad esempio, da cui i tempi di “congelamento” si sommano fino a decurtare dalla pensione anche dieci anni contributivi. 

Nelle storie che stiamo raccontando, ciò che colpisce è che qualsiasi evento, qualsiasi infortunio, qualsiasi malattia, può diventare un biglietto di sola andata per il non ritorno. Quando, come capita spesso, non ci si trova già al di sotto della soglia e il “lavoro” non è che l’ultima trincea prima della privazione alimentare. Della fame, insomma. Dal “cattivo lavoro” non si salva neppure l’industria. Ne fa fede la situazione di un gruppo di operai della Piaggio, un gruppo di metalmeccanici che da 7 anni versano in questa condizione: lavorano 7 mesi e 5 riposo. Va da se’ che in quei 5 mesi di sospensione, dal momento che il contratto è a tempo indeterminato e quindi “non perdono il lavoro, che viene “solo” sospeso”, come spiegano dall’Usb, che ha messo in atto uno studio su queste vicende, non viene corrisposto loro nessun ammortizzatore sociale. E neppure viene pagato alcun contributo pensionistico.

“Il problema è che, come capita quasi sempre, queste modalità frantumano il fronte del lavoro – spiegano dall’Usb – chi è più disponibile, chi dice sempre sì, chi non crea grane, chi si fa mandare ovunque, viene premiato: i contratti vengono rinnovati, sono i primi a essere pagati se i soldi scarseggiano, ottengono gli incarichi  più remunerativi e meno faticosi. Insomma la logica diventa non il lavoro come diritto, ma come capacità di compiacere chi te lo deve affidare. Che è la logica dello schiavismo. Tutto ciò nasce dal contesto più generale che, negli ultimi venti anni, chi ha governato il Paese ha completamente dimenticato i problemi del lavoro, al punto che oggi un lavoratore vale meno delle merci che manipola”. 

 

 

 

 

 

 

 

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