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Rivoluzione digitale: l’effetto, per ora, è l’aumento della disuguaglianza Economia, Opinion leader

Firenze – Dalla prima rivoluzione industriale in poi ogni discontinuità tecnologica ha generato timori diffusi circa la fine del lavoro e una crescente miseria, che effettivamente hanno interessato ampi strati sociali, con la conseguenza di indurre rivolgimenti politico-istituzionali.

Nelle tre rivoluzioni industriali che hanno caratterizzato i due secoli dalla fine del ‘700 a quella della fine ‘900 si è sempre verificato un profondo cambiamento: passaggio dall’agricoltura all’industria; meccanizzazione e automazione dell’industria; negli ultimi decenni del ‘900 introduzione e diffusione delle tecnologie dell’informazione; ora pervasività della micro-elettronica e dei sistemi di software in grado di “dialogare” tra di loro indipendentemente dall’intervento umano.

Dispositivi digitali, inseriti dappertutto, elaborano continuamente flussi informativi a scala globale. Timori circa il futuro dell’occupazione sono frequenti lungo tutto l’800 e il ‘900. Nel libro Le prospettive economiche per i nostri nipoti (1930) Keynes asserisce che entro un secolo tre ore al giorno e 15 ore alla settimana saranno sufficienti per soddisfare basilari necessità economiche, per poi dedicarsi ad attività ludico-scientifiche.

Negli anni ’60, dopo un decennio di spinte all’automazione industriale e agli inizi della robotizzazione, il Presidente USA Johnson crea una Commissione Nazionale su “Tecnologia, Automazione e Progresso Economico”, le cui conclusioni sono incoraggianti, perché indicano che per il momento non vi sono minacce per l’occupazione. Ad ogni buon conto si raccomanda l’introduzione di un “reddito garantito per ogni famiglia”.

Dagli anni ’30 in poi sono state avanzate varie proposte da schieramenti teorico-politici non riconducibili ad una sinistra democratica: l’economista von Hayek e il Presidente Nixon hanno proposto il reddito minimo, condiviso dal candidato democratico alla Presidenza Usa McGovern; Milton Friedman era favorevole alla protezione dei redditi più bassi o inesistenti nella forma di negative income tax; Martin Ford (autore del libro The rise of robots) è favorevole al basic income. Agli inizi di questo secolo il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman e Larry Summers, ex Ministro del Tesoro nell’era Clinton, parlano di “stagnazione secolare” (specie il secondo), fino a giungere alla conclusione, più volte ribadita negli ultimi tre anni, che “il grande problema del millennio non sarà la scarsità, né sarà il non produrre abbastanza, bensì la mancanza di lavoro”.

I dati empirici, cioè le elaborazioni statistiche sembrano contraddire questa tesi. Ad esempio, da una ricerca svolta da un Centro di Ricerca dell’Università di Chicago presso migliaia di imprese internazionali, emerge che per il 70% degli intervistati la traiettoria accelerata verso l’automazione non ha ridotto l’occupazione negli USA e in altri Paesi, ma ha al tempo stesso prodotto, specie negli ultimi anni un fenomeno peculiare, confermato da altri studi.

Nei decenni trascorsi è infatti aumentata l’asimmetria distributiva in tutti i Paesi, sia pure in misura più accentuata in quelli anglosassoni rispetto a quelli nel Nord Europa. Altri due fenomeni di notevole rilievo sono costituiti dal calo delle retribuzioni della classe media e dal declino della partecipazione al lavoro, ovvero delle persone che cercano un’occupazione, evidentemente a causa della mancanza di prospettive.

Questi fenomeni accomunano i Paesi con maggiore dinamismo (es gli Usa) e quelli dove la crisi si è protratta nel tempo (l’Italia). Gli economisti sono divisi nell’indicare la causa di ciò, tra chi ritiene che sia la globalizzazione, chi pensa che sia da attribuire alla dinamica tecnologica, chi infine pensa che agisca un mix di entrambe. Non si può ovviamente dirimere la questione in queste brevi note, occorre tuttavia sottolineare che siamo nel pieno di una vera e propria rivoluzione digitale, i cui ingredienti basilari sono: 1) crescita esponenziale della potenza computazionale a disposizione di individui e organizzazioni. 2) Sviluppo di sistemi di software per l’elaborazione delle informazioni sempre più potenti (Intelligenza Artificiale). 3) Capacità degli agenti artificiali di svolgere funzioni cognitive quali l’elaborazione di grandi volumi di dati e la produzione di inferenze propositive di alternative decisionali.

Su queste basi è’ impossibile prevedere con precisione quali lavori scompariranno e quali saranno creati, ma è possibile individuare tendenze o traiettorie rispetto alle quali agire, come cercheremo di fare in un prossimo contributo. Si può però fin d’ora affermare con un solido fondamento che è destinata a cambiare profondamente la composizione sociale ed produttiva dei sistemi economici, insieme ad una estesa ridefinizione di funzioni e competenze.

Siamo nell’era dell’incertezza, delle asimmetrie e dei conflitti a vari livelli. L’analisi sistematica e approfondita è più che mai necessaria, perché non esistono ricette consolidate né panacee. Occorre sviluppare intelligenza individuale e collettiva. Forse è un’impresa titanica, ma non bisogna rinunciare in partenza.

 

Mauro Lombardi, docente di economia all’Università di Firenze 

 

 

 

 

 

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