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La clonazione: limiti, sfide e interrogativi dell’andare “oltre” Innovazione, Opinion leader

Clonazione scimmie

Firenze – La manipolazione genetica che ha prodotto 21 anni fa la pecora Dolly e un paio di mesi fa le due sorelline scimmie macache Zhong Zhong e Hua Hua, annunciata una settimana fa sulla rivista Cell dai ricercatori dell’Istituto di neuroscienze dell’Accademia cinese delle scienze a Shanghai, viene comunemente chiamata “clonazione”.

La clonazione, però, è un termine generale, che descrive ogni genere di procedura che produce una replicazione genetica esatta di un’entità biologica, si tratti dell’intero DNA o di una sua sequenza, di una cellula, o di un organismo pluricellulare. Gli scienziati hanno clonato per anni sostanze elementari come geni (insulina, ormone della crescita, ecc.) e cellule immunitarie (anticorpi monoclonali); oggi, molta della ricerca di routine e molte importanti applicazioni farmaceutiche dipendono da questo genere di clonazione. La tecnica che ha consentito la nascita di Dolly, il 5 luglio 1996, e delle due prime scimmie macache, si chiama più precisamente “trasferimento nucleare da cellula somatica”.

Essa consiste nel trasferimento del nucleo di una cellula somatica (di ogni cellula diversa dall’ovulo o dallo spermatozoo, che costituiscono le cellule germinali) in una cellula uovo non fecondata da cui è stato rimosso il nucleo (I due ricercatori cinesi sono ricorsi al nucleo di un fibroblasta, una cellula tipica del tessuto connettivo). Dolly morì il 14 febbraio del 2003, all’età di sei anni, per un’infezione polmonare che, probabilmente, non aveva niente a che fare con il fatto di essere un animale clonato.

Entrambi gli eventi sono stati accolti con stupore e poi con dubbi e sospetti. Con stupore, per l’eccezionalità teorica dell’esperimento, ossia la possibilità dello “sdifferenziamento cellulare o riprogrammazione del DNA” (processo analogo al riavvio di un computer), dal momento che la perdita della totipotenza è sempre stata ritenuta un processo irreversibile, una specie di dogma (non dogmatico) della biologia molecolare. Con dubbi e sospetti, in quanto l’aver ottenuto la pecora Dolly dopo 277 tentativi e le due scimmie dopo 79 (in 21 madri surrogate), non poteva completamente escludere la possibilità che queste uniche e poche cellule fossero in qualche modo immature (non completamente differenziate e ancora totipotenti).

Prima di ribaltare quel dogma, – sostenevano i scettici, – gli esperimenti di clonazione dovevano essere replicati non solo con le pecore, ma anche con altri mammiferi, e doveva funzionare con diversi tipi cellulari e assumere quindi le caratteristiche della generalità. I molti esperimenti compiuti nel corso di questi ultimi 21 anni hanno rimosso diversi dubbi e sospetti.

La clonazione delle due scimmie è solo l’ultimo di una serie di straordinari risultati ottenuti dalla ricerca genetica in seguito allo sviluppo della capacità acquisita da parte dell’uomo di intervenire direttamente e “creativamente” nella costituzione genetica (genoma) degli organismi viventi (tecnologia transgenica).

Di fronte a tali sviluppi e alla prospettiva, non più tanto remota (dal punto di vista tecnico) della clonazione umana terapeutica e/o riproduttiva, la tentazione (la soluzione più sbrigativa) sarebbe quella di limitarsi ad un bilancio utilitaristico dei vantaggi e benefici a fronte dei rischi e dei pericoli, di limitarsi, cioè, ad un’etica di tipo procedurale, che si preoccupa di accontentare tutti. È chiaro che bisogna favorire la ricerca di base in generale e la ricerca sulla clonazione in particolare; è evidente che bisogna cercare di trarre tutti i vantaggi possibili da questa ricerca a beneficio dell’umanità e cercare di prevenire il più responsabilmente possibile i prevedibili rischi e i pericoli. Come è altrettanto chiaro e condiviso da tutti che il valore della ricerca risiede proprio nel suo porsi a servizio della società in una prospettiva etica, ossia a tutela e a servizio della promozione e della dignità umana.

La riflessione etica però non può ridursi solo agli aspetti utilitaristici e consequenzialisti dell’agire umano, per quanto moralmente rilevanti essi siano.

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L’elemento primario e fondante della razionalità etica, – ciò che la legittima in quanto tale e ne determina l’ambito di competenza, – è la proposizione di un ideale da perseguire e possibilmente da realizzare, ossia, l’indicazione di un complesso di valori ispirativi e orientativi che contribuiscano alla ricerca di un senso e di un significato dell’agire umano (In termini tecnici, la proposizione di un “dover essere”).

Nella prospettiva di un’etica valoriale (che propone, cioè, dei valori da perseguire) la clonazione (ma non solo la clonazione), costituisce una vera e propria sfida, anzi, una triplice sfida che possiamo qualificare come: antropologica, etica e teologica.

1) Sfida antropologica – La clonazione costituisce innanzitutto una sfida antropologica in quanto lo sviluppo della ricerca genetica – di cui essa rappresenta il settore più avanzato, – sta gradualmente rivoluzionando il senso antropologico dell’impresa scientifico/tecnologica, ossia l’immagine che l’uomo ha di sé stesso e i valori che egli intende perseguire nell’adempimento di tale compito.

Sta infatti mutando il senso antropologico della ricerca scientifica in quanto l’uomo non si limita più al perseguimento delle conoscenze, in funzione di una gestione, trasformazione e, al limite, “correzione responsabile” delle molteplici risorse della natura, – secondo quella concezione tradizionale della ricerca scientifica, che ne ha fatto uno dei metodi conoscitivi e degli strumenti di indagine più efficaci di cui disponga oggi l’uomo, – ma può andare “oltre”. Lo può certamente, e in misura crescente, in senso tecnico, dal momento che la strada è aperta.

Di fronte a tale prospettiva, tuttavia, e a questo nuovo e inedito ventaglio di possibilità, non si tratta allora solo di stabilire se lo possa anche in senso etico, in quali condizioni e a quale prezzo per la libertà di ricerca, – dovendo questa necessariamente sperimentare per progredire, pena il suo arresto, – ma si tratta anche e soprattutto di sapere perché vuole andare “oltre”, quali valori intende perseguire e quali valori rischia di destrutturare, scardinare e sconvolgere. I problemi bioetici sorgono proprio in ragione dell’instaurarsi di un conflitto di valori nell’ambito di un determinato progetto di ricerca di base o applicata: tra dei valori perseguiti dal protocollo di ricerca e dei valori eventualmente violati dai risultati conseguiti.

Nella prospettiva della clonazione umana, pertanto, ci troveremmo di fronte a un radicale sconvolgimento del significato biologico, antropologico e sociale della procreazione. Non solo una regressione biologica alla riproduzione asessuale, – quando i vantaggi genetici ed evolutivi della sessualità sono inequivocabilmente evidenti (si pensi al vigore dell’ibrido, alla creazione di una crescente individualità, all’importanza della biodiversità), ma anche e soprattutto uno sconvolgimento e un dissolvimento dei valori tradizionali (naturali?) e della dinamica propria della genitorialità e delle relazioni famigliari.

La riproduzione asessuale, infatti, – producendo una discendenza di “genitori-single”, è una deviazione radicale dalla naturale via umana, che confonde tutte le abituali comprensioni di padre, madre, fratello, nonno e per giunta tutte le relazioni morali connesse. Essa diviene ancora di più una deviazione radicale quando la discendenza risultante è un clone non derivato da un embrione, ma da un adulto maturo del quale il clone sarebbe un gemello identico; il procedimento avviene non per accidente naturale (come nel gemellaggio naturale), ma per deliberata intenzione e manipolazione umana; e la costituzione genetica del bambino (o dei bambini) viene preselezionata dal genitore (i) (o dagli scienziati).

La clonazione umana, quindi, è antropologicamente contestabile e intaccabile da tre generi di obiezioni: a) la clonazione rischia di confondere l’identità e l’individualità, anche qualora avvenisse su scala ridotta; b) la clonazione rappresenta un gigantesco passo in avanti nella trasformazione della procreazione in fabbricazione (“fatto ma non generato”), ossia nella crescente depersonalizzazione del processo della generazione e, ancora di più, verso la “produzione” di bambini umani come “artefatti”, esclusivi prodotti della volontà e dei progetti umani; c) la clonazione rappresenta una forma di dispotismo dei clonatori sugli esseri clonati, e rappresenta quindi (anche nei casi benevoli) una lampante violazione dell’intrinseco significato delle relazioni genitori-figli, di ciò che significa avere un figlio (concepimento), di ciò che significa dire di sì alla nostra finitezza e precarietà.

2) Sfida etica – Se la clonazione costituisce una sfida antropologica, a maggior ragione sarà anche una sfida etica. In breve, il dibattito etico gravita su un insieme di tre quesiti: a) perché clonare gli esseri umani? b) La clonazione offende la concezione che abbiamo di noi stessi, di ciò che significa essere umani, e, di conseguenza, in che misura potrebbe influenzare negativamente l’unicità e l’identità individuali, quali caratteristiche intrinseche alla dignità stessa della persona umana? c) Quali potrebbero essere gli effetti biologici e sociali della clonazione umana, e che incidenza potrebbero avere nel tessuto delle relazioni sociali, sulla cultura, sulla qualità della vita e sul senso o ethos comune?

Questi quesiti sono stati ampiamente dibattuti nella letteratura bioetica specialistica. Senza entrare direttamente in merito, ci limitiamo a qualche breve considerazione circa il senso e la sensatezza della clonazione umana, a prescindere dalle presumibili conseguenze antropologiche e sociali e dalle eventuali modalità e condizioni di realizzazione – che potrebbero comunque costituire degli elementi altrettanto rilevanti ai fini di una riflessione etica e di un giudizio di valore.

È difficile comprendere come la prospettiva della clonazione umana, per lo meno nel senso della “perpetuazione e moltiplicazione dell’eccellenza”, intesa anche in senso molto ampio, possa configurarsi quale ricerca scientifica di base o applicata, oppure pretendersi come tale. Essa sembra piuttosto rientrare nella logica dell’eugenismo, nella pretesa, cioè, di “migliorare” geneticamente la specie biologica umana, riproducendo e perpetuando caratteristiche estetiche e comportamentali (se mai sarà possibile), ritenute socialmente ed economicamente vantaggiose.

L’eugenismo non va confuso con l’eugenetica, che si propone l’obiettivo di ristabilire le condizioni genetiche fisiologiche dell’organismo, attraverso la terapia genica (terapia genica correttiva o preventiva). Si tratta, invece, di un’ideologia discriminatoria, lesiva di fondamentali diritti e valori umani, e di fatto rifiutata e combattuta da ogni Stato, società o convivenza umana che si ritenga democratica e civile, a prescindere dagli orrori di determinate persecuzioni razziali o etniche del passato che ne testimoniano le conseguenze perverse.

È in base al criterio della moralità dei fini, pertanto, – e a maggior ragione delle presumibili conseguenze, – che la prospettiva della clonazione umana risulta moralmente inaccettabile e improponibile, in quanto violerebbe importanti valori e diritti, quali per esempio, il valore dell’unicità dell’essere umano e il diritto ad ereditare una costituzione genetica non alterata o in qualsiasi modo “manipolata”, diritto più volte sancito da importanti organismi internazionali.

3) Sfida teologica – Se la prospettiva della clonazione costituisce una sfida antropologica e etica, a maggior ragione sarà anche una sfida teologica. Innanzitutto perché va compresa e collocata nella logica della rivelazione biblica e della Tradizione cristiano-cattolica. Ma anche delle altre confessioni religiose: la questione, infatti, è stata affrontata da teologi di diverse confessioni religiose, sia in termini intra e inter-confessionali, sia in termini intra e inter-ecumenici.

Nel corso degli ultimi 25 anni i teologi si sono impegnati in ripetute discussioni sulla prospettiva di clonare gli esseri umani che anticipano e illuminano molta dell’attuale discussione religiosa su questo argomento. Le posizioni teologiche e ecclesiastiche sulla clonazione umana sono pluralistiche nelle loro premesse, nel loro modo di ragionare, e anche nelle loro conclusioni. La discussione teologica ha strettamente connesso la clonazione di esseri umani ai numerosi dibattiti che si sono svolti sulla riproduzione tecnologicamente assistita e gli interventi sul genoma umano e degli organismi viventi. Nonostante i cambiamenti nella ricerca scientifica e nelle capacità tecniche, i valori che soggiacciono le obiezioni teologiche sulla clonazione di esseri umani hanno resistito e continuano ad alimentare positivamente il dibattito pubblico.

Le categorie biblico/teologiche e le aree tematiche che vengono maggiormente discusse e interpretate in relazione alla prospettiva della clonazione riproduttiva animale e umana sono: la gestione responsabile della natura e della biosfera (Gen. 1,27-28), il senso e la dimensione etica della ricerca tecno-scientifica e della conseguente conoscenza acquisita; la tutela della dignità umana, in relazione alla nuova comprensione della natura indotta dalla ricerca genetica; il significato biblico, antropologico e teologico della procreazione umana e della famiglia.

 

P. Ennio BROVEDANI sj

Direttore Fondazione Stensen 

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