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Big Data, Pedreschi: “I grandi monopoli si sgretoleranno, il controllo mondiale è impossibile” Internet

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FirenzeContinua il percorso che Stamptoscana ha intrapreso circa la natura e l’impatto dei cosiddetti “Big Data”, nella nostra esistenza ordinaria. Oggi è la volta dell’intervista realizzata dal nostro collaboratore Clemente Poccianti con Dino Pedreschi, Professore Ordinario presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Pisa. Pedreschi si è laureato in Scienze dell’Informazione, Università di Pisa, ha un Dottorato di ricerca in Informatica e svolge attività di ricerca in informatica soprattutto nell’area del data mining da oltre 25 anni. Dirige con Fosca Giannotti (ISTI-CNR) il laboratori KDD LAB, Knowledge Discovery and Data Mining Lab. È membro del comitato scientifico delle principali conferenze internazionali del settore, e del comitato editoriale delle riviste “Knowledge and Information Systems” e “Statistical Analysis and Data Mining”. Fa parte della Commissione “Big Data” di ISTAT. È autore di oltre 180 pubblicazioni internazionali. E’ fra i fondatori di SoBigData.eu la nuova infrastruttura di ricerca europea sui Big Data.

Da quando si inizia a parlare di Big Data?

“Fissare una data non è facile, poiché l’idea di estrarre dai dati dei contenuti per comprendere dei fenomeni è vecchia di circa 25 anni. I primi Big Data considerati tali risalgono al fine degli anni ’80, e riguarda soprattutto la metodologia di catalogazione e di registrazione delle grandi realtà aziendali ad es. le transazioni degli acquisti nei supermercati, le transazioni bancarie, i check in degli ospedali ecc. Questi dati, già allora, cominciavano ad avere una notevole capienza in termini di volume; il secondo passo è stato quello di iniziare a capire come e con quali fini gestire questa valanga di dati e che tipo di risultati ottenere. Si è così cominciato a studiare i comportamenti di acquisto della gente lasciando che la verità emergesse dai dati, nel senso che fossero i dati a parlare e a rivelare i comportamenti del consumatore senza che ci fossero inquinamenti esterni. Da allora il valore del dato ha assunto sempre più importanza per scoprire le tracce del nostro vissuto e per estrarre i nostri comportamenti. Prima dell’avvento di internet, i dati erano immagazzinati in sistemi chiusi cioè in grandi memorie di stoccaggio isolate fra loro, il Web ha messo poi in correlazione le grandi giacenze dei dati portando poi all’utilizzo attuale dei Big Data. Come uso comune è solo negli ultimi 5 anni che si è iniziato a usare il termine Big Data prima venivano chiamati Knowledge discovery”.

Con l’utilizzo dei Big Data cosa cambierà nel tessuto sociale e nella vita di ciascuno di noi nel prossimo futuro?

“Cambierà ancora molto però seguendo delle strade diverse, soprattutto gli ambienti in cui viviamo cambieranno radicalmente rispetto a oggi, basti pensare a quello che potrà rappresentare nei prossimi anni lo sviluppo dell’Internet of Things (IoT). Da un punto di vista dell’evoluzione del Web ma soprattutto del suo impatto sociale in questo momento stiamo assistendo al costituirsi di alcuni grandi monopoli, possiamo definirli anche come grandi soggetti accentratori di dati; il più imponente è il GAFA, acronimo che sta per Google, Apple, Facebook e Amazon che sempre più marcherà la libertà di accesso alle informazioni. Le grandi concentrazioni hanno un modello di business fortemente centralizzato; espropriano i dati creando asimmetria informativa e peggiorando la qualità del servizio. Come molti trend economici ci insegnano, è una situazione destinata, a mio avviso, a cambiare, perché l’accentramento si disgregherà riportando a un modello di condivisione delle informazioni più spalmato. Sarà difficile da parte delle grandi concentrazioni arrivare a un controllo totale della società: il sogno orwelliano non funziona, un sistema complesso come è il caso dell’intera popolazione umana mai potrà essere governata a livello centralizzato”.

I Big Data dicono la verità? Oppure sono solo lo specchio di un risultato ancora parziale?

“Sono ancora uno specchio spesso parziale dei fenomeni che vogliamo vedere anche perché i dati non sono mai raccolti con uno scopo ben preciso. Quello che vediamo tramite i Big Data sono solo frammenti di verità, ma c’è un problema scientifico ed è quello di validare l’uso che facciamo di questi dati, in alcuni casi questi possono essere un ottimo specchio per altri, devono essere ancora meglio raffinati. C’è tutto un lavoro che viene fatto ossia trovare dei metodi che permettono poi di validare, l’importante è che di fondo ci sia sempre un tema di ricerca della verità”.

Secondo lei l’Italia, rispetto agli altri paesi europei, per i Big Data ma anche in altri campi del digitale, è ancora indietro, oppure possiamo iniziare a pensare ad un nuovo rinascimento digitale tutto italiano?

“In Italia abbiamo l’abitudine di non considerarci all’altezza per tante cose ma sbagliamo, al contrario siamo in grado di creare innovazione più di tanti altri paesi; l’aspetto tecnologico è importante ma l’investimento più importante è nelle persone, e in Italia da sempre diamo centralità a questo. Il Data Scientist, cioè colui che fa analisi sui dati, può fare la differenza, qua subentra la creatività italiana di come prendere i dati per estrarre senso sapendo guardare a un dato con una visione differente. Un altro elemento che in Italia ha origini antiche, si pensi al Rinascimento, e che dà un valore aggiunto rispetto ad altri paesi, è la narrazione cioè il sapere spiegare qualcosa con la scrittura o sotto forma di rappresentazione artistica. Altra caratteristica italiana è quello dell’eticità delle cose, ossia la capacità di guardare le fonti informative nell’etica nel rispetto della dignità della persona e non nello sfruttamento del medesimo”.

In un recente convegno a Milano dove lei ha partecipato si è parlato di fiducia, è questo il vero elemento assente ai giorni nostri? Anche alla luce della crisi in cui viviamo, lei ha parlato di un vero New Deal dei dati; secondo lei è possibile ristabilire la fiducia nella gente grazie all’utilizzo delle innovazioni digitali?

“Credo che la fiducia sia il tema centrale, oggi è possibile creare della tecnologia che dia importanza e valore ai nostri dati, questo per la nostra vita personale valorizzando il nostro ruolo e per fare stare bene chi ci sta accanto. Fiducia significa non avere remore a condividere informazioni, la parola in inglese è trust che è molto legata al concetto di privacy che non è tanto la protezione del dato bensì la gestione della fiducia nei rapporti interpersonali, non tutti i collegamenti che abbiamo con i nostri amici o conoscenti sono uguali, con alcuni abbiamo tanta fiducia e dunque viaggia tanta informazione con altri magari c’è meno fiducia quindi meno informazione”.

Di cosa si occupa in particolare il laboratorio pisano SoBigData?

“So Big Data è una infrastruttura di ricerca unica nel suo genere in Europa con sede e testa in Toscana: è aperta a chi vuole a livello interdisciplinare fare ricerca con l’utilizzo dei Big Data, è rivolta a ricercatori di qualunque disciplina storici, sociologi, piuttosto che economisti, ma anche aziende che vogliono fare esperienze pilota di nuovi servizi utilizzando i Big Data. Cofinanziato dalla Commissione europea nell’ambito del programma Horizon 2020, ha iniziato l’attività nel 2015 e avrà una fase di start up fino al 2019, dopo di che inizierà una seconda fase che sarà di consolidamento dell’operato della durata di 10 anni”.

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