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Baryshnikov: artista e scienziato del corpo in movimento Opinion leader

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Firenze – Pubblichiamo la parte conclusiva della Laudatio pronunciata da Sara Mamone, docente di Scienze dello spettacolo, in occasione della cerimonia per il conferimento della laurea ad honorem al grande ballerino Mikhail Baryshnikov che si è svolta il 2 luglio nell’aula magna dell’Università di Firenze. 

Quella che ho brevemente riassunto non è la biografia di una sola persona: riassume più vite, più epoche, all’insegna del continuo movimento, della ricerca, dell’innovazione, in una sorta di moto perpetuo che mette in costante dialogo il corpo con la mente.

Non è solo perché è sommo artista, universale come auspicavano gli artisti del Rinascimento, che ci onoriamo di laureare in quest’aula Mikhail Baryshnikov. È anche per la lezione di rigore applicata ad una curiosità inesausta, per il coraggio con cui ha sempre esercitato il cambiamento, per la ‘mente scientifica’ con cui ha esplorato le possibilità del suo corpo, magnifico strumento al servizio della sua arte.

La sua intelligenza ha applicato al suo corpo i principi della scienza sperimentale, quel ‘provando e riprovando’ della galileiana Accademia del Cimento che mette lo scienziato a conoscenza e controllo dei suoi mezzi di indagine e l’artista a conoscenza e controllo dei suoi mezzi fisici. Metafisica del corpo, l’ha definita Joseph Brodsky. Ci permettiamo di dissentire dal grande scrittore: quella di Baryshnikov è scienza del corpo, dominio espressivo radicato nell’esperienza, nella somma delle esperienze, dalle quali non si stacca mai e proprio per questo raggiunge risultati sublimi.

È la lezione del grande maestro Aleksander Pushkin negli anni lontani dell’Accademia Vaganova, la lezione mai dimenticata di quest’uomo «senza niente di speciale, un uomo molto tranquillo, una figura paterna» di cui ha sempre ricordato, più che l’insegnamento tecnico-espressivo, il rispetto per il lavoro e la fatica, l’allenamento giornaliero, la routine giornaliera della classe, quasi sempre noiosa e stancante. «Il problema non è fare (…): riuscire ad essere padroni di se stessi; non importa chi ti sta insegnando, chi è il tuo partner (…), tu devi essere padrone della tua mente» (Baryshnikov: the Dancer and the Dance, London Weekend Television, 1983, traduzione mia).

Quella mente che ha sempre diretto il corpo e lo ha reso materia della sua sperimentazione con l’intelligenza esatta dei propri strumenti. Grazie alla sua mente strutturata e curiosa non si è mai perso in translation ma ha sempre misurato le differenze, in un processo di contaminazione fertile distribuita nel tempo. La misurazione delle differenze gli ha consentito di negoziare la nostalgia con l’entusiasmo, di mettersi in relazione con pubblici diversi, di adeguare il materiale della sua costruzione artistica, cioè il suo corpo, al tempo, producendo, in questo cammino, un continuo scarto rispetto alle attese.

Lo laureiamo quindi non solo per la sua grandezza ma per la lezione di metodo che conforta il nostro compito di docenti e ricercatori. Si può essere leggenda in due modi: morire presto o vincere il tempo nella sua durata. Per noi storici dello Spettacolo la sua scelta, caro Mikhail, è stata di gran lunga la migliore: ci ha permesso di attraversare più di mezzo secolo di storia artistica e ci consente oggi di laureare un giovane che ancora molto avrà da dirci, un giovane che ci riserverà ancora molte sorprese.

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