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Diario del Medio Oriente: Iran atomico? Opinion leader

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Contrasti  fra il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman (leader del laico Ysrael Beiteinu) e il ministro degli Interni Eli Yishai (leader dell’ultra religioso Shas). Inoltre, la spaccatura pubblica nel governo, mai accaduto prima in tema di difesa, fra i ‘falchi’ intenzionati ad attaccare l’Iran (fra cui Liberman) e le ‘colombe’ (fra cui Yishai) propense a negoziati e contrarie senza l’appoggio degli Stati Uniti. Conseguenza del dissidio di propositi riguardo l’Iran fra Obama e Netanyahu clamorosamente scoppiato a Washington durante l’annuale conferenza dell’AIPAC (4-7 marzo; cfr. “StampToscana” 8 marzo).

 Il 9 maggio la Knesset, convocata per indire elezioni per il 4 settembre, è teatro di un colpo di scena. Netanyahu e Shaul Mofaz del Kadima (già capo di Stato Maggiore delle IDF), fino ad allora all’opposizione, annunciano che «mentre il Medio Oriente è in subbuglio, Israele consolida la coesione interna e rafforza la stabilità dell’esecutivo». La Knesset approva il nuovo governo di ‘Unità nazionale con 71 voti su 120. L’ultra sostenitore di Netanyahu “Israel Hayom” scrive in termini gioiosi «il confronto coll’Iran sta arrivando», prudente “Yedioth Ahronot” «il patto Netanyahu-Mofaz rafforza la deterrenza contro l’Iran», “Haaretz” preoccupato «l’accordo Netanyahu-Mofaz potrebbe essere l’inizio dell’attacco (strike)». Tuttavia “Haaretz” (10 maggio) conferma l’incertezza perché Mofaz, ora vice primo ministro e ‘falco’, aveva recentemente accusato Netanyahu di «seminare il panico» tra la popolazione.
         

 Nel frattempo sono intercorse trattative fra i 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) e l’Iran sul programma nucleare iraniano. I primi, sospettano che l’arricchimento di uranio in corso in quel paese abbia intenti militari. L’Iran nega, tuttavia rifiuta da 15 mesi agli ispettori dell’IAEA (International Atomic Energy Agency) di controllare i propri impianti atomici. Ne sono tenuti perché firmatari nel 1970 del Trattato internazionale NPT (Nuclear non-Proliferation Treaty) sulla non prolificazione delle armi nucleari. La questione riguarda il tasso di arricchimento dell’uranio; per usi civili (produzione di energia elettrica) è sufficiente un arricchimento di molto inferiore al 20%, percentuale oltre la quale risulta agli esperti evidente lo scopo militare. Le citate sei potenze chiedono che, sia consentito all’IAEA di riprendere le ispezioni. L’Iran colpito da sanzioni –fra l’altro cagionano una galoppante inflazione– non intende rompere con l’Occidente e acconsente dal passato aprile alla diplomazia di tentare un accordo che preveda la sospensione delle sanzioni e il consenso alle ispezioni del’IAEA.

 Il 14 aprile s’incontrano a Istanbul i rappresentanti dei cosiddetti 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia più Germania), coordinati di Catherine Ashton, rappresentante dell’Unione Europea per gli Esteri, e una delegazione iraniana capeggiata da Saeed Jalili, segretario del Supremo Consiglio nazionale per la Sicurezza. La conferenza chiude in un’atmosfera collaborativa con l’intesa di concludere a Bagdad il 23-24 maggio, ma anche con l’impegno degli occidentali di non appesantire nel frattempo le sanzioni. Reazioni costernate e ostili a Gerusalemme.
Malgrado Yukya Amano, direttore dell’IAEA fosse ritornato –appena da due giorni– da colloqui a Teheran con la convinzione della disposizione iraniana a un accordo sulle ispezioni, anche a Bagdad la conferenza si chiude con un nulla di fatto e con previsioni pessimistiche. La delegazione iraniana s’era rifiutata di aderire a un protocollo conclusivo accusando la posizione degli occidentali di ricalcare quella israeliana (blocco dell’arricchimento dell’uranio ed esportazione di quello già arricchito). La conferenza non dichiara tuttavia forfait e si aggiorna al 18-19 giugno a Mosca.

Pessimo preludio a Vienna l’8 giugno fra Herman Nackaerts, vice direttore dell’IAEA e l’ambasciatore iraniano presso l’IAEA Ali Asghar Soltanieh che rifiuta ogni sorta di compromesso sulle ispezioni.
A Mosca due inutili giornate. L’Iran richiamando l’articolo IV del TNP: «Nessun articolo del trattato potrà essere interpretato in modo pregiudizievole del diritto inalienabile di tutti i firmatari di sviluppare le ricerche, la produzione e l’utilizzazione dell’energia nucleare a fini pacifici» non è disposto ad alcuna limitazione all’arricchimento dell’uranio eccependo essere a fini pacifici. Nega ispezioni agli impianti per tema che Israele possa fruire di informazioni tecnico-scientifiche. I 5+1 esigono l’accettazione di non superare il 20% di arricchimento. La conferenza è aggiornata a Istambul per il 3 luglio quando i 5+1 appianeranno le loro divergenze, sottolinea l’agenzia iraniana “Fars”. Nel frattempo il 1° luglio avranno inizio le sanzioni petrolifere a chiunque faccia affari con l’Iran; sono però a doppio taglio.

Si può concludere. L’intreccio delle politiche estere americana e israeliana nel Medio Oriente ha subito un duro colpo durante la conferenza annuale dell’AIPC. Inoltre ha rivelato che Israele non può attaccare l’Iran senza appoggio militare degli Stati Uniti i quali non intendono essere coinvolti in una guerra.
L’Iran non denuncia al NPT per non rompere con l’Occidente e liberarsi dalle sanzioni che lo stanno colpendo con durezza. Non consente però a osservatori internazionali (i watchdogs dell’IAEA) l’accesso agli impianti nucleari. L’Occidente tenta con le sanzioni di sfinire l’economia dell’Iran per indurlo a sospendere l’arricchimento dell’uranio, ma non osa attaccarlo militarmente, perché l’esito è incerto (Afganistan insegna), la Russia e la Cina contrari, imprevedibili le reazioni nel mercato petrolifero.
Che l’Iran aspiri ad armi nucleari lo suggeriscono considerazioni di geopolitica. Lo provano anche recenti rilevazioni delI’IAEA (“Haaretz” 26 maggio e 8 giugno) di arricchimenti oltre il 20%. L’Iran è una grande potenza regionale e scita, confina col Pakistan, potenza atomica non aderente all’IAEA, a larga maggioranza sunnita. Non aderiscono all’IAEA Israele, nonché l’India, potenze atomiche (come la lontana Corea del Nord). Esso s’affaccia sul Golfo Persico di fronte alla penisola arabica sunnita, ostile tanto quanto può esserlo Israele. C’è da chiedersi se le criminali dichiarazioni di Ahmaninejad contro Israele non siano propagandistiche e l’obiettivo di Teheran sia di prevalere sul mondo sunnita.

  L’Iran non cede -forte di una più che probabile tolleranza russo-cinese- malgrado un’inflazione incontrollabile e un’emorragia di capitali. Nemmeno gli occidentali rinunciano ad imporre limiti all’arricchimento dell’uranio. Eppure rifuggono dall’intervenire militarmente Non sembra credibile che essi non si preparino, a un possibile armamento atomico dell’Iran e a un radicale cambiamento degli equilibri nel Medio Oriente, con riflessi sull’intera diplomazia internazionale. Vedremo cosa accadrà dopo il 3 luglio.

Francesco Papafava

Foto: Avigdor Lieberman
 

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