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Dopo il voto siciliano: tutti a cantare la canzone del povero Renzi Opinion leader

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Firenze – Renzi è finito, Renzi si deve mettere da parte, Renzi se vuole vincere deve tornare da D’Alema. E così via. La “canzone del povero Renzi “è quella che si intona dopo le elezioni siciliane. Pochissimi ragionano uscendo dalla logica delle battaglie personali e dalla misera intelligenza di un tweet. Neppure il bravo Floris ha chiesto martedì a Renzi un’analisi politica un po’ più alta di quella del fatto di mettersi da parte oppure no.

Certo è più spettacolare la forma processo, la forma accusa personale, la testa da tagliare. Il cittadino lo vuole, il telespettatore pure e comanda lui. Ma non si può tentare almeno una volta di toglierci dagli occhi i prosciutti di una comunicazione che i social stanno trasformando  in una corrida permanente scegliendo di volta in volta il toro da sacrificare?

Consideriamo dunque lo stato della politica italiana all’indomani delle elezioni siciliane. Il centrodestra composto da almeno quattro anime si è ricompattato dietro un signore anziano, molto chiacchierato, che ha avuto la sua stagione e l’ha orrendamente buttata via. Nel centrosinistra le almeno tre anime sono invece arrivate al voto non solo separate, ma in una rancorosa ostilità che ha annebbiato la vista e inceppato la lingua di molti esternatori.

La terza forza, il Movimento 5 Stelle, deve ancora dimostrare di essere matura per un governo di qualsivoglia livello istituzionale visti i risultati finora mostrati a livello delle città. E vista anche la disinvoltura con la quale si fissano i confronti pubblici e poi si annullano con giustificazioni che potrebbero andare bene in una dinamica paesana: con te non parlo più.  Perché? Perché volevo vincere a Palermo e voglio far sapere al mondo che l’unico che ha perso sei te. Accettare una simile giustificazione la dice lunga sulla deriva inarrestabile della comunicazione politica.

Il centrodestra riconquista la super conservatrice Sicilia che ha sempre governato salvo una breve parentesi dovuta a un incidente tecnico auto inferto e tutta la narrazione, come si dice oggi con bella parola di moda che nasconde le vecchie imposture e le vecchie faziosità, si rivolta contro un “Renzi finito, che dovrebbe tirarsi indietro”: anzi, se farà un passo indietro, allora il centrosinistra ricompattato con Bersani e D’Alema vincerà le elezioni politiche.

Il segretario del Pd è dunque impegnato soprattutto a ribadire alcuni concetti base del gioco democratico: che il segretario è stato eletto in una consultazione regolare del partito con il 70% dei voti, che il Pd resta a dispetto di tutti il perno del governo e della politica di questo paese, che è stata approvata una legge elettorale non granché ma questo è soprattutto il risultato del comportamento di tutti coloro che avevano da difendere interessi privati ( anche i partiti sono organizzazioni private riconosciute dalla Costituzione) a dispetto di quelli pubblici. Ed è meglio un risultato per quanto imperfetto che nessun risultato come si è visto con la bocciatura del referendum che ha fatto tornare il paese indietro di dieci anni.

Vuole essere lui il candidato del centrosinistra alla direzione del governo ai sensi dello statuto del suo partito, nonostante che altre componenti (i.e. i suddetti Bersani e D’Alema) non lo accetteranno mai? “Sarà il Parlamento a decidere”, ha detto ieri il leader del Pd a Floris, dato che il sistema elettorale è per due terzi proporzionale e non prevede nessuna indicazione del candidato premier.

Perché tutti i ragionamenti che circolano nelle migliaia di canali naufragano di fronte a una constatazione: che la cosa più importante è vincere le elezioni e che il successo di Berlusconi (ma anche la tenuta del M5S) è il frutto di una temperie sociale  e politica – l’insicurezza, la paura, il ripiegamento sul piccolo cerchio locale dopo l’indigestione di globalizzazione –  con il ritorno della destra al potere e la crisi dei partiti della sinistra in ogni parte del mondo e non della testardaggine di Renzi a restare in plancia di comando.

A lui però tocca ora uno dei compiti più difficili che possa capitare a un politico nell’era della post-verità. Inventarsi delle parole d’ordine e un programma in grado di toccare le menti e i cuori dell’elettorato italiano, oltre le nebbie della narrazione del “Renzi finito” con cori e controcori.  Un errore fatale da parte sua sarebbe quello di mettersi in un fortino sparacchiando qua e là per tentare una improbabile riconquista di consensi.

 

 

 

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