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Il cardinale Betori: La Pira difensore dei diritti inalienabili della persona Opinion leader

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Firenze - Pubblichiamo l’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Firenze cardinale Giuseppe Betori nel corso della Messa per celebrare i 40 anni dalla morte di Giorgio La Pira. 

«Non abbiamo forse tutti un solo Padre?» (Ml 2,10). Nella prima lettura di oggi, questa è la domanda che il profeta Malachia presenta, quattrocento anni prima di Cristo, ai sacerdoti che non rispettavano l’alleanza. Il profeta parla della paternità di Dio mettendo insieme creazione ed alleanza: «Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?» (Ml 2,10).

Ci lasciamo guidare da queste parole in questa celebrazione, nella quale alla gioia del giorno del Signore si aggiunge la ricorrenza del 40° anniversario della morte di Giorgio La Pira, la cui memoria vive ancora tra noi accompagnata da ammirazione e gratitudine per la sua testimonianza di vita.

Sono trascorsi 40 anni da quel «sabato senza vesperi», nel quale egli concluse la sua esistenza terrena. La domanda del profeta ci aiuta a ricordare il “professore”, dischiude per noi la sua opera e il messaggio di tutta la sua vita: «Non abbiamo forse tutti un solo Padre?». Sì, proprio così insegnava La Pira, che così scriveva nel 1952: «Cos’è l’essenza del Cristianesimo? Una glorificazione anzitutto interiore del Padre: una permanenza interiore di adorazione, di attesa, di speranza, di amore: una anticipata immersione nelle divine purità dei Cieli».

Il terreno sicuro per comprendere la vocazione politica, culturale e sociale di Giorgio La Pira è un fatto che diede alla sua vita la direzione decisiva e che viene documentato dal professore come avvenimento. Dossetti lo descrive come un fatto “mistico”, La Pira definisce questo evento come un incontro. Egli scrive: «epoca di luce e inizio di Unione col Maestro». Con queste parole egli definisce la sua conversione, annotando una data precisa: «Io non dimenticherò mai quella Pasqua 1924 in cui ricevei Gesù Eucaristico: risentii nelle vene circolare una innocenza così piena da non poter trattenere il canto e la felicità smisurata», come scrive all’amico Salvatore Pugliatti.

È significativo che egli abbia annotato questo ricordo nel suo Digesto, in uno dei libri che maggiormente utilizzò per il suo impegno di docente. Difatti, al di fuori della sua esperienza di fede non è possibile comprendere il suo impegno politico, religioso e sociale. Proprio l’esperienza della fede “ritrovata”, che La Pira cominciò a vivere sin dal 1924, «dopo un periodo di concitazione», di ricerca e di riflessione, lo portò a vivere per tutta la vita il proprio cristianesimo sentendosi solidale con ogni uomo, riconoscendo che il dono della comune paternità di Dio rende tutti gli uomini fratelli. Disse: «La concezione cristiana di Dio include necessariamente una concezione determinata dell’uomo, della società, della storia e del mondo: essa costruisce in un dato modo, secondo un certo principio di solidarietà e di dipendenza».

In questo disegno di salvezza, in cui Dio si rivela come Padre e invita a riconoscere gli uomini come fratelli, va collocato l’impegno di La Pira in difesa della persona umana. La sua vita, i suoi gesti, tutta la sua azione politica forma, per così dire, tanti cerchi concentrici intorno alla difesa del valore della persona umana e dei suoi diritti.

La peculiarità del “sindaco santo” è stata quella di ricordare che la dignità e il valore dell’uomo deriva dalla relazione che solo l’uomo può avere con Dio, con il Padre. Scrive La Pira: «vedere Dio, essere a Dio – mente et affectu – totalmente uniti. Il cristianesimo è essenzialmente (con la mediazione della Chiesa) tutto qui: Gesù lo ripete continuamente: “la vita eterna è questa: conoscere Te e colui che hai mandato Gesù Cristo (Gv 17,3); il Regno di Dio è dentro di voi (Lc 17,21); Se qualcuno mi amerà, il Padre mio lo amerà e verremo a Lui e faremo sosta presso di Lui, restate nell’amore di me (Gv 15,9)”».

Il messaggio della vita di Giorgio La Pira, così come lo andiamo delineando riveste una grande attualità nel nostro tempo. Difatti la difesa dei diritti inalienabili della persona umana, ancorata a questo principio trascendente, appare una via irrinunciabile per il futuro del mondo: davanti alla lotta contro i trafficanti di esseri umani, al dramma odierno delle migrazioni, ai continui attacchi terroristici, alle tragedie dei tanti morti nel mar Mediterraneo; oppure dinanzi a ogni condizione estrema di povertà spirituale (troppi hanno perfino smesso di cercare un senso alla vita) e materiale (milioni di persone rischiano ancora di morire di fame); in un tempo in cui s’intersecano povertà spirituali e sociali; in una storia attraversata dalla follia omicida che abusa del nome di Dio per disseminare la morte nel tentativo di affermare una volontà di dominio e di potere, in questo tempo è necessario poter sperare nel sogno profetico di La Pira: credendo che la paternità di Dio governa il mondo con amore e geometrica esattezza, nonostante la libertà e la responsabilità concessa ai popoli, all’uomo.

Possiamo poi leggere nel detto di Gesù che abbiamo ascoltato nel vangelo: «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà sarà umiliato», dice il Signore (Mt 23,11-12). Parole in cui possiamo riconoscere l’immagine dell’azione e dell’opera di Giorgio La Pira in favore della persona umana. La sua grandezza è stata quella del cristiano che come il Maestro si fa servo e amico dei fratelli.

La rivelazione della paternità di Dio, secondo il professore include l’esperienza della contemplazione e quella dell’azione: «Lo spirito cristiano – scrisse nel 1943 – è orientato verso i fratelli sofferenti, come il ferro verso la calamita […]. Dove c’è il dolore ivi vengono istintivamente a congregarsi le acque dell’amore». Con questa convinzione, fin dal 1951, egli accettò di fare il Sindaco a Firenze, perché mediante questo “potere” avrebbe reso un “servizio” alla città, uno strumento a servizio del bene comune, per essere più vicino alle necessità della popolazione, della persona umana, in quanto per lui è chiaro che «il potere ha per fine il bene comune della persona».

Dall’adorazione del Padre al servizio della persona umana, in particolare di quella più bisognosa, è la prospettiva nella quale si è svolta la straordinaria vicenda biografica di La Pira. Non è forse questa comune vocazione di tutti gli uomini, quella della comune paternità di Dio, che portava La Pira a credere nell’unità fra tutti i cristiani? Un’unità che è «il segno, lo strumento e la condizione dell’unità del mondo». Difatti, se ci sarà unità fra tutti i battezzati, annotava sempre La Pira, se la Chiesa si unifica, il mondo si pacifica e si unifica. «Anche oggi – osservava il professore – bisogna chiamare i giovani a farsi portatori di un cristianesimo che mostri concretamente il suo duplice volto: interiore ed esterno, contemplativo ed attivo, adorante ed operante che adora il Padre e si piega amorosamente sul fratello».

Riuniti in questa Basilica, a quarant’anni dalla morte di Giorgio La Pira, accogliamo il suo messaggio profetico di fede, di carità, di servizio alla persona, riconoscendo a questo messaggio una straordinaria attualità e un esigente richiamo a un cristianesimo capace di incarnare il Vangelo nella storia.

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze

 

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