Il giudice Meucci e i progetti di abolire i tribunali per i minori | StampToscana
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Il giudice Meucci e i progetti di abolire i tribunali per i minori Opinion leader

gianpaolo meucci

Bologna - E’ uscito in questi giorni il libro “Il Giudice che guardava al futuro. Gian Paolo Meucci e i diritti dei minori”  (Franco Angeli) frutto di un lavoro di ricerca di Rossella Raimondo, dottore di ricerca in Scienze pedagogiche asseganta presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “G.M.Bertin” dell’Università di Bologna. Pubblichiamo le conclusioni del suo libro che costituisce la ricostruzione più approfondita dell’impegno del giudice Meucci “antesignano e maestro di tutti  quei giudici che hanno saputo mettere al centro i bisogni e i diritti dei minori”.

Giunti al termine dell’indagine sul pensiero e l’opera di Gian Paolo Meucci, consapevoli di non essere riusciti fino in fondo a farne emergere tutta la ricchezza e poliedricità, si rivela comunque necessario proporre un bilancio. Il suo è un pensiero-in-azione, in continua evoluzione, che è a mano a mano arricchito di nuovi elementi, attinti dai diversi campi del sapere: dalla storia alla giurisprudenza, fino alle scienze dell’educazione.

Studia in profondità le cause del comportamento deviante e pone al centro il pieno riconoscimento del minore, inteso come soggetto che prima di tutto ha il diritto di essere tutelato e amato, mantenendo il fine ultimo di creare solide basi per un diritto non sui minori, ma per e dei minori.

Senza dubbio, l’azione e le riflessioni di questo magistrato hanno contribuito, insieme a quelle di altri, come Alfredo Carlo Moro e Giorgio Battistacci, allo sviluppo della cultura della giustizia minorile nel nostro Paese, un processo di riforma legislativo che si è dispiegato lungo tutta la seconda metà del Novecento e che ha portato al graduale consolidarsi di un’attenzione sempre più declinata sul minore deviante,

Come abbiamo visto, il momento di svolta è rintracciabile nell’attuazione del Nuovo Codice di Procedura Penale del 1988, che risente fortemente del pensiero meucciano: per una concatenazione di aspetti si può infatti affermare che Meucci ne è stato il maggiore promotore, come pure alla sua figura si possono ricondurre i principi che hanno ispirato importanti riforme, tra cui quelle dell’adozione speciale, del nuovo diritto di famiglia e della legge sull’affidamento.

Con il Nuovo Codice è stata predisposta una più completa strutturazione dei servizi della giustizia minorile, mediante l’attribuzione di rilevanti competenze per la tutela dei minorenni nei confronti dei quali sia a carico un provvedimento penale: in questa nuova ottica, i Tribunali e i giudici minorili hanno favorito la diffusione di una nuova filosofia di intervento nei confronti dei ragazzi autori di reato, fondata sul superamento della sanzione penale come unica soluzione, per seguire linee interpretative e operative centrate sulla “irrepetibile originalità”[1], unicità e complessità della persona; da qui deriva la necessità di affrontare ogni caso attraverso uno studio disincantato e conseguenti interventi individualizzati.

L’idea di fondo è che la carcerazione non rimuove le cause della devianza, anzi le inasprisce, aprendo così la strada a nuove possibili “carriere criminali”. Il ruolo dei Tribunali e delle Procure Minorili, che, come ricorda Giuseppe Spadaro, Presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna, rappresentano “l’istituzione giudiziaria più longeva”, uffici specializzati e autonomi, è fondamentale sia negli interventi di protezione nei confronti di bambini e adolescenti – vittime in diversa misura di incurie, maltrattamenti ed abusi –, sia nel settore penale.

Fin dal primo momento, il processo è caratterizzato da finalità educative dirette al recupero sociale dell’imputato minorenne, ribadite e sottolineate anche dalla Convenzione dei diritti del bambino, dalle Regole minime delle Nazioni Unite per l’amministrazione della giustizia minorile (Regole di Pechino) e dai documenti del Consiglio d’Europa. Ai giovani che commettono reati può essere proposto un vero e proprio progetto educativo, che si configura anche e soprattutto come un’occasione, una possibilità.

In questo contesto la proposta di legge, attualmente in discussione alla Camera – che prevede l’accorpamento degli uffici minorili a quelli ordinari nell’ambito di una “nuova” sezione distrettuale specializzata per la persona, la famiglia e i minori – si muove in una direzione opposta, senza dimenticare che in passato sono già stati operati tentativi simili, come quello del Ministro Castelli nel 2003, che però non ha registrato alcun riscontro positivo.

Trascurando le profonde questioni che sono alla base di questa riforma, non si considerano le ragioni che custodiscono le motivazioni storiche, culturali e sociali e i principali motori che hanno portato a una giustizia separata per i minorenni. La riforma appare ispirata dal tentativo di ripianare le carenze di risorse degli uffici per gli adulti col sacrificio della tutela dell’infanzia e dell’adolescenza.

Come denuncia l’Associazione Magistrati minori e famiglie, “al posto dei tribunali si creerebbero strutture molto più complesse, che verrebbero paradossalmente declassate a mere sezioni dei tribunali ordinari, prive non solo dell’autonomia organizzativa, ma anche della rappresentanza esterna nei confronti degli enti locali e dei servizi socio-sanitari, aspetto fondamentale per l’efficacia dell’intervento giudiziario in questo settore.

Ancor più gravi le trasformazioni previste per le procure minorili – destinatarie ogni anno di decine di migliaia di segnalazioni dei servizi, delle forze dell’ordine, degli ospedali, delle scuole, delle associazioni di volontariato e di semplici cittadini – perché nei ‘gruppi specializzati’ non verrebbe garantita nemmeno l’esclusività delle funzioni dei magistrati, che – in aggiunta ai compiti di tutela dei bambini e degli adolescenti – dovrebbero svolgere anche funzioni penali ordinarie, in processi contro adulti ispirati a una logica inquirente del tutto diversa nelle finalità e nell’approccio”. C’è il rischio quindi di perdere la specializzazione dei giudici per i minorenni, importantissime figure di una giustizia aperta ed educativa.

Vale la pena citare le parole di Meucci in merito all’importanza rivestita dal giudice per i minori: 

[…] Voi sapete che ci sono molte discussioni sul suo mantenimento in vita o meno; se l’attenzione alla tutela del diritto del bambino debba essere fatta in un modo o in un altro, attraverso un giudice o attraverso una struttura amministrativa. Qui non siamo a sofisticare – se così posso dire – sullo strumento più adatto. Una cosa è certa: per quel tanto che rimane questo ruolo almeno assuma evidenza il fatto che esistono dei diritti del bambino. Per questo io non sono d’accordo quando si propone un giudice della famiglia, perché temo sempre (anche se sono convinto che il diritto alla sicurezza si articola in un diritto del bambino ad avere una famiglia) che ancora una volta l’istituzione ed il gruppo familiare degli adulti finisca per fare perdere la consapevolezza di una autonomia del diritto dei bambini. E perché voglio che la connotazione di un giudice dei minori sia sostanziata dal suo esclusivo ruolo di tutelatore dei diritti del bambino per non cadere ancora una volta nella tentazione di vedere il gruppo, di vedere l’adulto e di vedere scomparire il bambino[2].

E ancora

Il recupero di un corretto ruolo del giudice dei minori è oggi un mezzo essenziale, anche se non naturalmente esaustivo, per porre i presupposti di una struttura sociale avente potenzialità liberanti, non strumento di oppressione, ma di liberazione dell’uomo[3]

Alla luce di un possibile quadro attuale e futuro tutt’altro che rassicurante, sembra importante riportare alla luce e rileggere la lezione di Meucci, un grande magistrato che si è ritagliato un posto fondamentale nella storia dell’evoluzione della giustizia minorile; un lungo percorso non lineare e non ancora del tutto concluso, in cui sarebbe auspicabile che i giudici per i minorenni continuassero, con risorse e strumenti sempre più adeguati, ad adempiere alla duplice e delicata funzione che compete loro: giudicare i ragazzi che hanno compiuto reati e tutelare i loro diritti.

 Rossella Raimondo

 

Foto: Gian Paolo Meucci

 

 

 

 

[1]        G.P. Meucci, I figli non sono nostri. Colloqui di un giudice dei minorenni, Vallecchi, Firenze, 1974, p. 228.

[2]        G.P. Meucci, Nascita e diritti del bambino, in Venire al mondo. I problemi della nascita oggi, Belforte, Livorno, 1985, pp. 261-262. (249-262)

[3]        Meucci, Il ruolo del giudice per i minori, in Centro internazionale studi famiglia, Delinquenza minorile e comportamenti devianti, p. 155 (pp. 151-163)

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