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La Polonia e gli ebrei, la nuova legge e la cattiva coscienza Breaking news, Opinion leader

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Reggio Emilia – Oltre tre mesi sono trascorsi da quando il presidente polacco Andrzej Duda, il 6 febbraio, ha firmato la legge sull’Olocausto. La legge vieta e punisce la definizione dei campi della morte nazisti come “Lager polacchi”, e fino a qui possiamo essere tutti d’accordo: i campi di sterminio, in Polonia, come altrove, sono stati progettati, realizzati e diretti dai nazisti.

Il governo polacco ha anche ricordatol´eroismo con cui rischiando la morte molti polacchi salvarono ebrei; infatti nessun´altra nazione ha tanti ‘Giusti tra le nazioni’ (persone premiate da Israele per aver aiutato gli ebrei perseguitati dal nazismo) quanti la Polonia“, e “la Polonia fa grandi sforzi per mantenere i luoghi della Memoria come musei perché tutto il mondo li visiti, li conosca e ricordi“. Anche questo è vero.

La seconda parte giudica un crimine affermare che la nazione polacca sia stata complice nella Shoah o di altre atrocità commesse dalla Germania nazista.

Secondo i critici e la comunità ebraica, la legge nega implicitamente anche la partecipazione di cittadini polacchi all´esecuzione dell’Olocausto. La Polonia cerca di cancellare la responsabilità delle atrocità commesse nel corso della Seconda Guerra Mondiale; non vuole accettare che molti cittadini polacchi siano stati co-esecutori di violenze e atrocità contro gli ebrei polacchi.

Oggi quasi nessuno torna più su questo argomento. La calma consente di esaminare la questione con serenità e di valutarla in un quadro più ampio.

E ora veniamo alle vicende alle quali si riferiscono le recenti controverse posizioni del Governo polacco.

Dal 1933, con le farneticazioni di Hitler sulla purezza della razza ariana, dapprima furono distrutti agli ebrei negozi, libri, sinagoghe, poi si passò alla “soluzione finale”: la deportazione di ebrei, anziani, disabili, omosessuali, zingari, slavi e oppositori politici di ogni genere nei lager siti principalmente nell’attuale Polonia Sudoccidentale e la loro eliminazione. Durante il Terzo Reich si valutano oltre 15 milioni di vittime: 6 milioni gli ebrei, ovvero i 2/3 degli ebrei d’Europa.

A seguito dell’attacco portato nel giugno 1941 all’Unione Sovietica, le truppe tedesche si rimpossessarono rapidamente delle zone che l’Unione Sovietica si era annessa nel 1939 come conseguenza del patto di non aggressione russo-tedesco. Durante le prime tre settimane della Seconda guerra mondiale furono moltissimi gli ebrei vittime di pogrom scatenati dai cittadini polacchi.

Il diffuso antisemitismo prebellico in Polonia è testimoniato anche dal fatto che nelle chiese cattoliche polacche veniva venduta, insieme a rosari, bibbie e altri articoli religiosi, letteratura antisemita. Questo è solo un esempio di tante citazioni sull’antisemitismo polacco rintracciabili su molti siti web.

I tedeschi fomentarono la popolazione polacca e asserirono che gli ebrei avevano collaborato con i sovietici nei crimini commessi in Polonia prima del loro arrivo e le SS organizzarono l’intervento degli Einsatzgruppen (gruppi speciali) per uccidere gli ebrei del territorio occupato.

Non bisogna dimenticare che la Polonia fu il Paese che perse la percentuale maggiore di cittadini: più di 6 milioni morirono, metà dei quali ebrei polacchi giustiziati non solo dai tedeschi, ma anche da antisionisti polacchi.

La ricerca dello storico canadese di origine polacca, Jan Grabowski (2013) ha rivelato che circa 200.000 ebrei sono stati assassinati dai polacchi.

Il giornalista israeliano Ronen Bergman, figlio di due sopravvissuti all’Olocausto, rievocando le esperienze personali di sua madre, ha affrontato il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, dicendo “C’erano polacchi che tradivano gli ebrei fornendo ai nazisti i dettagli su di loro”.

Prima della guerra Leopoli possedeva la terza maggior popolazione ebraica in Polonia. Dopo l’ingresso delle truppe tedesche nella città (1941) le SS,coadiuvate da collaborazionisti civili, organizzarono il pogrom che durò quattro settimane; circa 4.000 ebrei vennero uccisi. Non è chiaro se i collaborazionisti fossero polacchi o ucraini.

Il 25 luglio 1941 venne effettuato un secondo pogrom, detto de I giorni di Petliura“, a seguito dell’omicidio di un leader ucraino. Circa 2.000 ebrei persero la vita, in maggioranza uccisi da civili collaborazionisti. Nel 1944, quando i russi rientrarono in possesso di Leopoli, solo 200-300 ebrei erano ancora in vita.

Nel settembre 1941 a Babi Yar, alle porte di Kiev, in Ucraina, SS tedesche, con l’appoggio della polizia ucraina e di collaborazionisti locali, massacrarono alcune decine di migliaia di ebrei in una delle peggiori carneficine della storia recente.

Il 10 luglio 1941, sotto ordini dei soldati tedeschi, gli abitanti polacchi di Jedwabne circondarono i loro vicini ebrei e tutti coloro che riuscirono a trovare, compresi gli ebrei in visita da paesi vicini e i residenti dei villaggi circostanti come Wizna e Kolno. Il sindaco Marian Karolak fece radunare tutti gli ebrei nella piazza centrale della città, dove vennero circondati da uomini armati che cominciarono a colpirli con pietre e bastoni. La polizia tedesca si limitò a fotografare il massacro.Un gruppo di circa cinquanta ebrei, tra i quali il rabbino, venne costretto a demolire il monumento dedicato a Lenin e successivamente ucciso e gettato in una fossa comune. Successivamente la maggior parte degli ebrei rimasti in vita dopo le percosse (oltre 300) venne rinchiusa in un granaio al quale venne appiccato fuoco: morirono bruciati vivi.

Le rivelazioni sugli omicidi a Jedwabne hanno causato uno shock in Polonia.

Il numero di ebrei in Polonia crollò dai 3,5 milioni del 1939 ai 200mila del 1945, ai 9000 di oggi. Oltre un milione è distribuito nell’Europa occidentale.

Orrori simili non accaddero solo in Polonia. E’ dato oggettivo e storico che non solo le SS tedesche organizzarono ed effettuarono il massacro di ebrei, zingari, comunisti; in alcuni degli Stati alleati della Germania le organizzazioni fasciste terrorizzarono, derubarono e uccisero gli ebrei. La Guardia Hilinka, in Slovacchia, la Guardia di Ferro in Romania, gli Ustascia in Croazia e le Croci Frecciate in Ungheria furono responsabili della morte di migliaia di ebrei all’interno delle proprie nazioni; lituani, lettoni, ucraini, rumeni, polacchi, autonomamente o inquadrati nelle SS e nella polizia ausiliaria, contribuirono efficacemente ai pogrom, ai rastrellamenti e alle esecuzioni, fornirono personale alle SS nei campi di sterminio.

Perfino un vescovo lituano vietò al clero di aiutare gli ebrei. Nel 1943, ben 300.000 ucraini presentarono richiesta volontaria ad entrare nelle SS.

Alla fine della guerra 25 delle 38 divisioni della Waffen-SS erano formate da personale volontario straniero: i lituani fornirono alla Wehrmacht cinque battaglioni.

Il governo fascista emanò le sue leggi razziali nel 1938, ma la persecuzione antisemita non assunse la ferocia di quella nazista (gli ebrei italiani erano solo 50000, ben assimilati), fino all’occupazione del paese da parte dei tedeschi; allora l’apparato di polizia, GNR e Brigate Nere collaborarono alle retate.

Numerose furono le violenze successive alla Seconda Guerra Mondiale ai danni dei sopravvissuti all’Olocausto; l’antisemitismo polacco sopravvisse provocando veri e propri pogrom. Gli storici valutano il numero di ebrei assassinati dal novembre del 1944 alla fine del 1947 da 1.000 a 1.500.

Nell’estate 1945, a guerra finita, quando già si sapeva del genocidio nazista, nelle repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale vi furono esplosioni di antisemitismo; in settembre a Kiev (Ucraina) gli ebrei furono aggrediti e i disordini proseguirono per diversi giorni.

L’episodio più noto è il pogrom di Kielce. Nel 1939 gli ebrei di Kielce erano 24 mila, un terzo della popolazione; dai lager torneranno in 200 e, di questi, 42 perderanno la vita nel pogrom scatenato dai loro vicini di casa. Il 4 luglio 1946 si era sparsa la voce che alcuni ebrei avevano rapito un bambino polacco per usarne il sangue. La popolazione della cittadina si riunì nei pressi degli edifici abitati da ebrei e, nell’indifferenza delle forze dell’ordine, linciò i residenti: furono uccise quarantadue persone, mentre altre ottanta furono ferite o picchiate.

Invece di condannare l’episodio, il vescovo locale, Czeslaw Kaczmarek, difese gli autori del pogrom: gli ebrei “sono i principali propagatori del regime comunista … la stragrande maggioranza degli ebrei in Polonia diffonde in maniera zelante il comunismo, lavora nei famigerati Uffici di Sicurezza, arresta, tortura e uccide, e per questo va incontro all’avversione della società”. Dal 1951 al 1955 Kazmarek fu imprigionato dal regime stalinista.

Il regime comunista polacco fece cadere i fatti di Kielce nel silenzio, rotto solo dopo l’avvento di Solidarnosc; le autorità comuniste in numerose altre occasioni dimostrarono di condividere l’antisemitismo popolare o per lo meno di assecondarlo; nel 1968 il partito comunista ha sostenuto una campagna contro la piccola comunità ebraica e 15000 ebrei polacchi lasciarono il paese.

Pur non essendo, in termini di vittime, il pogrom più grave della storia, è un episodio significativo, poiché ebbe luogo un anno e due mesi dopo la fine della guerra e la capitolazione del Reich, un anno e mezzo dopo che i soldati dell’Armata Rossa avevano portato gli orrori di Auschwitz alla coscienza del mondo. Non si trattò di un caso isolato: in tutta l’Europa orientale la fine della guerra coincise con rinnovate violenze antiebraiche.

Ricordiamo anche, negli ultimi anni, i successi del partito Diritto e Giustizia di estrema destra con ispirazione conservatrice clericale, e la simpatia mostrata da molti per gruppi dichiaratamente nazifascisti come Rinascita Nazionale Polacca.

Al fondo ci sono le responsabilità dell’autorità costituita, ossia del clero e della politica. Le connivenze o l’omertà della Chiesa cattolica durante la Shoah rappresentano una strategia di identificazione di un nemico comune, obiettivo tanto più facilmente raggiungibile nella misura in cui l’ebreo è il deicida, è il perfidus Judaeus dell’uso liturgico tridentino.

Oggi il clima sembra cambiato, la popolazione cittadina ha partecipato alla cerimonia del ricordo (2016) con il presidente Duda, la cui moglie è di origine ebraica. Ma due settimane dopo le celebrazioni, la ministra polacca dell’Istruzione Anna Zalewska ha declassato a “opinioni” le responsabilità polacche nel pogrom di Kielce e di Jedwabne del 1941; inoltre l’estrema destra polacca, appoggiata dal governo in carica, ha rispolverato i vecchi slogan antisemiti proprio risalenti agli anni Trenta.

In conclusione, la legge con cui il governo di Varsavia ha deciso di punire anche chi si azzardi a sostenere che gli antisemiti e gli assassini nel paese non siano stati solo gli invasori nazisti ma anche, prima, durante e dopo la guerra, tanti polacchi, non rispecchia la realtà storica, cioè la partecipazione di singoli cittadini polacchi o gruppi di polacchi alla persecuzione di loro concittadini ebrei, che in Polonia avevano allora la più numerosa comunità in Europa.Convinzione radicata all’interno di buona parte della popolazione era che gli ebrei erano degli estranei e dei nemici della nazione polacca.

Non è di conforto sapere che lo stesso accadde in altri paesi dell’Europa Orientale. Del resto, anche l’Unione Sovietica attuò nel dopoguerra nei confronti degli ebrei una politica persecutoria che culminò nelle purghe staliniane.

Vorrei concludere con un ricordo personale e alcune riflessioni sulle responsabilità delle democrazie occidentali. Ho ancora ben chiaro in mente quando, bambino, all’Oratorio, assistetti a una recita dove gli ebrei pugnalavano l’Ostia consacrata, dalla quale poi usciva un fiume di sangue. E’ l’equivalente del sangue del bambino nell’omicidio rituale. E le responsabilità delle democrazie occidentali?

Nonostante gli appelli di molte personalità, nessuna delle maggiori potenze prese misure di ritorsione, né provvede a fornire vie di scampo al gran numero di perseguitati. La Francia dichiarò di non voler favorire l’emigrazione degli ebrei del Reich; l’URSS assunse un atteggiamento dilatorio; anni dopo il governo svizzero chiuse le frontiere agli ebrei francesi; nella seconda metà del 1941, nonostante le notizie degli stermini di massa perpetrati dai nazisti fossero filtrate in occidente, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti pose limiti ancora più rigidi all’immigrazione.

I piani di salvataggio, avanzati e discussi a varie riprese nel corso del 1943 in diversi incontri internazionali, anche sotto la pressione delle organizzazioni ebraiche, venivano via via scartati di fronte a reali o supposta difficoltà logistiche o politiche. Nel frattempo, ogni giorno gli ebrei venivano assassinati. Il polacco Jan Karski viaggiò pericolosamente per mezza Europa nel tentativo di comunicare alle forze Alleate dei massacri di Auschwitz; alla fine del 1942 riuscì a entrare nel ghetto di Varsavia, dove vide gli orrori subiti dagli ebrei. In seguito riuscì a recarsi a Londra dove consegnò un rapporto al governo polacco in esilio e alle autorità britanniche. In seguito incontrò il presidente americano Franklin D. Roosevelt, cui fornì gli stessi dati e una richiesta di intervento; Roosevelt si limitò a esprimere l’indignazione del suo paese. La sua missione non ebbe alcun risultato.

Nel 1937 Papa Pio XI aveva pubblicato la lettera enciclica nella quale la Chiesa Cattolica prende indirettamente le distanze dal nazismo; l’anno seguente pronunciò un’omelia nella quale criticava violentemente il razzismo. Nessuna critica venne invece dal suo successore Pio XII; complessivamente il papato serbò il silenzio: Pio XII non ebbe la statura morale per lanciare la sfida. Osservò il silenzio perfino di fronte alla deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma (ottobre 1943) malgrado le molte suppliche. L’attività umanitaria del Vaticano, invece, fu prudente e discreta, ma intensa: diede asilo a molti ebrei e incoraggiò sacerdoti e frati a fare lo stesso.

La Chiesa cattolica aprì ufficialmente alla riconciliazione con gli ebrei solo nel 1964.

La Croce Rossa, come il Vaticano, non se la sentì di fare una protesta pubblica di fronte allo sterminio, preoccupata di peggiorare la situazione, ossia la possibilità d proteggere i civili e di distribuire pacchi di viveri agli internati.

Ben noti soni i casi delle navi St. Louis ed Exodus, alle quali fu proibito di sbarcare i profughi ebrei, nel 1939 e nel 1947.

Ce n’è a sufficienza per farsi un impietoso esame di coscienza.  Oggi qualcosa di simile, in un contesto molto mutato, accade rispetto all’accoglienza delle moltitudini che fuggono da guerre, fame, miseria.

 

 

 

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