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La sfida di Di Maio e i dubbi del Partito democratico Opinion leader

Trasmissione televisiva in Mezz'Ora

Firenze – Comunque si muova il Movimento 5 Stelle, forza anti sistema che ne vorrebbe creare uno nuovo, produce fratture, divisioni e anche reazioni scomposte. Sono passati cinquanta giorni da quando le urne delle elezioni politiche hanno confermato l’anomalia tripolare italiana e i grillini in procinto di diventare ex hanno già provato a spaccare il centrodestra senza riuscirci, ma hanno messo allo scoperto forti tensioni fra nuova destra all’europea e vecchio centro conservatore liberal-berlusconiano.

In queste ore ci stanno provando con il Pd e l’effetto è ugualmente dirompente. Il partito è diviso, la base è spaccata. Significativo, tuttavia, è il fatto che anche il fronte pentastellato si sta dividendo sull’ipotesi di formare un governo con chi finora è stato il suo bersaglio preferito.

Come si fa ad allearsi con chi mai si è dialogato per suo irriducibile rifiuto? Con chi fino a ieri coglieva qualunque pretesto per attaccare non solo le politiche e le persone anche una storia e una tradizione che hanno contribuito alla costruzione e al consolidamento della democrazia italiana?

Eppure sarebbe un errore non accettare la sfida. La scelta di restare all’opposizione senza cedimenti finora è stata sacrosanta. Per recuperare il suo elettorato, il Pd ha bisogno di ricostruire il suo rapporto con la gente con quell’opera di dialogo, discussione, messa a punto delle sue proposte che facevano funzionare le antenne sul territorio.

E’ urgente per l’erede della sinistra italiana ritrovare fiducia, disponibilità, partecipazione e condivisione. Tornare sul campo e unire le forze che si riconoscono nei suoi valori, nelle ragioni per le quali si costruisce insieme una società più forte e più equa.

Tuttavia è proprio questo il motivo per il quale la mossa di Luigi Di Maio di chiudere “il forno di destra” e di proporre al Pd un contratto di governo con un elenco di obiettivi da raggiungere offre ai democratici l’occasione del ritorno a una fase di proposta attiva, che non sia (questo sarebbe davvero fatale) solo ricerca di un compromesso con chi si sente vincitore e gestisce il gioco.

Si apre al contrario la possibilità di un ampio confronto pubblico nel quale si mettono in gioco nuove scelte sulla strada da percorrere, nuove prospettive per il futuro. Negli streaming, nei circoli e nelle piazze, esattamente come hanno sempre preteso gli esponenti del movimento.

Le probabilità che questo confronto si chiuda con una maggioranza di governo sono assai ridotte, ma intanto il Nazareno potrebbe ricominciare a fare politica, scrollandosi di dosso l’immagine del perdente, che è la via maestra per inanellare altre sconfitte.

Se, come tutto lascia pensare, questo confronto non avrà successo, il Pd avrà comunque ottenuto due risultati: far emergere le contraddizioni all’interno di un partito che solo ufficialmente non è di destra né di sinistra, perché le parole d’ordine anti sistema hanno unificato persone di tradizione, provenienza e idee lontane e in alcuni casi opposte. Ma, soprattutto, avrà rimesso in moto la sua capacità di elaborazione politica in tempo utile per arrivare più coeso e più visibile alle inevitabili nuove elezioni.

Se poi si arrivasse davvero a una bozza di contratto di governo fra Pd e M5S (e, non ci stanchiamo di dire , nessuno sarebbe disposto a scommetterci, considerate le differenze abissali nelle rispettive proposte di politica economica ed europea), ecco che per i dem si prospetterebbe un’altra grande opportunità: una ampia e capillare consultazione della base come ha fatto il partito socialdemocratico tedesco il giorno in cui gli italiani hanno votato. Quel giorno tornerebbero al centro della politica italiana.

Foto: Luigi Di Maio

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