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Maggioranze difficili: gioco a incastri con l’occhio al Quirinale Opinion leader

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Firenze - Oramai i dati sono quasi fermi alle 11 del mattino di Lunedì. I vincitori di queste elezioni sono il M5s che supera abbondantemente il 30% e la Lega che tocca quasi il 18%. Il centrodestra risulta la coalizione più votata ed è da vedere a quanto si fermerà il computo dei seggi assegnati col duplice meccanismo proporzionale e uninominale.  Molto probabilmente non superiore al minimo richiesto per la maggioranza dei due rami del Parlamento ma forse neppure lontano.

Il Pd, e in generale tutto il centrosinistra, arranca toccando livelli al di sotto di ogni pur cattiva previsione. La favola renziana finisce qui. Per molti italiani, a giudicare dai risultati di questa tornata elettorale, una favola che è andata sempre più assomigliando ad un vero e proprio “noir” col finale drammatico.

Come possiamo analizzare l’esito del voto? Il risultato della Lega è più semplice da interpretare. Un partito forte nelle aree più produttive del paese, che si era radicato nel sogno autonomista dei “territori più ricchi”, è riuscito ad ampliare l’offerta sia in termini di contenuto sia in termini territoriali diventando sempre più un partito nazionale.

La spinta maggiore, oltre ai temi tipici del movimento leghista dei primi tempi verificati quotidianamente con le esperienze di buon governo sia a livello regionale che locale di Lombardia e Veneto, è stata la lotta alla immigrazione e a tutte le spiacevoli conseguenze che questa ha generato nel paese. Sfruttando in tal caso certe volte più il racconto in termini di immaginario collettivo che di situazioni reali. Ma certamente alcuni episodi accaduti negli ultimi mesi hanno fatto da catalizzatore e detonatore di una insoddisfazione che da tempo cova nel profondo vissuto degli italiani. Forse una migliore gestione dei flussi prima e dell’inserimento poi avrebbe in parte depotenziato questo contenzioso aperto fra la popolazione e le istituzioni su questo tema spinoso e di difficile soluzione.

Nel caso del voto al M5S l’analisi è più complessa. Perché più complesso è il substrato culturale e politico, finanche quello organizzativo, del movimento. Divaricato, nell’ultimo periodo, fra riti e credenze del movimento all’origine e le strategie comunicative e organizzative della fase più istituzionale con la scelta di Di Maio come candidato Presidente del Consiglio.

Il voto al M5s si può definire come “la tempesta perfetta”: cioè un evento imponente, che ribalta in ogni parte il sistema politico consolidato, che dipende dal verificarsi concomitante di più sub-eventi indipendenti. E gli elementi di rilievo sono tanti: dall’appannamento delle figura di leader di Renzi alla crisi bancaria e dalle modalità di risoluzione adottate dal Governo, dalle continue “questioni morali” che riguardano il sistema politico italiano che vanno dalla presenza di privilegi per chi svolge cariche nelle istituzioni pubbliche ai casi di corruzione e di malaffare legate in qualche modo alla politica, alla adesione a regole di comportamento che vengono dallo stare in Europa vissute dalla popolazione, spesso a torto ma non per questo meno mal sopportate, come una mancanza di libertà e di autonomia dell’Italia.

In sintesi un coacervo di temi che hanno allontanato la popolazione, fiaccata da una lunga crisi e in cerca a volte anche di recuperi “a costo zero”, dal sentire e dall’agire delle Istituzioni. Ma nella vittoria del M5s non c’è solo questo. C’è anche, ed è apparso chiaro nel voto imponente delle regioni del Sud, l’affidamento al movimento del superamento del tema legato alla mancanza di lavoro e quindi di reddito specie per i soggetti più giovani e per le famiglie più disagiate. Il M5s si è speso in maniera forte su un tema che ha una duplice evidenza: una di breve periodo legata al perdurare della crisi e una di lungo periodo legata alle modalità, per alcuni versi risparmiatrici di lavoro, dei nuovi trend dello sviluppo. La risposta è certamente discutibile: il reddito di cittadinanza. Ma il tema sollevato e a cui si è tentato di dare una risposta “qui ed ora” ha avuto un forte apprezzamento da parte della popolazione.

Il voto al PD e all’intero centrosinistra è stato strozzato da queste due forze in movimento. In una incapacità di presentare una proposta unitaria e plurale e nell’appannamento della proposta politica che è parsa disperdersi fra un racconto, quasi burocratico e rendicontativo, delle cose fatte dal Governo e un racconto di un futuro troppo simile al presente e con scarse ipotesi di cambiamento a breve.

Quasi che i miglioramenti segnalati dai dati Istat ma ancora scarsamente percepiti dalla popolazione, specie quella che sosta da anni nelle aree di maggiore crisi, fossero lustrini sollevati da un imbonitore di turno a cui non si attribuiva alcuna fiducia ne’ sullo stato reale attuale né sulla possibile e auspicabile evoluzione futura.

A questo punto è difficile ipotizzare quale potrà essere la soluzione, maggioranze per dare un  Governo al paese. Nei numeri c’è sicuramente il Governo della “protesta”: Lega e M5s come vettori di cambiamento sostanziale del paese. Sicuramente i due schieramenti sono vicini per alcuni elementi di contenuto (l’antieuropeismo, l’immigrazione, la lotta i privilegi della politica, etc) e li lega certamente un certo “mood antiestablishment”.

Ma il programma centrale del M5s sui temi del lavoro e della lotta alla povertà, pur se si fonda su alcuni slogan che potrebbero essere convergenti, mette in evidenza una diversa strategia di attacco. Con una redistribuzione delle risorse verso i giovani e i territori del Mezzogiorno per il M5s ed invece per lavoratori occupati e disoccupati e anziani del Centro-Nord per la Lega. Una contraddizione di non facile soluzione quando si passa dagli slogan alle azioni di Governo.

L’altra possibilità è un Governo di “sinistra” fra M5S e Pd (con LeU?). Le condizioni di un possibile avvicinamento sono legate ovviamente ad un passo indietro di Renzi e ad una gestione diversa del Pd e ad un attento controllo “europeista” delle proposte avanzate dal M5s in campagna elettorale. Sui contenuti potrebbe avere successo.

Il problema qui nasce dalla lettura “distorta”, da sistema maggioritario, dell’attuale sistema elettorale da parte del M5s. Un eventuale accordo fra una forza del 33% con una del 24/27% in un sistema di tipo proporzionale richiede una contrattazione del programma, dei ministri e financo della figura del Presidente del Consiglio che deve soddisfare i due schieramenti.

E qui si apre lo scoglio più duro. Uno dei due schieramenti si deve piegare non tanto sul programma (si chiama compromesso politico che è una cosa seria) quanto sulla lettura di una eventuale alleanza. Che, per come proposta dal M5s, appare più una capitolazione su programma, ministri e presidente del consiglio già deciso prima delle elezioni che un processo di accordo. Ritengo che su questa base sarà difficile per il PD sedersi ad un tavolo.

Non sembra, al momento, esserci altre possibilità: a meno di un creativo Governo del Presidente di cui è difficile però allo stato attuale delineare i contorni. Ci attende un futuro di grande interesse politico, se non fosse che l’Italia è costretta a fare le cose presto e bene. Attendiamo intanto le prime mosse del Presidente della Repubblica.

E ci affidiamo alla sua immensa pazienza e correttezza istituzionale.

 

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