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Il blog di Francesco Colonna
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Orlando, lotta alle diseguaglianze al centro Opinion leader

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Firenze – Domenica 30 aprile voterò alle primarie del partito democratico, e non solo perché iscritto e militante sin dalla sua fondazione.
Voterei anche se me ne fossi allontanato in dissenso con le scelte politiche di questi ultimi anni, perché comunque l’esito di queste primarie sarà cruciale per ridefinire le strategie e le alleanze in Parlamento e nel Paese, a partire dalla nuova legge elettorale.

Il Pd vive il momento più difficile dalla sua fondazione, basta poco perché si sgretoli. E insieme rischia di disperdersi l’eredità dei grandi partiti popolari del novecento e dei partiti laici (più piccoli ma non meno importanti), che hanno creato la repubblica e la costituzione. Un’eredità ancora viva e diffusa: è l’unico partito, ancora presente con i suoi circoli e militanti da Aosta a Racalmuto, nelle città e nei più piccoli paesini. Lo è, anche se molto ridimensionato, ma questo è un segno dei tempi, oltre che di scelte politiche e organizzative.
Voterò Andrea Orlando. Orlando è in questo momento l’unico candidato in grado di governare il partito in modo inclusivo e plurale, salvandolo dallo sgretolamento definitivo e restituendo la voglia dell’impegno politico ai tanti (troppi) che si sono allontanati, rifugiandosi nell’astensione o nel voto unicamente di protesta.

E’ Orlando l’unico candidato che persegue la strada di una alleanza la più larga possibile di centro sinistra -come sostenuto da Pisapia- esattamente l’opposto di quando sta accadendo a Palermo, dove un partito a maggioranza renziana ha deciso che il candidato sindaco Leoluca Orlando sia sostenuto da una lista unica Pd-Popolari di Alfano. Una lista senza simboli di partito, per scelta volutamente politica, perché Orlando sarebbe rieletto anche senza il soccorso di Alfano. Una prefigurazione del futuro Partito della Nazione.

Capisco le obiezioni di chi non ha apprezzato o ha avversato molti provvedimenti del governo Renzi, di cui Orlando faceva parte come ministro della Giustizia. Capisco perché anch’io sono tra questi.
Si tratta di leggi e provvedimenti –dalla scuola al lavoro ai vari bonus- che si sono rivelati in gran parte inefficaci e anche devastanti. Mi riferisco a esempio alla scuola e alle vicende sconcertanti del famoso concorso, presentato come “trionfo del merito contro le vecchie graduatorie”. In Toscana i candidati per l’infanzia e la primaria, da assumere il primo settembre 2016 (sì, 2016), ancora non conoscono i risultati degli scritti. Anzi, pare si siano perse le buste di abbinamento prove-candidati e sia stato chiesto a questi ultimi di riconoscere i loro compiti. E’ la dimostrazione che non si tratta solo di scelte politiche sbagliate, ma anche di incapacità di gestione e di controllo della macchina amministrativa.
Il 30 aprile però non si vota né sul governo Renzi né sui suoi provvedimenti. Quella fase si è chiusa –ingloriosamente- con i risultati del referendum del 4 dicembre. Ora è in gioco il futuro del partito democratico e la sua capacità di restituire passione politica e voglia di partecipazione a un popolo che in parte ha scelto l’astensione o il voto di protesta. Un popolo che chiede di partecipare fisicamente alle scelte piccole e grandi della politica, a partire dai circoli e dai luoghi di lavoro.

L’handicap più grande del governo è stato l’assenza dei circoli e dei militanti, sostituiti dal partito del presidente del consiglio e degli amministratori locali, con eventuali consultazioni via twitter, a imitazione dei clic grillini. E non è vero che non c’è voglia di partecipazione: basta frequentare qualcuno dei tanti comitati spontanei che nascono nei quartieri delle città e nei più sperduti paesini di campagna o le associazioni di promozione sociale e di volontariato sempre più numerose in tutto il Paese per rendersene conto.

Andrea Orlando ha preso l’impegno di dedicarsi esclusivamente al partito, evitando ogni forma di sovrapposizione con incarichi governativi. E’ una scelta fondamentale, sia perché partito e governo hanno in sé compiti diversi, sia perché in un sistema elettorale che si preannuncia su base proporzionale (sia pure con qualche forma di premio di governabilità) non è più automatica l’identità tra capo del partito di maggioranza e capo del governo. E non è neanche detto (ahimè!) che sia il Pd il primo partito. Che senso ha quindi rilanciare questo modello organizzativo?
Voterò per Orlando infine perché il suo programma è centrato sulla lotta alle diseguaglianze. Un tema questo che non riguarda solo l’Italia. L’Europa tutta è fragile perché crescono le divergenze economiche e culturali. Dalla crisi greca a quella dei migranti, ha rivelato le falle di una costruzione “incompiuta”, segnata da una strutturale indifferenza alle disuguaglianze e da un assetto asimmetrico che favorisce i forti e penalizza i deboli.
La lotta alle disuguaglianze riguarda tutto il Pd. Questa, oggi, è la funzione storica di un partito che voglia difendere e far avanzare la democrazia in Italia e in Europa.

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