Riflessioni sul film di Olmi: il card. Martini e la pastorale dell’interrogazione | StampToscana
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Riflessioni sul film di Olmi: il card. Martini e la pastorale dell’interrogazione Cinema, Opinion leader

cardinal martini

Firenze – Il Film-Documentario di Ermanno Olmi Vedete sono uno di voi è stato definito da alcuni critici come un “amaro ritratto sulla fine di un mondo”. Olmi, cioè, mette in scena la scomparsa di un mondo che è prima di tutto il suo mondo, quello della sua fede, dell’amore per la bellezza della natura, per il fruscio delle fronde di un albero o per un viale che corre ai bordi di un torrente o per la maestosità delle montagne (tanto amate da Carlo Maria Martini). Mette in scena la fine di questo mondo raccontando la vita di Carlo Maria Martini, – arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, – con cui si immedesima quasi come “specchio della sua anima”. E non è un caso che la voce narrante sia di Olmi stesso e che racconti in prima persona episodi e stati d’animo della vita di Martini con un personalissimo e singolare processo di identificazione reciproca.

È questo forse il tratto più affascinante del film-documentario, ad opera di un regista di lunga esperienza e professionalità che sa cogliere i sentimenti e l’inespresso attraverso la straordinaria forza del cinema. Non per nulla, infatti, il cinema viene considerato “settima arte” per la potenza espressiva, comunicativa e coinvolgente dei sentimenti e delle emozioni, che superano i limiti della ragione calcolante e rivelano aspetti della realtà che la fredda e astratta razionalità in quanto tale non coglie, non riesce a descrivere.

Mi sembra che in questa sua singolare e personalissima ricostruzione biografica, Olmi metta in scena l’intima e subdola dinamica tra l’inevitabile violenza della Storia e l’anelito di pace (e di dialogo) incessantemente proposto da Martini: la lotta di un uomo solo contro quei crescenti mali oscuri che corrodono il tessuto sociale, lasciando in sospeso un permanente interrogativo: che cosa ci rimane dell’impegno spirituale, culturale e sociale del Card. Martini? Anche perché dobbiamo – comunque – confrontarci con il silenzio di Dio: con il paradosso di una “presenza-assenza”, per quanto affascinante e inquietante.

Alla fine del documentario vi è anche un timido e quasi sfuggente accenno all’arretratezza e all’impreparazione da parte dell’ormai bimillenaria Istituzione Chiesa cattolica nel gestire le inedite sfide dell’incombente terzo millennio, di un’umanità che ha subito e sta subendo – attraverso il processo della crescente globalizzazione – un’irreversibile mutazione genetica: una società sempre più plurale, caratterizzata da una coesistenza, ma non ancora convivenza di una pluralità di etnie, culture e confessioni non convergenti.

Vedete sono uno di voi, nonostante i suoi pregi, non rende però conto della complessa e ricca statura spirituale e culturale di Carlo Maria Martini.

Martini inaugura e avvia un nuovo modo di concepire e vivere la funzione e il ruolo episcopale: un approccio più pastorale (preoccupato delle 99 pecorelle fuori dell’ovile) e meno episcopale, nel senso etimologico (sorvegliante) di rigido e intransigente garante di un’ortodossia che ha la presunzione del possesso della verità. La verità biblica, infatti, non è dell’ordine del possesso ma della “speranza da assumere”. Non possediamo la “verità”, ma siamo posseduti dalla verità, in funzione del senso, del significato e dell’orientamento da ricercare e proporre con tutti i suoi aspetti creativi, nel contesto della ricchezza e della pluralità delle diverse culture e confessioni religiose.

Sono molto significative in proposito due citazioni dell’inizio del suo episcopato, nel 1980 (all’origine della “scuola della parola” – dell’impostazione biblico-spirituale della sua pastorale – e della “cattedra dei non credenti”): “Il nostro sogno non sarà evasione irresponsabile né fuga dalle fatiche quotidiane, ma apertura di orizzonti, luogo di nuova creatività, fonte di accoglienza e di dialogo.” L’altra citazione è alla base dell’istituzione nel 1987 della Cattedra dei non credenti, anticipazione profetica, ben 25 anni prima, del “Cortile dei Gentili”, connotato invece da un linguaggio molto “autoreferenziale.  “L’ansia della vita non è la legge suprema, non è una condanna inevitabile. L’ansia della vita è vinta da un senso più profondo dell’essere dell’uomo, da un ritorno alle radici dell’esistenza. Questo senso dell’essere, questo ritorno alle radici, ci permettono di guardare con più fermezza e serenità ai gravissimi problemi che la difesa e la promozione della convivenza civile ci propongono ogni giorno”.

Iniziava così un lungo cammino di “pastorale dell’interrogazione” per dare la parola ai non credenti, offrendo loro la possibilità di rendere ragione delle proprie convinzioni, e favorendo nei credenti un atteggiamento di ascolto disponibile e pensoso. In questo modo, attraverso l’incontro con personaggi di spicco della cultura e del mondo scientifico, proponeva di esplorare, nei diversi contesti antropologici, culturali e sociali, il credere e il non credere in rapporto alla città, ai sentimenti, all’arte e alla letteratura, al dolore, al cosmo e alla storia. “Io ritengo – dice Martini – che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa”.

Un altro aspetto rilevante dell’impegno pastorale e culturale di Martini è stato il permanente dialogo con la cultura laica. Ad una domanda posta da Eugenio Scalfari, nel corso di un lungo dibattito sul rapporto tra religiosità e laicità, concernente l’immagine di Dio da proporre all’uomo contemporaneo, Martini significativamente e opportunamente rispondeva: “quell’immagine che ha sempre storicamente avuto e che non è né logora né inattuale; è anzi di grandissima modernità. Il divino si rivela nell’umiltà delle beatitudini: beati i poveri, beati i semplici, beati gli umili, beati i deboli e i sofferenti. Il divino ha anche il volto del santo di Assisi; il divino ci libera dall’ angoscia della morte, infonde gioia nella vita e ci dà la certezza dell’aldilà (un’ulteriorità sensata). Noi ripresentiamo la mitezza di Gesù di Nazareth non in termini trionfanti e schiaccianti (come le teocrazie medioevali). Gesù non schiaccia nessuno, anzi, si è fatto schiacciare per l’amore verso l’uomo”.

Padre Ennio Brovedani, S.J.

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