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Romano Bilenchi: nostalgia di una scrittura che trasmette onestà Opinion leader

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Firenze – Ci abbiamo provato in tanti a rimanere fedeli all’insegnamento di Romano Bilenchi. Per decenni il Nuovo Corriere quotidiano da lui diretto è stato il mito fondativo di un giornalismo colto, consapevole, critico e rigoroso senza pregiudizi né vanità individuali. Lui ne era ispiratore, formatore di menti e professionalità, con  qualcosa in più che non era per tutti ma che tutti cercavano di raggiungere: la scrittura popolare colta. “Un lavoro condotto con impegno e passione febbrili, e con un’accuratezza e parsimonia di mezzi tipiche dell’artigiano, consapevole che, anche nei lavori più ordinari, si può riconoscere la mano (e lo stile) dell’esecutore”, scrive Giuseppe Nicoletti. Anche nelle brevi di nera, anche nella didascalia di una fotografia.

Il direttore del giornale più famoso della sinistra toscana è stato scrittore, testimone e protagonista di una stagione piena di contraddizioni e drammi individuali e collettivi, ma è stato soprattutto uno dei rarissimi esempi di come si può tradurre l’alta qualità del pensiero, l’onestà intellettuale e il talento letterario in un artigianato solido e professionale quale dovrebbe essere il mestiere del giornalista.

Di “Bilenchi e Compagni” si torna a parlare grazie a un libro appena pubblicato da Passigli Editore. Si tratta di una raccolta di scritti di  Nicoletti, già ordinario di Letteratura italiana nell’Università di Firenze, autore di numerosi studi sull’ambiente letterario fiorentino a cavallo delle due guerre. Un libro che va oltre l’analisi critica delle opere dell’autore del Conservatorio di Santa Teresa e del Bottone di Stalingrado, per offrire al lettore una accurata ricostruzione del suo rapporto con i pittori conterranei: Ottone Rosai, Mino Maccari, Nino Tirinnanzi, Enzo Faraoni e Venturino Venturi. Si parla dunque dei compagni di militanza politica nel Partito Comunista ma anche dei sodali d’arte e vocazione, su molti dei quali Bilenchi ha scritto nel libro che ha avuto più fortuna proprio per i ritratti scolpiti nel suo stile vigoroso e severo, Amici.

Dello scrittore di Colle Val d’Elsa (1909 – 1989),  Nicoletti ci offre anche una gustosa testimonianza diretta favorita dalla circostanza che l’autore era un suo vicino nel palazzo di via Brunetto Latini a Firenze. Per incontrarlo gli bastava scendere le scale di un piano. Bilenchi – racconta nel pezzo che fu pubblicato  nel 1999 dal Corriere di Firenze – provvisto di una “avvincente e singolarissima capacità di raccontare”, in casa “teneva quotidianamente la sua cattedra, una cattedra privata e nient’affatto professorale, giacché il suo modo di porgere la parola era assolutamente naturale e paritario, e tuttavia l’autorevolezza di quella vivace e leggendaria oralità imponeva nell’interlocutore un’attenzione che è quella che si dovrebbe tenere durante una lezione”.

Difficile, per chi fa il mestiere del giornalista, separare il lavoro di scrittore da quello di direttore di giornale. Nell’analisi dei racconti c’è ad esempi0 una notazione sullo stile di Bilenchi che potrebbe essere riferita a uno dei criteri al quale un giornalista dovrebbe attenersi per verificare la riuscita di un pezzo: la musica.  “Ovviamente – scrive Nicoletti – per musica non intendiamo una incondita propensione alla musicalità del racconto, quanto invece  una vigile capacità di ordinare la narrazione secondo un ritmo interiore, vero e proprio significante perciò e, in quanto tale, segno rappresentativo di un moto profondo della personalità”. Un pezzo giornalistico – raccomandavano  una volta i maestri – deve possedere un suo ritmo interno che spinge il lettore a leggerti e per questo è opportuno che tu rilegga i tuoi articoli ad alta voce: solo così potrai capire se il lavoro è riuscito.

Dal punto di vista della poetica, i saggi delineano il carattere di “romanzo di formazione” che assume l’intero complesso delle opere di Bilenchi, con lo sguardo puntato sull’adolescenza, stagione nella quale molto si decide delle scelte e dunque del destino dell’individuo. Adolescenza del corpo e adolescenza della mente che lo scrittore visse nelle campagne senesi dalle quali quasi succhiò la sensibilità e i valori di una civiltà delle cui trasformazioni fu testimone e protagonista.

Nicoletti si pone in un’ottica da specialista per ordinare questi personaggi all’interno della storiografia artistica del Novecento. Tuttavia nei suoi scritti si percepisce un’adesione e un coinvolgimento che l’approccio scientifico professionale non riesce del tutto a celare. Si coglie soprattutto nella cura stilistica e nell’uso di una lingua italiana ricca e preziosa.

Così la lettura del libro diventa anche un viaggio in una lingua di cui purtroppo si sono perse ormai le tracce. Anche questo fa parte dell’eredità di Bilenchi.

 

Foto: Romano Bilenchi (Wikipedia)

 

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