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Il blog di Francesco Colonna
Europa

Virginia, a potato is a potato is a potato. Il tubero bipartisan Opinion leader

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Firenze – ‘ Virginia hot potato’ titola divertita la stampa inglese, mentre il nostro mondo della politica trova finalmente nel tubero un simbolo bipartisan contro le divisioni e il politicamente scorretto. Ma che non si possa più chiamare patata una patata è un ridicolo segno dei nostri tempi ipocriti resi insopportabili da un perbenismo di maniera pervasivo, contrario a ogni atto e parola che un birignao da educande non abbia prima sterilizzato e reso insipido, senza passione e senza sangue. Tempi tanto più insopportabili quando il primo a gridare scandalo è il comico creatore del vaffa nazionale, mentre un suo collega dalla battuta trita deborda da ogni teleschermo, Rai compresa, con turpiloqui apparentemente osé, in realtà sdoganati  ormai da anni, dunque privi di carica provocatoria e inoffensivi.

Bollente non saprei, la patata. Semmai del tipo gelido. Ma che la sindaca di Roma lo sia come politico e amministratore è ormai dato oggettivo, scientificamente provato dalla incredibile quantità di gaffes con cui ha colorito e screditato il suo primo anno di mandato. Un record impressionante di bugie e mezze verità, di detti e non detti, di dipendenze oscure e atti impuri, di amici degli amici e dimissioni, di frasi fatte e concretezze zero. Il cocktail micidiale che ha fatto di una patata anonima uno scintillante tubero a cinque stelle tenuto in vita dal guru genovese, respirazione bocca a bocca e ordini tassativi come da contratto. Ordini che lei peraltro ammette: ‘Mi ha detto Beppe…’, ‘Ho chiesto a Beppe…’, ‘ Ho la fiducia di Beppe…’. Ma si può?

Fino a ieri l’architetto Berdini era il suo assessore più accreditato, il gioiello di una giunta Brancaleone raccogliticcia. E proprio perché professionista stimato si è presto reso conto di quanto la sindaca sia sottodimensionata rispetto al ruolo. Dire chiaro e tondo che il re è nudo, che sotto il vestito niente, che la ragazza non ha i numeri per governare Roma Capitale è stato un gesto politicamente suicida e tuttavia onesto, a suo merito, dettato dall’imperativo civico insopprimibile di rivelare la scandalosa verità: ‘she is unfit to rule’. Non solo: Berdini ha osato confessare ciò che in Campidoglio pare fosse vox populi: la sindaca era l’amante di quel suo braccio destro al quale ha triplicato lo stipendio, mentre lui accendeva a favore di lei polizze assicurative danarose. Quindi elementi di pubblica rilevanza.

Amante o meno, da qui quel titolo giornalistico ‘Patata bollente’ per cui la consorteria dei politici si è subito sentita unanimemente offesa, presidenti delle Camere in testa, come non avessero ben altre patate da gestire. Il Vernacoliere, bibbia livornese del sessismo e gran galateo della battuta sguaiata, esce ogni mese con tuberi assai più incandescenti e dissacratori. E’ solo satira? O non anche un sano regredire a democratici valori primordiali per cui davvero uno vale uno e nessuno dei potenti ha scampo? Una patata bollente, messa in quanto tale alla berlina, ha semplicemente trovato nella metafora salace la sua esatta dimensione di tubero eletto sindaco, come quel celebre cavallo nominato senatore. Allude alla vita privata? Embè? E allora? Stando a quanto emerge, è un titolo che, sotto il profilo tecnico, sintetizza perfettamente una doppia notizia.

 Ma c’è di più. Chi è contro patata bollente è contro un imprescindibile prodotto dell’inconscio, dei labirinti neuronici dove si nascondono gli istinti che ci guidano e ai quali si rifà anche gran parte del nostro più profondo patrimonio culturale. Battutaccia, doppi sensi e turpiloquio erompono inarrestabili dall’anima, descrivono di noi l’aspetto forse più animale, e tuttavia hanno funzione liberatoria, ci aiutano a ridere di noi stessi, delle nostre ossessioni e tabù, hanno funzione civilizzatrice. Colgono, per di più, significati imprevisti delle cose, ci aiutano a scoprire territori sconosciuti, rompono le consuetudini e si tingono, perciò, di venature rivoluzionarie.

E se spesso hanno come soggetto il sesso è proprio perché il sesso è uno dei pilastri della condizione umana. Bon ton vorrebbe che se ne parlasse solo con sottofondo di violini amorosi tacendone gli aspetti meccanici e carnali. Ecco perché la morale perbenista condanna lo sberleffo e il galateo borghese censura il vero turpiloquio sfrattandolo dal linguaggio quotidiano. Quanto alla doppia etica 5 stelle è lesta a indignarsi solo se vittima del turpiloquio altrui.

Esattamente come per la pornografia, parolacce, doppi sensi e allusioni sono come leciti soltanto in aree protette: nei versi dell’Aretino, nei testi di Rabelais, al cinema, nelle sfuriate di Sgarbi o alla Zanzara.  non sono censurabili solo se rivolti all’uomo. Con una donna invece non si può. Proibito. Altrimenti scatta il riflesso condizionato, l’accusa di sessismo e la condanna del reprobo che ha osato. Mala tempora currunt se non si può più dire neppure patata a una patata. Benché, come Gertrude Stein scrisse della rosa, ‘a potato is a potato is a potato…’.

Il quotidiano Libero, veicolo della battutaccia in prima pagina, è quasi sempre indifendibile. Ma non in questo caso. Il direttore Vittorio Feltri ha fatto semplicemente il suo mestiere, è riuscito a far parlare di sé e probabilmente a incrementare le vendite. Però ha fatto anche un favore alla patata, fino a ieri sul banco degli imputati, oggi, grazie a quel titolo, oggetto di vasta quanto ipocrita solidarietà.

 

Foto: Virginia Raggi (Beppe Grillo)

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