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Il blog di Francesco Colonna
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Crisi della politica: le intuizioni profetiche di Enrico Berlinguer Politica

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Firenze – Enrico Berlinguer occupa una posizione di assoluto rilievo nella storia della sinistra italiana ed europea.  Ma esercitò una significativa forza d’attrazione – inedita  per un dirigente comunista –  anche  nel mondo  cattolico e nell’elettorato  moderato.

Il recente libro di  Susanna Cressati e  Simone Siliani  Enrico Berlinguer. Vita trascorsa vita vivente (Maschietto Editore 2016)   ne ripercorre  la vicenda umana, le idee, le opere, i progetti,  ma ha anche  l’obiettivo  di capire quanto  il pensiero e le scelte di Berlinguer  possano essere ancora di esempio e di stimolo  oggi per la politica.

Ne emerge un  ritratto  incisivo e appassionato del leader  che portò il Pci al picco massimo di consenso, senza far ricorso alla politica-immagine ma anzi contrapponendo alla personalizzazione della politica che è  divenuta un dato costante  negli  ultimi  decenni, la forza di proposte che riuscivano a coinvolgere, a parlare alla mente e al cuore della gente. Non a caso la sua relazione al Congresso del 1975 che lo elesse Segretario aveva come titolo  “Unità del popolo per salvare l’Italia” e questo uscire dal recinto ideologico per  parlare a tutto il popolo lasciò un segno duraturo.

 Il saggio di Susanna Cressati e Simone Siliani è arricchito da interviste a personalità della vita politica e culturale italiana, invitate dagli autori a misurarsi con le parole chiave lasciate in eredità da Berlinguer: la democrazia come valore universale, l’austerità come leva del cambiamento, la questione morale come priorità politica, la pace mondiale. E poi il rapporto con il mondo cattolico, l’Europa, i movimenti, l’ambiente, le nuove tecnologie. Non ultimo, il tema della felicità e dei diritti individuali.

Le parole di Berlinguer, riportate in ampli stralci, contengono intuizioni a volte profetiche, segnali, in certi casi anche contraddittori ma sempre lungimiranti e soprattutto testimoniano il forte impegno  per la costruzione di una società  più libera, più giusta. E la gente capì ed apprezzò questa tensione ideale.  Abbiamo rivolto alcune domande agli autori che ci hanno dato risposte a “quattro mani” in conformità alla redazione del loro saggio. 

Berlinguer uomo schivo, all’antitesi della politica –immagine. Eppure la sua leadership ebbe una forte presa tra la gente. Perché?
Sono in molti, ancora oggi, a sottolineare la serietà e la riservatezza, se non la vera e propria timidezza, che segnavano il carattere di Berlinguer uomo. Forse si ricorderà la famosa risposta a Giovanni Minoli, che chiedeva al segretario che cosa gli desse più fastidio sentir dire di sé: “Che sarei triste, perché non è vero” fu la sua risposta. Ma la gente, come lei dice, non si ferma alle apparenze e dell’uomo percepiva e apprezzava la sostanza: la passione incrollabile per la politica, la fedeltà alla propria scelta di campo e come ebbe a dichiarare “la fedeltà agli ideali della giovinezza”, l’onestà indiscussa. Berlinguer non era uno sprovveduto, sapeva usare i mass media, si preparava bene per le interviste, per le apparizioni pubbliche e in televisione. Maurizio Maggiani, nel nostro libro, lo ha paragonato a Giuseppe Garibaldi, un uomo – dissero di lui – che il popolo onora perché “è ciò che dice, dice ciò che fa, fa ciò che è”.

 “Unità del popolo per salvare l’Italia” . Qualcosa di più ampio del compromesso storico?
Le scelte politiche di Berlinguer (ma non solo le sue) hanno sempre avuto radici profonde, non erano tweet improvvisati sull’onda di un evento o di una emozione. E così il compromesso storico nacque da una complessa elaborazione di fattori internazionali e nazionali. Bisogna tenere comunque conto che il tema dell’unità delle grandi componenti popolari ha sempre avuto, nello sviluppo della lotta politica del Pci, una posizione dominante. Per questo sarebbe un errore ridurre quella stagione politica al tentativo di un accordo per il governo del paese fra le segreterie dei due maggiori politici italiani: per Berlinguer si trattava piuttosto di riconoscere e trovare i punti di convergenza nella cultura politica e negli obiettivi di rinnovamento del paese fra le grandi tradizioni e culture politiche italiane, quella cristiano democratica e quella social-comunista. Che erano profondamente innervate nelle masse popolari italiane.

Il balzo elettorale del PCI degli anni 75-76 fu il frutto di sue aperture oltre le barriere ideologiche?
Fu il frutto di una lunga battaglia per proporre agli elettori il Partito comunista come un partito che aveva scelto senza esitazioni e senza equivoci, si direbbe ora senza se e senza ma, la democrazia come valore universale e che interpretava quella voglia di cambiamento che attraversava e accomunava componenti ideali e ceti sociali diversi. Tutto questo mentre la forza politica dominante, la Dc si rivelava sempre più subalterna sul piano internazionale e sempre più incapace (per usare un eufemismo) sul piano interno a guidare uno sviluppo equo e di qualità del paese.

L’Austerità invocata da Berlinguer per superare la crisi fu criticata – si era in epoca reaganiana, con crescita della domanda e dell’inflazione – come un atteggiamento rinunciatario nei confronti dello sviluppo.
Era invece ben altra cosa, anche una occasione per ripensare gli stili di vita nell’ottica di uno sviluppo sostenibile. Non si trattava di rinunciare allo sviluppo, bensì di domandarsi quale tipo di sviluppo era possibile e sostenibile per il paese in un mondo di risorse naturali limitate. Così l’attenzione di Berlinguer si spostava dal “quanto”, al “cosa” e al “come” produrre e agli impatti sull’ambiente e ai modelli di consumo. Ricordiamo un episodio. Berlinguer ebbe solo un colloquio con il più grande e potente industriale italiano dell’epoca, Gianni Agnelli. Al patron della Fiat che gli chiedeva un parere sull’auto, Berlinguer rispose con un discorso che metteva in primo piano lo sviluppo del trasporto pubblico. Al che Agnelli commentò con i suoi collaboratori che questo comunista era proprio fuori dal mondo. Adesso nessuno direbbe una cosa del genere. Sull’austerità, come sulla questione morale, pochi lo compresero, molti ne approfittarono per rivolgere al segretario del Pci critiche strumentali. Comunque la forza della sua intuizione resta ancora vivissima.

Un nuovo rapporto con il mondo cattolico: quale fu l’importanza del carteggio Bettazzi-Berlinguer?
Lo scambio di lettere tra il vescovo di Ivrea e il segretario del Pci (ricordiamo che si svolse tra il 1976 e il 1977) rappresenta forse uno dei momenti più intensi ed alti del rapporto tra il Partito comunista e il mondo cattolico. La lettera di Bettazzi arriva nel momento in cui il Pci ha riportato alle elezioni un forte avanzamento, con l’elezione di un drappello di personalità di dichiarata derivazione cristiana che poi formarono i gruppi parlamentari di Sinistra Indipendente. Il vescovo pungola Berlinguer a provare la sincerità dell’impegno veramente democratico dei comunisti italiani. La risposta di Berlinguer è tutta centrata sul tema della laicità, rivendica l’impegno a far vivere in Italia un partito laico e democratico “come tale non teista, non ateista e non antiteista”. Lega in modo inscindibile il carattere democratico dello Stato italiano alla sua laicità e infine richiede che le diverse ispirazioni ideali e culturali cerchino un reciproco arricchimento, terreni comuni di lavoro per il risanamento della società e dello stato. Francamente non sapremmo pensare a un discorso più attuale di così.

Negli anni 70 si trovò a fare i conti con le critiche dei movimenti alla sinistra del PCI.
Nei confronti dei “movimenti” le posizioni di Berlinguer si sono evolute nel tempo. La sua grande attenzione nei confronti dei giovani, del loro spirito di ribellione, che apprezzava, e delle loro esigenze, gli fece ad esempio modificare fortemente le proprie posizioni. E più tardi fu proprio Berlinguer a cogliere (siamo ormai negli anni ’80) la forza “rivoluzionaria” del movimento delle donne, dell’ambientalismo, del pacifismo, aprendo le proprie riflessioni e il proprio ascolto a queste realtà. Attraverso questo ascolto e questa riflessione passava, a suo giudizio, il necessario rinnovamento della politica e del partito.

Fu coraggiosa o timida la sua presa di distanza dall’Unione sovietica?
Come abbiamo scritto nel libro, utilizzando un ossimoro, una contraddizione in termini, fu un “lento strappo”. Ne abbiamo parlato con Wlodek Godlkorn e con altri esponenti politici, ognuno dei quali ha sottolineato volta a volta il valore di una presa di distanza certamente complessa ma inequivocabile guidata da Berlinguer o la lentezza di questo processo. Certo in Berlinguer era acutamente presente questa necessità, ma insieme anche la difficoltà storica, oggettiva che il partito doveva gestire. E soprattutto il senso di responsabilità di Berlinguer di portare un terzo del paese che votava Pci verso posizioni per certi aspetti quasi liberal-democratiche e, comunque, lontane dall’ideologismo comunista, senza mai rinunciare né alle proprie radici ideali, né al progetto di una transizione verso una società più giusta innestandovi “elementi di socialismo”, né infine alla propria identità.

Quali le sue intuizioni più “profetiche”?
Profeta non è un indovino o colui che predice il futuro, ma colui che nei segni che osserva nel mondo intuisce la direzione del cambiamento, nel bene e nel male. Vogliamo ricordarne una di queste profezie, sfoderata da Berlinguer nel corso dell’intervista che concesse nel 1984 a Ferdinando Adornato sulle nuove tecnologie. “Sul sole dell’avvenire – disse – oggi discutono più gli scienziati che i comunisti. Infatti uno degli orizzonti più ricchi che si può aprire per l’uomo nasce proprio dalla possibilità di una piena utilizzazione dell’energia solare. Ecco un modo scientifico di rifarsi ancora all’idea del ‘sol dell’avvenir’!” . Una risposta davvero sorprendente e geniale.

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