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Sanità, dalla Leopolda l’allarme, nel 2020 spesa sotto i minimi storici Breaking news, STAMP - Salute

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Firenze - Da qui al 2020 la spesa sanitaria italiana scenderà sotto i livelli considerati essenziali per i paesi industrializzati. Mentre l’inestricabile frammentazione in 21 sistemi regionali sta portandoci diritti al caos. L’allarme arriva da Firenze, al secondo Forum della sostenibilità e opportunità nel settore salute che si sta svolgendo alla stazione Leopolda (29-20 settembre). Una maratona di due giorni con oltre 40 eventi, 2000 ospiti, 600 relatori, numerose aziende presenti. Focus: il futuro e l’innovazione destinata a modificare gli attuali asset del settore.

 L’esordio dei lavori avviene con il dibattito su un tema caldissimo: la governance del sistema sanitario fra Stato e Regioni. Il file rouge è il secondo Rapporto sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale condotto dal Gimbe, la Fondazione nata con lo scopo di promuovere formazione e ricerca in questo settore.

“Dopo la vittoria del no al referendum costituzionale è indispensabile ripensare il modo di restituire allo Stato più capacità di indirizzo e verifica sui sistemi sanitari regionali” dice Nino Cartabellotta, presidente Gimbe. La sanità italiana muove cifre impressionanti. Nel 2016 si tratta di circa 150 miliardi complessivi, il 75% dei quali di provenienza pubblica, e oltre 37 miliardi direttamente dalle tasche dei cittadini. Voce, quest’ultima in netto aumento negli ultimi anni. Al contrario della curva degli investimenti pubblici che invece si va sempre più appiattendo. Su questi importi è intervenuta a giugno la scure del ministero delle Finanze per rideterminare (nel Def) gli investimenti per gli anni a venire. Risultato: nel prossimo triennio 2018-2020 la spesa in termini reali si ridurrà dall’attuale 6,5% al 6,3% del Pil, ovvero sotto la media indicata come irrinunciabile dall’Ocse (6,5%). In più, quanto a incremento di investimenti pubblici nella sanità, dal 2009 al 2015, in Europa hanno fatto peggio di noi solo Spagna, Portogallo e Grecia.

 In questo contesto di contrazione della spesa potrebbe sembrare quasi una beffa la revisione “al rialzo” dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) annunciata a marzo di quest’anno dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin. “E’ un paniere fra i più ricchi d’Europa, a fronte di risorse sempre più scarse” commenta Cartabellotta. Quasi un libro dei sogni, una lista dorata di prestazioni che non potranno mai essere garantite in realtà.

 “Il gruppo delle Regioni che non rispettano i Lea è sempre più numeroso – dice Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale dei diritti del malato – e ciononostante vengono richieste contributi Irpef elevatissimi”. La confusione fra i cittadini sul proprio (costituzionale) diritto alla salute è veramente alle stelle. “Manca completamente la comunicazione con la gente – rinforza Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo – noi raccogliamo le reazioni dei cittadini quasi in tempo reale. Perché quello che mi spettava prima ora non mi spetta più? Ci chiedono frastornati”.

 Ma il sistema “universalistico” in Italia è ancora concretamente sostenibile? L’accordo è unanime. La riforma costituzionale del 2001 non funziona più sulla Sanità e le asimmetrie, i conflitti, le incertezze sul territorio sono insostenibili. Una governance unitaria non esiste. La progressiva contrazione delle risorse ha fatto sì che ogni Regione ha riorganizzato come poteva il proprio sistema chiudendo presidi, togliendo servizi, per presentare bilanci in ordine. E il meccanismo non ha funzionato. Lo dimostra un indicatore fra tutti: la mobilità sanitaria fra le Regioni, che vale qualcosa come 4 miliardi di euro. L’Italia è tagliata in due. Quattro attrattori d’eccellenza: Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, dove ci si va a curare. E al sud soprattutto, tanti luoghi da cui è meglio “emigrare”.

 “Lo Stato potrebbe rendere omogeneo il sistema usando bene la leva economica, finanziando le singole prestazioni e non, a pioggia, le Regioni” sostiene Gabriele Pellissero, presidente nazionale dell’Aiop, l’ospedalità privata. Così il denaro pubblico arriverebbe diritto al cittadino. Detto così sembra facile, ma come sempre l’architettura istituzionale italiana è troppo bizantina. “Non è lo Stato che stabilisce i criteri di riparto, ma la conferenza Stato – Regioni, con queste ultime in posizione dominante sullo Stato” dice Luigi D’Ambrosio Lettieri, membro della Commissione igiene e sanità del Senato. Traduzione: non saranno certo le Regioni a togliersi fondi, per legarli all’efficienza operativa. E lo Stato resterà a guardare.

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