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Pasquale Abatangelo, “Correvo pensando ad Anna”, una voce dagli anni di piombo Breaking news, Opinion leader, Società

pasquale abatangelo oreste scalzone

Firenze – Un racconto in prima persona, uno spaccato della nostra storia recente con cui ancora nessuno ha fatto veramente i conti. Il libro pubblicato dalla piccola, storica e coraggiosa casa editrice fiorentina Dea, “Correvo pensando ad Anna”, è una sorta di rottura del velo. Un velo che ancora oggi pesa su quella stagione che va dagli anni settanta fino ai primi anni ottanta, in cui l’Italia dovette fare i conti con una “insurrezione armata”. Sì, perché la serie di attentati, azioni, sequestri, rivolte che in quei dieci anni accaddero a tambur battente nelle strade e nelle piazze italiane, furono veri e propri episodi di guerriglia urbana. Protagonista un’intera generazione che aveva deciso di cambiare con le armi in pugno la storia dell’Italia e forse dell’Occidente. Con questo libro, come dice l’editrice Silvana Grippi, si dà l’opportunità ai protagonisti di quella stagione di parlare, di raccontarsi e raccontare. Perché una delle domande più insistenti per chi venne dopo, per chi in parte assistette, per molti che avevano preceduto quella generazione, fu e rimane: perché? Quali potevano essere le motivazioni per le quali si ammazzò, si fu ammazzati, si spese la vita nelle prigioni speciali?

Uno straordinario documento storico dunque, quello che ci troviamo davanti, non tanto per le risposte che dà, anche se paradossalmente non vuole darne; ma anche qualcosa di più. Perché, come sta scritto nel sottotitolo, “una storia degli anni Settanta”, si compie, grazie alla non comune capacità dell’autore, Pasquale Abatangelo, un’operazione che dà la misura di cos’era la società italiana dell’epoca, di quali contraddizioni vi s’agitassero, dell’atmosfera e delle circostanze sociali in cui maturarono le scelte compiute da tantissimi ragazzi e ragazze dell’epoca, e che coinvolsero anche una parte affatto irrisoria della società civile. Tutto appreso direttamente da un testimone importante di quelle vicende, che accompagna, in una disanima che diventa in qualche modo “tipica”, il lettore nelle pieghe di uno scontro che, mentre è già storia, dà anche la misura di quanto sia necessario farci i conti. Perché, come dice l’autore nella straordinaria pagina finale, finché la società non avrà cancellato l’ingiustizia sociale, è sempre a rischio che quelle vicende rinascano, magari in altra forma e con “codici” diversi.

Abbiamo raggiunto l’autore del libro, Pasquale Abatangelo, con la curiosità di capire e di tornare a rivisitare quella temperie umana, politica e sociale per cui la scelta della lotta armata divenne per molti non solo un’opzione possibile, ma, per certi versi, “obbligata”.

Pasquale Abatangelo, nato a Firenze nel 1949, è l’ultimo figlio di una famiglia di origini meridionali. Nei primi anni 70, dopo varie esperienze di strada che lo portano a misurarsi con un carcere ancora non toccato da nessuna riforma, parteicpa attivamente alle rivolte carcerarie dei prigionieri che richiedono il rispetto delle più elemntari norme di detenzione “civile”, oltre, una volta libero, alle manifestazioni della sinistra “rivoluzionaria”. Il 29 ottobre del 1974 viene arrestato a Firenze nel corso di un “esproprio proletario” dei NAP alla Cassa di Risparmio di piazza Alberti. Nel corso della rapina muoiono Luca Mantini e Sergio Romeo nel corso di un conflitto a fuoco con i carabinieri in cui lo stesso Abatangelo rimane gravemente ferito. Di nuovo in carcere, partecipa alle rivolte nelle carceri speciali dell’Asinara nel 1979 e nel 1980. E’ nella lista dei trecidi detenuti politici di cui le Brigate Rosse chiedono la liberazione, in cambio del rilasciio del presidente della Dc Aldo Moro. Ha scontato venti anni di detenzione, sei anni di semilibertà, 4 anni di libertà vigilata. Non si è mai pentito o dissociato.

Come si passa dalla ribellione individuale a una dimensione corale e collettiva, in particolare per quelle persone che, come lei stesso ha spiegato, facevano parte del “proletariato extra-legale”, vale a dire del gruppo di “consumatori senza stipendio”?

“Intanto, bisogna rivisitare la parola “politica”. Mentre oggi si tratta più o meno di una modalità per “far carriera”, di un’occupazione “lavorativa”, allora si integrava con il concetto di missione e dunque di sacrificio. Il vero movente di quegli anni era la rabbia, che diventava non solo ribellione individuale ma appunto presa di coscienza “politica”, intesa come la speranza di arrivare a cambiare il sistema. In soldoni, il concetto che passava era: la mia vita, quella di proletario o meglio sottoproletario, messo ai margini della società, era passibile di cambiamento solo se è il sistema a cambiare. Una presa di coscienza sofferta, che, almeno nel mio caso ma anche in quello di moltissimi altri, passa dal carcere”.

Il suo libro analizza molto bene, sulla scorta della sua esperienza individuale, il momento del “passaggio”, da un “io” ribelle contro tutti a un “noi” che si solidifica con l’esperienza: dal carcere per una rissa in giovanissima età, alle scelte della “guerriglia urbana”. Ma era solo un fenomeno italiano?

“No. Sebbene il libro registri in buona parte, soprattutto nei primi capitoli, la maturazione esistenziale del mio caso personale, passando attraverso l’infanzia da “profugo” (la famiglia di Abatangelo appartiene a quei “greci” che vennero rimpatriati forzatamente nel dopoguerra dalla Grecia dei Colonnelli, costetti a lasciare tutti i loro averi nella terra dove avevano vissuto spesso per due generazioni, portati in Italia con barconi scoperti e sbarcati nella nuova patria completamente “nudi e crudi”, smistati in strutture di accoglienza che spesso erano vecchie caserme, lasciati lì per mesi e infine, è questo il caso di Firenze, alloggiati in nuovi e finalmente decenti caseggiati popolari, n.d.r.) all’esperienza “educativa” di Montedomini, e infine, quasi per un tracciato prestabilito, a quella delle Murate, la temperie che permise una presa di coscienza collettiva era europea”.

Quando avviene il “salto” di qualità?

“Come si legge nel libro, è il carcere l’ambiente in cui matura una nuova presa di coscienza, quella per cui i tuoi guai non sono solo tuoi, ma di una serie allargata di soggetti che in comune hanno dei grossi problemi da risolvere. Certo, in carcere, e si sta parlando di carceri, all’inizio degli anni Settanta, in cui esistevano ancora cose come i letti di contenzione, i pestaggi, dove si stava 23 ore al giorno in cella, in cui la differenza fra il fuori e il dentro era come fra modernità e medioevo. Ma in quei tempi qualcosa cambiava, ed era la composizione sociale dei prigionieri: proletariato metropolitano e studenti politicizzati, finiti in carcere magari per una manifestazione antifascista cominciarono a mescolarsi prendendo ciascuno un po’ dall’altro. Un interscambio che diventava anche più forte, se non obbligato, dal fatto che “dentro” i problemi erano uguali per tutti. Inoltre, Firenze era anche un caso particolare: la città piccola consentiva più o meno di conoscere tutti, così finiva che gente che vedevi “fuori” la ritrovavi nella stessa cella, “dentro””.

libro abatangeloFra i “cardini” che hanno comunque regolato la sua esistenza, oltre la politica c’è la famiglia. Quanto è stata importante per lei?

“Risulta evidente dal titolo del libro, che ho scelto fra una “rosa” di ipotesi. “Correndo pensavo ad Anna” è in un certo senso l’omaggio ai due amori della mia vita, Anna e la politica. La sposai per un’impuntatura di mia madre, che volle che avessimo l’anello al dito prima che facessimo il nostro ingresso nella casa, debitamente aggiustata, in cui avevamo vissuto dopo l’assegnazione delle abitazioni, lasciato il centro profughi. Ma non fu quello il passo importante perché io e Anna decidemmo di stare insieme in quanto lo volevamo, al di là di cerimonie e formalità. Per tutta la mia vita il suo supporto, il suo ruolo (Anna stessa divenne un punto di riferimento per il gruppo di famigliari dei carcerati politici che si unirono per far conoscere all’esterno le condizioni di vita delle carceri italiane e per sostenere le rivendicazioni dei loro cari,) non sono mai venuti meno. Avevamo deciso di condividere la nostra vita e così è stato. Era importante poter pensare a lei e ai nostri figli. Un’altro ruolo sostanziale lo ha rivestito la mia famiglia d’origine, mia madre, che pur restata vedova quasi subito dopo esser giunta in Italia fu sempre un appoggio e una colonna affettiva importante. Mio fratello, Nicola, che condivise con me la scelta “politica” e di lotta. Insomma la vita delle relazioni personali era intensa e forte anche durante gli anni del carcere e dell’impegno. La vita famigliare in senso stretto poi si congiungeva con quella “collettiva”, con i nostri gruppi, con gli amici”.

Un dato molto importante è senz’altro quello, molto presente nel libro, del rifiuto della “criminalità organizzata”.

“In carcere era una presenza che non si poteva ignorare. Ma per quanto ne vedessimo la forza e il relativo “benessere” che appartenere alla cerchia portava, il nostro rifiuto fu sempre deciso, controbilanciato dalla coscienza che noi eravamo diversi, volevamo cambiare le cose, in modo sostanziale. Era proprio il punto da cui si partiva e quello in cui si voleva arrivare che cambiava la propsettiva: gli uomini sono tutti uguali, si può essere felici solo se tutti sono felici. Non si puntava a sostituirci ai ricchi per fare a nostra volta i ricchi. Non si voleva prendere una sorta di violenta “scorciatoia” sociale. Era proprio l’idea di trasformare la società quello che ci teneva alla larga da connivenze con la malavita organizzata”.

A questo punto, pagato il suo debito con la giustizia, come vive la società odierna, in cui si allargano sempre più le diseguaglianze, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più alla miseria, in cui il lavoro stesso diventa quasi un privilegio, da “comprarsi” tramite un abbassamento sempre più evidente delle tutele?

“Devo dire che mi sento spesso un alieno. Conclusa la nostra esperienza con dieci anni di ritardo, il che significa che avremmo dovuto giungere all’analisi della “sconfitta” dieci anni prima di quanto vi si giunse, posso solo dire che i tempi “nuovi” che stiamo vivendo hanno sbriciolato i riferimenti sociali che avevamo. Ma se le cose sono cambiate, non è cambiata la molla originaria di ogni tentativo di sovversione del sistema, vale a dire la presenza di un’immensa riserva di gente che viene respinta ai margini della società. Il problema, come si dice in un capitolo del libro, è che sono cambiati i riferimenti culturali e ci si aggrappa, nel vuoto, a codici diversi, religiosi ad esempio, come dimostra l’Isis. Del resto, è quasi banale dirlo: alla base di qualsiasi tentativo di ribaltamento c’è l’ingiustizia sociale, c’è gente che non ne può più”.

Cosa pensa del futuro?

“Si sta ribaltando tutto: la globalizzazione, che è quella già avvenuta del capitale, investe le masse internazionali trasformandole in forza lavoro alla mercè del capitale stesso. Non si tratta più solo di una lotta contro il comunismo, o contro il liberismo, si sta andando contro le basi stesse della civiltà occidentale”.

Il libro di Pasquale Abatangelo, “Correvo pensando ad Anna”, Dea, verrà presentato domani mercoledì 10 maggio presso la libreria Nardini Bookstore, via delle Vecchie Carceri, alle Murate alle 17, 30. Saranno presenti l’autore e il fratello, Nicola Abatangelo. Presentano Ennio Bazzoni, Associazione Firenze Radicale e l’editore, la giornalista Silvana Grippi. Il libro è reperibile in libreria da Feltrinelli e presso la Deapress, via degli Alfani 34 rosso Firenze, http://www.deapress.com/, redazione@deapress.com, anche on line.

foto Deapress: Pasquale Abatangelo e Oreste Scalzone in un incontro a Firenze

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