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Giovanna Dolcetti: il dono profondo della femminilità compiuta Opinion leader, Società

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Firenze – “Che meraviglia insegnare a star bene”: parole che Giovanna Dolcetti ha scritto due anni fa raccontando semplicemente, senza enfasi o nostalgia, le tappe principali della sua vita. Insegnava il metodo Feldenkrais e quel motto identifica pienamente il suo approccio in tutte le attività svolte nel corso dell’esistenza.

Mercoledì scorso,  20 dicembre, Giovanna è stata vinta da un male fulminante ed è morta nella sua casa di via Rimaggina all’Antella, lasciando le quattro figlie e i cinque nipoti, quattro anni dopo la scomparsa del marito Francesco Papafava, editore e pubblicista, una delle figure più interessanti del  mondo culturale di Firenze a cavallo del secolo.

Anche la sua compagna è stata una personalità di rilievo per il nostro territorio. Per vent’anni assessore alla Cultura (dal 1980 a fine 1999, tre legislature a Impruneta e una a Bagno a Ripoli), sempre con nuovi e più impegnativi incarichi, Giovanna ha lasciato in tante iniziative l’impronta della sua personalità.

Così come precedentemente si era impegnata nella difesa dei diritti delle donne e nei valori del femminismo fra le appassionate promotrici  della Libreria delle donne, il primo centro di incontro e di discussione, nel quale si sono formate tante donne impegnate oggi nella lotta contro la violenza di genere.

Giovanna era nata a Venezia, alle Zattere,  cresciuta sul Canal Grande. “Padre e madre – scrive ancora nella breve nota sulla sua vita – venivano da famiglie nelle quali il lavoro, la “ditta” (di trasporti: quella di mio padre andava per il Mediterraneo con navi sue a vela e poi con piccole petroliere; quella della mamma per mare, terra e aereo in tutta Europa e più tardi America) avevano autorità e un posto di rilevo, anche in casa”.

Studi in filosofia, interrotti con il matrimonio e la nascita delle figlie. Seguendo l’attività editoriale del marito, ha vissuto negli anni ’50 a Milano prima di stabilirsi, nel 1966, nella campagna fiorentina, a San Gersolè dell’Impruneta e poi all’Antella.  Il capoluogo lombardo è stato importante per la sua formazione: “La vivacità della città, la varietà di interessi dei suoi abitanti – scrive ancora –  mi hanno avviato decisamente verso la strada che mio padre, senza parlare, mi aveva indicato: quella della laicità” .

Dopo aver ottenuto  il diploma d’insegnante del Feldenkrais, un metodo di auto-educazione attraverso il movimento, nell’ultima parte della sua vita si è dedicata all’insegnamento e all’Associazione nazionale della quale è stata per sei anni presidente occupandosi in quella veste ”strenuamente“ del “riconoscimento” delle professioni non ordinistiche.

Nello stesso tempo curava la sua piccola azienda agricola: “Tra olivi, moltissimi cipressi abitati da scoiattoli e un boschetto che ho piantato dove si nascondono e si mostrano i caprioli, sono diventata imprenditrice agricola professionale”.

Negli ultimi anni Giovanna lavorava a ordinare la grande quantità di documenti e materiale archivistico lasciato dal marito, una parte del quale ha pubblicato nel libro “Francesco Papafava, Scritti e Interviste 2000-2013” da lei curato e pubblicato quest’anno con le Edizioni Una Città.

Ma il messaggio che resta nel cuore di tutti coloro che l’hanno conosciuta sta in quella frase, ”la meraviglia dell’insegnare a star bene”. La meraviglia che coglie il significato dell’esistenza se produce uno scambio di affetto e comprensione.  Il dono profondo della femminilità compiuta.

 

Foto: Giovanna Dolcetti

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