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Progetto Surprise: si può metter d’accordo controllo e privacy? Società

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Il matrimonio tra controllo e privacy non è d'amore; è piuttosto morganatico, in cui l'interesse dell'uno ha trovato pieno e facile appagamento nelle risorse tutelate dall'altra. È tuttavia di quei matrimoni che, volente o nolente, s'ha da fare e, ormai in tempi passati, s'è fatto. Poco importa che sia un'unione basata sul tacito litigio e la naturale opposizione in nuce; l'unione regge e anzi, niente pare riuscire a separare i due che contano figli nell'ordine dei miliardi. Nessuno resta fuori; la violazione della legislazione sul trattamento dei dati personali in virtù di esigenze di sicurezza e controllo è il virus del millennio e recenti scandali planetari hanno dimostrato che, quanto ad anticorpi, siamo all'anno zero. È la prevenzione l'unica strada percorribile? Impossibile. Chiedere di rinunciare alla rete equivarrebbe a rivalutare il cavallo come mezzo di trasporto. Cosa fare allora? Prima di tutto, sondare il livello di consapevolezza della propria esposizione, valutare poi il livello di sicurezza percepito "in famiglia" e infine mettersi a lavoro per buttar giù un'idea di soluzione possibile per liberarsi della morsa di Scilla e Cariddi.

Ė quanto si propone il progetto Surprise (Surveillance, Privacy, Security), cofinanziato dal Settimo Programma Quadro dell'UE, che vede coinvolti nove paesi del vecchio continente in un'attività di ricerca finalizzata a chiarire la relazione tra sorveglianza, sicurezza e privacy dal punto di vista dei cittadini europei. Avviato nel febbraio 2012, il progetto è ad oggi al momento clou, quello della raccolta di opinioni (di seguito, "evento") di un campione di circa 2000 cittadini (250 per ciascun paese partner) chiamati a dare la propria opinione sui temi caldi che di Surprise creano l'acronimo. Partecipano al progetto l'Italia, con il Dipartimento di Legge dell'Istituto Universitario Europeo di Firenze sotto la guida del professor Martin Scheinin, Danimarca, Austria, Spagna, Ungheria, Norvegia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania. Gli eventi, non sincroni, si protrarranno fino alla fine di marzo e, una volta elaborati i risultati, i partner comunicheranno le opinioni scaturite a politici e amministratori europei "con l'obiettivo di stimolare un dibattito equilibrato" volto a livellare le dicotomie più evidenti. L'evento partecipativo italiano, di cui sono responsabili le ricercatrici Melissa Zorzi e Maria Grazia Porcedda (coautrice, quest'ultima, delle pubblicazioni scientifiche del progetto Surprise) si terrà il prossimo 8 febbraio al Palazzo degli Affari di Firenze. Ne abbiamo parlato con la dott.ssa Zorzi.

Il Progetto Surprise, avviato due anni fa, si avvicina al momento più importante, la consultazione del campione di 250 cittadini della provincia di Firenze. Come si è arrivati all'evento?

Nei primi anni c’è stata una preparazione scientifica, i team di ricerca dei vari partners hanno effettuato tutte le ricerche propedeutiche all’evento, che è il vero cuore del progetto, perché è il momento in cui tutta la parte testata precedentemente sarà provata con la raccolta delle opinioni dei cittadini. Gli eventi, infatti, in modo quasi uguale e secondo una metodologia comune, si svolgono in tutti i paesi partecipanti anche se non in contemporanea, tra gennaio e marzo 2014. Ogni settimana vi sarà un evento. I primi sono stati i danesi il 18 gennaio scorso. Sabato prossimo toccherà all’Ungheria, seguiranno poi i norvegesi, gli spagnoli, gli austriaci. Sarà poi la volta della Germania e dell'Italia. Chiuderanno, entro la fine di marzo, Gran Bretagna e Svizzera, che effettuerà il test in tutti e tre i gruppi linguistici. L’ultimo evento si terrà a Lugano. Si passerà poi alla fase di elaborazione dei risultati degli eventi e la disseminazione dei risultati stessi, che saranno trasmessi ai politici europei e nazionali, in modo che possano tenere conto dell’opinione dei cittadini nelle prossime decisioni politiche. Per questo è importante che il progetto sia esteso a più paesi, in modo da poter presentare una corposa mole di dati, che possa effettivamente influenzare le decisioni future.
Dall'inizio del progetto ad oggi abbiamo effettuato ricerche sul background di ciascun paese, sullo stato di avanzamento delle tecnologie, delle politiche della sicurezza e sulla legislazione in materia di protezione dei dati personali.

Dunque finora non c'è stato alcun contatto con i cittadini interessati?

Esatto. L’evento vero deve ancora arrivare. Abbiamo nel frattempo elaborato il questionario, che l'8 febbraio sarà proiettato su un megaschermo. Si tratta di un centinaio di domande a risposta immediata. Alcune, più generiche, relative alla percezione generale che il cittadino ha della propria sicurezza e della propria privacy, altre più specifiche, su due tecnologie: la geolocalizzazione tramite smartphone e il DPI (Deep Packet Inspection) che in Italia è talmente poco conosciuto che non ha una traduzione consolidata. Si può tradurre in “ispezione profonda dei pacchetti di dati”, ovvero quella sorveglianza che quasi sempre – all’insaputa del cittadino – viene fatta non solo sui titoli dei messaggi ma che arriva addirittura al contenuto delle comunicazioni, cosa che per esempio avviene per tutte le mail che hanno dominio Yahoo o Gmail, che transitano dagli Stati Uniti (perché la legislazione degli USA prevede che sia controllato tutto), anche se sono mail di noi europei.

Come è stato selezionato il bacino di utenti della provincia di Firenze?

Tramite convocazione telefonica a estrazione casuale e autocandidature. Parliamo di un campione inclusivo. È stato fatto, cioè, un campionamento finalizzato ad includere la maggiore varietà possibile in termini di età, genere, provenienza geografica, titolo di studio, professione. Proprio per questo non sono state invitate categorie specifiche; è stato creato un campione sì casuale ma rappresentativo di ogni fascia, per avere una maggiore varietà di opinioni. Questo è stato fatto in tutti i paesi, secondo linee guida comuni.

La percezione degli intervistati di quanto alto sia il livello della sorveglianza sui propri dati sensibili è molto bassa, direi pari allo zero. Non si è a conoscenza, cioè, delle incursioni sulla nostra privacy che potenzialmente ognuno di noi può subire e subisce. Come si pone l’evento di fronte a questa evidenza?

È proprio quello che, in parte, vuole scoprire l’evento. Chiaramente tra i diversi paesi ci saranno diversità di percezione. Il questionario è stato strutturato in modo da cogliere sia i punti comuni che le differenze tra i paesi coinvolti nel progetto. Lo scopo è proprio che il cittadino rifletta sulla propria vita quotidiana ed esprima un’opinione riguardo a tutto ciò che può venirgli in mente riguardo al rapporto tra l’uso di tecnologie e il possibile controllo dei propri dati personali. Tra l’altro l’evento avrà l’effetto collaterale di sensibilizzazione rispetto a tutto questo, perché anche molti tra coloro che fino a ieri erano ignari di quanto accade nel mondo, acquisiranno maggiore conoscenza.

Quello del rapporto conflittuale tra privacy ed esigenze di sicurezza è un argomento su cui si discute da tempo. Il datagate e le dichiarazioni della NSA, più recentemente, hanno espanso la consapevolezza dei cittadini di essere spesso osservati dal buco della serratura. C’è il rischio che i risultati del progetto siano, in qualche modo, prevedibili se non addirittura scontati?

In realtà, vedendo come è andato l’evento in Danimarca, no. La dicotomia sorveglianza-privacy, tra l’altro, è solo uno degli ambiti proposti dal questionario. Si parla ad esempio di percezione della sicurezza nella vita quotidiana, domande a cui il 99% dei danesi ha risposto dichiarando di sentirsi al sicuro. C’è poi una parte relativa al rapporto con le istituzioni, perché durante la preparazione scientifica si è visto che la percezione del cittadino rispetto alla tutela della propria sicurezza e della propria privacy possono dipendere dalla fiducia riposta nelle istituzioni del proprio paese. Il progetto si pone di sondare anche questo aspetto. In generale, quindi, non si tratta di analizzare solo la questione sicurezza/violazione della privacy, ma il contesto all’interno del quale il cittadino percepisce la privacy e la sicurezza.

Come verranno elaborati i dati?

Il questionario è uguale per tutti i paesi. I dati verranno prima di tutto analizzati. Uno dei partner, la Open University, sarà il leading partner in questa operazione di interpretazione e analisi dei risultati. A seguito di questa analisi sarà possibile formulare la raccomandazione alla Commissione e alle istituzioni. È la prima volta che si ha una consultazione diretta dei cittadini; è un aspetto importante anche alla luce della formulazione di proposte dirette a colmare vuoti legislativi, che ad oggi ancora permangono.

Qual è la posizione su cui si pongono le aspettative del progetto di fronte al fatto che i nove paesi coinvolti rispondono, su un canale binario, ad una legislazione interna in materia di protezione dei dati personali e alle direttive UE, prima fra tutte quella del 1995? 

A fronte di legislazioni differenti si è accomunati da un controllo e una sorveglianza sistematici. Noi proporremo i risultati, oltre che alla Commissione e al Parlamento Europeo, anche ai rispettivi organi interni dei paesi, fino alle autorità locali. Con queste (Regione, Comune etc.) ad esempio, ci siamo relazionati fin dall'inizio, come pure con il Garante, che ha dato il suo patrocinio augurale all’evento. Si è cercato, cioè, di porre il maggior numero possibile di soggetti istituzionali a conoscenza dell’evento, in funzione del post-evento, in quanto destinatari dei risultati.

Soro quindi non sarà presente.

No, è a conoscenza della cosa ma il suo intervento non è stato previsto, proprio per non influenzare l’andamento dell’evento, anche perché uno degli scopi del progetto Surprise è di non presentare sicurezza e privacy come due opposti. Vogliamo soltanto che il cittadino rifletta su come si parli di due aspetti non dicotomici. Proprio perché il cittadino non è chiamato ad essere esperto di legislazione o di tecnologia, né sa quali siano le basi legali che lo proteggono, è chiamato a dire cosa vedono nella sua vita quotidiana e cosa vorrebbe, in modo tale che – stando ai molti vuoti legislativi che ancora permangono – in futuro si possa intervenire per colmarli, partendo appunto dall’opinione del cittadino.

Il progetto si propone si sondare “soluzioni alternative”, non basate sulla sorveglianza e meno intrusive per la privacy. Trovo che sia il punto più interessante, se non altro perché al momento è molto difficile immaginare canali alternativi di controllo. Cosa potrebbe proporre il risultato della ricerca?

Prendiamo ad esempio un contesto urbano, la città. Spesso di fronte a carenze nella sicurezza o a episodi di microcriminalità vengono proposte le telecamere di sorveglianza. Queste possono migliorare la sicurezza, ma disseminare il territorio di videocamere non è l’unico modo di garantirla. Si può intervenire a livello di attenuamento delle divisioni sociali, di diminuzione delle disuguaglianze sociali, di potenziamento del dialogo. A questo pensiamo quando parliamo di “soluzioni alternative”: a soluzioni politiche più ampie, che non si aggancino cioè allo strumento in quanto tale.

I risultati del progetto Surprise saranno resi noti nel 2015, quando il matrimonio tra controllo e privacy, è certissimo, sarà ancora saldamente in piedi.

Foto: http://italianvalley.wired.it/progetti/internet/2013/09/18/controllo-reterispetto-privacy-diritti-464623.html

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