A San Miniato va in scena la fenomenologia dell’odio inter-etnico | StampToscana
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A San Miniato va in scena la fenomenologia dell’odio inter-etnico Spettacoli

LXXII

San Miniato – Una delle ferite più aguzze che ha squarciato le coltri del Novecento, attraversa il palcoscenico della Festa del Teatro di San Miniato che celebra la 72esima puntata.

La ferita, andata in scena in piazza del Duomo, è il genocidio degli armeni, perpetrato dai turchi un secolo fa, una verità non restituita che aspetta giustizia, sempre negata da Ankara. Ispirato al romanzo di Antonia Arslan, “La masseria delle allodole” (da cui i fratelli Taviani trassero nel 2007 l’omonio film), apocalittico trapasso dalla pacificata, secolare convivenza di etnie diverse alla delirante deriva nazionalista impressa dal nuovo governo “democratico” dei Giovani Turchi, lo spettacolo diretto da Michele Sinisi punta sulla coralità, un contenitore di storie, gioie e dolori, sussurri e grida, che rimbombano con assordante fragore e si proiettano sul mondo di oggi.

In un inquietante parallelismo di coincidenze ideologiche, avventurismi bellicosi, repressioni e violenze, estremismi e intolleranze. Attorno a un tavolo si fa festa, i sorrisi, le canzoni, gli auguri, le foto, le danze, allegria, spensieratezza, complicità, il rito di una antica famiglia patriarcale, come di un tempo sospeso sull’abisso che cerca le giuste cadenze per andare avanti.

Intanto si parla, si discute, di scienza, poesia, religione, amore, sesso, ornitologia, spiritualità, matematica. Poi arriva la tragedia, una ghigliottina che cala improvvisa e si abbatte con fragore di urla. Un buco nero che tutto risucchia e cancella. In un susseguirsi di scene madri che tolgono il respiro e affollano l’udito, fra i motivetti di Aznavour e i vocalismi di Antony and the Johnson, l’eco dei “fatti” si mescola con l’esasperata amplificazione tecnologica di schermi e microfoni. Sinisi espande l’intreccio, rischia l’eccesso, la moltiplicazione dei piani e delle interferenze, coniuga il realismo con il simbolismo, e inquina la tavolozza.

Il teatro è la vita. Vissuti entrambi come su set cinematografico, con quella “giraffa” che accompagna i dialoghi e li amplifica, con quelle riprese video incollate sui volti che rimbalzano in presa diretta sullo schermo. Come moderni selfie. Poi le parole saranno urla di dolore, mentre la danza si esaurisce in una silenziosa pantomima di anime morte. Un calvario che si riflette nell’immagine del Cristo in croce.

Sinisi del genocidio armeno, la deportazione, gli stupri, le atrocità, le torture, il massacro di uomini inerti, fa decantare la distanza che si veste di attualità in un gruppo di agenti in assetto antisommossa che, armati di manganello, picchiano a destra e a manca. Alla fine sarà l’allodola, leggendaria creatura, a uscire viva dal pestaggio, a farsi materno rifugio, e materializzarsi in scena come la mascotte di una nuova vita. Repliche fino al 25 luglio.

 

 

 

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