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Beckett alla Pergola: Mauri il giocatore incanta il pubblico Spettacoli

Glauco Mauri, Roberto Stuno - Finale di partita_ ph. Manuela Giusto

Firenze – Con chi gioca a scacchi il protagonista di “Finale di partita”? Gioca contro se stesso cercando il più possibile di tirare per le lunghe la mossa conclusiva che lo vedrà perdente. O piuttosto con il pubblico, al quale offre uno dei più straordinari personaggi della letteratura e del teatro del Novecento?

La scelta di Glauco Mauri e Roberto Sturno che presentano in questi giorni al Teatro della Pergola quello che molti considerano il capolavoro di Samuel Beckett, punto di arrivo “dell’ultima grande fase del Canone Occidentale” (Harold Bloom) sembra propendere per la seconda ipotesi, non fosse che per le reazioni di sorpresa o di ilarità che vengono fatte provenire dalla platea.

Eppure, proprio perché Finale di partita è una sorta di summa della più alta tradizione poetica occidentale, è molto complicato costringere la pièce in una interpretazione univoca e coerente. Lo stesso Beckett aveva definito la sua opera “piuttosto difficile ed ellittica”, invitando a non cercare spiegazioni perché tutto viene detto nel testo: “Se qualcuno vuole farsi venire il mal di testa con i significati reconditi, faccia pure. E si prepari un’aspirina”.

In tanti si sono fatti venire il mal di testa. Adorno vedeva Finale di partita come una lotta fra coscienza e morte, Bloom ne vede la diretta discendenza dall’Amleto di Shakespeare, per altri vi è la condanna della disperazione.  E quella sorta di bunker – trappola nel quale si svolge l’azione drammatica, mentre all’esterno pare che tutto sia morte e distruzione, per interpreti autorevoli è stato di volta in volta l’unica oasi che si è salvata dopo l’olocausto nucleare o che vegeta come se fosse già morta nel paesaggio umano e naturale distrutto dalla seconda guerra mondiale (la versione preferita da Adorno).

Oppure ancora, ed è questo l’approccio della regia di Andrea Baracco “uno spazio autosufficiente che sembra non avere necessità di altro se non di se stesso per essere significante”.  In questo spazio agiscono quattro personaggi : Hamm e Clov e i genitori di Hamm Nagg e Nell. Quattro esseri  menomati nella loro umanità, uniti fra di loro da sentimenti logorati ed estenuati. Un tempo si potevano dire d’affetto, ora ridotti a una sopravvivenza di routine, umanità al grado zero come travolta nel vuoto,  che usa parole che hanno perso ogni senso, che non comunica ed estrania nella ripetizione di parole e movimenti una profonda infelicità: “Non c’è niente di più comico dell’infelicità”, dice Hamm. Resta tuttavia l’eco e la nostalgia di quei sentimenti, con la consapevolezza che sono quelli che danno un senso all’esistenza.

I personaggi sono funzionali alla rabbiosa voglia di vivere di Hamm, il giocatore di scacchi che fa  l’ultima mossa, e che vuole ritardare il più possibile la fine “della cosa”(“La fine è nel principio, eppure si va avanti”, dice) trasformando il flusso dei suoi pensieri in uno spettacolo destinato al pubblico. Finale di partita non è dunque solo un’opera di alta poesia, ma anche uno straordinario pezzo di meta-teatro al servizio del  quale un erede della grande tradizione attoriale italiana come Glauco Mauri ha potuto porre tutta la sua arte.

Mauri è riuscito a rendere convincente la complicata tessitura del testo di Beckett trasmettendo agli spettatori  i diversi piani interpretativi che essa propone. Rendendo dunque fruibile e godibile uno dei principali capolavori teatrali del Novecento.  Bravi tutti.

 

Teatro della Pergola
Glauco Mauri Roberto Sturno
FINALE DI PARTITA
di Samuel Beckett
con Elisa Di Eusanio, Mauro Mandolini
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche Giacomo Vezzani
regia Andrea Baracco
Fino al 14 gennaio

 

foto: Glauco Mauri, Roberto Stuno – Finale di partita, ph. Manuela Giusto

 

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